L’invenzione dell’adulterio

articolo di Adriano Fischer

Quando Giorgio Zanchini, conduttore della serata dedicata al premio Strega, domandò a Veronesi, se il suo Colibrì si potesse considerare un romanzo borghese, lo scrittore, senza troppi giri di parole, rispose di sì, che lo era, che il romanzo è borghese per nascita, così com’è borghese l’atto stesso di leggere e di scrivere.

Oggi dare del borghese stride, suona quasi come un dispregio perché allude a un tipo di vita materiale, frivola, dai molti agi e privilegi, dalla moralità rigida e conservatrice, in cui si è ligi all’ordine costituito ed è per questa ragione che Zanchini rivolge timidamente ed esitante la domanda a Veronesi.

Il romanzo, infatti, nasce in corrispondenza dell’ascesa della borghesia, nel 1789, l’anno della rivoluzione francese, l’anno del tracollo dell’aristocrazia. Dal 1848 la borghesia europea, visse una stagione d’impetuosa e sempre più crescente affermazione e anche se con caratteri diversi che variavano di Paese in Paese, essa fu foriera di elementi innovativi come il progresso scientifico e lo sviluppo economico.

I tratti comuni di questa nuova classe emergente erano principalmente la moderazione, l’austerità, la propensione al risparmio e la repressione degli istinti. È stata quest’ultima caratteristica a contribuire alla nascita, allo sviluppo e alla diffusione del romanzo che ha rappresentato il migliore espediente – o genere o forma – per descrivere la neonata coscienza borghese.

E, infatti, la componente puritana e moralistica, la figura del capofamiglia, la subordinazione della donna, esclusa dalle attività lavorative e relegata all’unico ruolo di moglie e madre, la rigida educazione dei figli, sono prerogativa della nascente famiglia borghese.

Nei paesi cattolici poi vigeva l’obbligo di castità per le borghesi nubili e fedeltà per quelle maritate, contrariamente gli scapoli borghesi potevano liberamente, senza reprimende sociali, correre dietro chi desideravano e l’infedeltà era tollerata per tutti i mariti.

Il matrimonio, puntualmente combinato, rappresentava nella maggior parte dei casi il mezzo per stringere alleanze con altre famiglie del medesimo status, portava prosperità e ricchezza e affari, tutto rispondeva a logiche economiche e se tra i coniugi non vi fosse stato affetto ciò non destava stupore, né interessava particolarmente.

Da questi carceri dorati, all’interno dei quali si svolgeva la vita della donna, l’adulterio diventava l’unico mezzo per evadere, tradire il marito significava pertanto ribellarsi non solo alla sua autorità ma anche a quella paterna e distruggere le fondamenta della famiglia e così della società. L’adulterio portava a violare il tabù borghese, quel nucleo monocellulare di cui l’uomo era l’indiscusso sovrano. La stessa parola, l’adulterio, etimologicamente, ha il significato di alterare un equilibrio preesistente e suscita tanto scalpore perché infrange un contratto.

La proliferazione del tema dell’adulterio all’interno del romanzo ottocentesco porta De Rougemont ad affermare che se qualcuno giudicasse gli occidentali per le loro letture non potrebbe non pensare che l’adulterio rappresenti la loro preoccupazione principale.

Il romanzo d’adulterio per eccellenza èMadame Bovary del 1856. La sua portata fu tale che nel 1881 Zola pubblicò un articolo sul Figaro contro l’allora proposta di legalizzazione del divorzio, sostenendo che una tale licenza avrebbe sottratto terreno fertile ai romanzieri. Madama Bovary viene pubblicato a puntate, feuilleton, ed è subito tacciato di immoralità.

Le vicende di Emma, sposa infelice di Charles, sono un pretesto per parlare della tanto odiata borghesia e Flaubert lo fa prendendo spunto da un fatto di cronaca, da borghesia di provincia, in cui una donna, Delphine Delamare si era avvelenata dopo aver avuto diversi amanti e avere condotto alla rovina il marito, uccisosi anch’egli.

La risonanza che ebbe il romanzo di Flaubert nella letteratura europea fu enorme. Si parlò a fine ottocento di trilogia dell’adulterio, insieme infatti al romanzo di Flaubert, a imbarazzare la borghesia dell’epoca, contribuì il romanzo di Fontaine, Effi Briest – le cui iniziali sono le stesse della Bovary – e il romanzo di Tolstoj Anna Karenina.

Le adultere sono donne stanche, annoiate, sposatesi per obbligo, in osservanza a esigenze di una società che mira esclusivamente al profitto. Donne che, in presenza di uno sguardo diverso da quello del marito, accusano i sintomi della passione amorosa che le travolge spegnendo l’illusione della Austen di coniugare la ragione e il sentimento.

L’eroina del romanzo ottocentesco è l’adultera, una figura che non si lascia più definire nel ruolo di moglie e di madre ma che, diversamente, con il suo adulterio rivendica la sua identità in una società maschilista.

Informazioni su Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.
Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *