Stefano D’Arrigo, l’infinito labor limae dell’Horcynus Orca

Oggi, 2 maggio, anniversario della morte di Stefano D’Arrigo, approfitto per spendere due parole su una vicenda nodosa che ha caratterizzato la stesura di una delle più grandi creazioni letterarie del novecento.

L’Horcynus orca rappresenta indubbiamente un’opera unica nel suo genere, una rarita’ nel panorama letterario siciliano e nazionale. Parliamo del primo epos moderno, di un garbuglio imbastardito di stili e di linguaggi diversi, di un bombardamento sterminato di immagini, di visioni oniriche, di simboli che annebbiano, e per certi versi scoraggiano, la lettura.

Un’opera solenne, mastodontica che parla egregiamente tre lingue, un italiano colto, un dialetto siciliano arcaico, e uno prettamente autoriale, fatto di licenze e di invenzioni poetiche.

La trama passa quasi in secondo piano rispetto allo stile. In quasi millecento pagine D’Arrigo narra il ritorno a casa di ‘Ndria Cambria, marinaio della flotta italiana, in seguito all’armistizio dell’autunno del 1943. Avvertite echi omerici, richiami joyciani? sì, ci sono tutti.

Solo che il punto non è questo.

Qui non si vuole parlare del libro, inanellare elogi e incensamenti, ma della straziante e interminabile vicenda editoriale che ha preceduto la pubblicazione del suddetto romanzo.

D’Arrigo, che prima di esser scrittore fu poeta e prima ancora critico d’arte, inizia a lavorare al romanzo monumento nei primi anni cinquanta. Gli dà un primo titolo abbozzato, la Testa del delfino, che gli porta subito bene. Vince, infatti, il premio Cino del duca.

In questa occasione viene notato da Elio Vittorini e Vittorio Sereni, giurati del concorso. Se il primo si aggiudica così i primi due capitoli del romanzo da pubblicare nella rivista il Menabò, è il secondo che allora editor della Mondadori riesce a offrire un vantaggiosissimo contratto allo scrittore siciliano.

Sereni, poeta e talent scout di spessore, confida moltissimo nello scrittore di Ali terme. Si è fatto convinto che il suo romanzo sarà, per stile e per linguaggio, il vero capolavoro della letteratura italiana. Quindi, non perde tempo, si dedica interamente, si direbbe anima e corpo, all’artista con il quale inizia un carteggio lunghissimo e spossante tra consigli e scadenze immancabilmente ignorate.

D’Arrigo, d’altro canto, è gravato da una stima e da un livello di aspettative che rendono il suo lavoro di revisione sempre più puntiglioso, esageratamente maniacale, investito di una responsabilità che non riesce a sostenere e che lo incalza a tal punto da decidere di dimettersi dal lavoro.

Nei primi anni sessanta, spunta un nuovo titolo provvisorio, che piace molto a Sereni, I fatti della fera. Il dattiloscritto, come si evince dall’assiduo carteggio, sembra definitivo e consta di qualcosa come 1305 cartelle. Sereni invita alla pubblicazione, i tempi sono maturi dice, il romanzo è un capolavoro sprona, ma D’Arrigo non ne vuole sentire. Le bozze oggetto di correzione cimano come gramigna sui terreni abbandonati.

Sereni non sarà il solo a seguire la fatica di D’Arrigo. Si mobilita la stessa famiglia Mondadori che da una parte costruisce meticolosamente la campagna di promozione per il lancio del libro, avvalendosi altresì di valenti consulenti, dall’altra si tiene in costante contatto con lo scrittore sostenendolo quotidianamente.

D’Arrigo è un personaggio difficile e fragile. E’ chiuso nel suo eremo, inaccessibile a chiunque voglia sue notizie. Lavora quindici ore al giorno, mangia pochissimo, si nutre soprattutto di babà al rum e granita al caffè, posseduto dal demone dell’arte, è dedito notte e giorno a un lavoro di revisione, di correzione, di controllo della parola che gli costerà pure la salute.

L’unica figura a intercedere con il mondo esterno, a monitorare l’artista è Jutta Bruto, la moglie. Critica severa e onesta, compagna di una vita, è solo a lei che lo scrittore confessa le sue paure, i suoi strazi, le proprie disillusioni, l’angoscia di non portare a termine il lavoro. Jutta è allora spalla, consigliera e sostegno imperituro verso un uomo che sembra rischi ogni giorno un collasso psichico. 

Il romanzo verrà finalmente pubblicato dalla Mondadori nel gennaio del 1975 con il titolo definitivo di Horcynus orca. Il romanzo non ebbe il clamore tanto auspicato durante i quindici anni di battage pubblicitario.

Le reazioni furono miti, tiepide, spesso critiche, dipese da un linguaggio ostile, e uno stile infesto. Le accuse di incomprensibilità e di illeggibilità si diffusero stanando scettici in ogni dove. e questo nonostante uomini come Pontiggia e Sereni, così come Gallo e Calvino, avevano preannunciato un successo epocale, il capolavoro che tanto si aspettava.

Non era il tempo giusto. Le parole sono state lasciate a malassare per troppi anni, hanno perso fibra, vigore, la forza necessaria per sorprendere. Pubblicato l’Horcynus orca, qualche mese più tardi, Sereni si licenziò dalla Mondadori. Era diventata inattuale e inconcepibile la politica editoriale del tempo con le sue piaggerie commerciali.

Il romanzo invece comincerà a tessere i suoi meritati strali alla morte dell’autore. Prima di allora, quando l’ispirazione gli verrà in soccorso, D’Arrigo lavorerà indefessamente all’Horcynus Orca con la stessa abnegazione dei primi giorni.

 

About Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *