«Non trovando ciò che cercavo, alzai le palpebre stravolte più in alto, ancora più in alto, finché scorsi un trono, formato d’escrementi umani e d’oro, su cui troneggiava con orgoglio idiota, col corpo ricoperto d’un sudario fatto di sudice lenzuola d’ospedale, colui che da sé si denomina il Creatore».

La lettura dei Canti di Maldoror è stata foriera di insegnamenti e suggestioni e per questo riservo qui il mio approfondimento.

1869, I canti di Maldoror rappresentano un unicum nel panorama romantico. Hanno conosciuto una fama tardiva, così come il loro autore, il Conte di Lautremont, nom de plume del poeta Isidore Ducasse, morto neppure ventiquattrenne. Circostanze ignote, si crede sia morto per un tumore al cervello.

Suggestivi come un dipinto di Bosh, i canti sono a tutti gli effetti un poema epico in prosa in cui vengono celebrate le gesta di Maldoror, un uomo tormentato dell’Ottocento, che si ribella contro il suo creatore, Dio stesso, che uccide e fa a pezzi.

Maldoror – il cui nome è un connubio grottesco di mal e di dolor – è tormentato perché è nato con il germe della cattiveria. Una condizione, questa, dalla quale non riesce a uscire nonostante provi un senso di vergogna che non si sa spiegare.

Maldoror conosce la sua natura, di quale flagello soffra, e l’epicità dei canti sta anche in questo, in una sorta di missione che deve essere mantenuta fino alla fine dei giorni del protagonista, come qualcosa d’ineluttabile.

Maldoror compie delle efferatezze indescrivibili in nome dell’odio; un odio che lo porta a respingere e distruggere tutto ciò che è attaccamento alla vita, l’amore, gli affetti, un nichilista ante literam che, in virtù di questo sentimento acrimonioso, si scaglia contro il responsabile di tutto ciò, il Creatore.

Nei “Canti di Maldoror” non c’è spazio per l’amore ma solo per la crudeltà, la rabbia e l’aggressione, anche fisica, messa a punto con veri e propri strumenti di tortura. Le insidie insomma sono tante e non liberano il lettore da una tensione che potrebbe essere generata da qualcosa che è dissacrante e nello stesso tempo catartica.

E, allora, a questo punto mi domando: cosa differenzia l’uomo di Lautremont, Maldoror, dall’uomo contemporaneo? Forse, una sana consapevolezza. Maldoror sa che l’odio è radicato in lui e arriva persino a vergognarsene ma è la sua natura, prevaricatrice e distruttiva, che lo spinge a efferati delitti.

L’odio di oggi, invece, è apocalittico e straripante, è un odio che si giustifica e si auto assolve in nome di un’ideologia che crea fazioni e gerarchie, differenze e identità, una costruita su misura per legittimare le più ignobili azioni. Quelli che hanno recentemente minacciato la Segre, un’ottantenne sopravvissuta a uno dei più atroci crimini dell’umanità, sono gli apologeti di quest’ideologia.

Così, nella stessa misura, coloro che hanno appiccato il fuoco alla libreria antifascista di Roma la “Pecora Elettrica”, colpendo vigliaccamente, più che un simbolo, un’opinione; i cori razzisti di questa settimana contro il calciatore Balotelli; la madre, a bordo campo, che urla “negro di merda” a un bambino di colore; il comune di Predappio che nega i fondi per il viaggio ad Auschwitz.

Non sono una novità, sono sempre esistiti, solo che prima covavano l’odio nascosti nelle loro camerette con il poster del dittatore sopra la testiera del letto, tra la foto della mamma e quella della squadra del cuore. Un’ignoranza dirompente, il mutismo delle istituzioni, la complicità di una certa politica che ha sdoganato determinati comportamenti, hanno divelto quel velo di pudore che li costringeva in silenzio e isolati.

La vergogna è un’emozione che accompagna l’auto-valutazione di un fallimento globale nel rispetto delle regole, scopi o modelli di condotta che sono condivisi con gli altri. Alla base della vergogna esistono insomma delle regole che selezionano e censurano le singole azioni. Anche Maldoror ha provato vergogna, e più volte nella vita. Adesso la vergogna non è più un deterrente perché non esiste più. O meglio non esistono quelle regole che disciplinano la condotta di un individuo.

Oggi si festeggiano i trent’anni dal crollo del muro di Berlino. È un momento importante per la storia ma il suo significato è anche simbolico. E perché quel giorno, il nove di novembre 1989, migliaia di cittadini dell’est e dell’ovest, all’addiaccio, hanno picconato tutta la notte per abbattere quel muro e ricongiungersi con i propri cari. Adesso muri non ci sono perché non si vedono, ma il ruolo di ognuno di noi è rimasto identico a sempre, quello di demolire i muri che sono le nostre differenze, i nostri pregiudizi, le nostre paure, di demolire l’idea di un nemico, di un capro espiatorio, di un responsabile delle nostre sciagure.