Articolo di Luciana Mongiovì

Nel 1931 S. Freud omaggia pubblicamente, con parole di insolita ammirazione, l’allieva Lou von Salomè, prima psicoanalista donna, riconoscendole una «superiorità su noi tutti, conforme alle altezza dalle quali Lei è scesa a noi».

Cinquant’anni prima si era avvalso di una metafora affine F. Nietzsche quando, incontrandola per la prima volta a San Pietroburgo, le aveva chiesto incantato dalla “giovane russa”:«Da quali stelle siamo caduti per incontrarci qui?».

Tra Nietzsche e Freud si sviluppa, a grandi linee, la vicenda intellettuale di Lou von Salomé.

Cultura, originalità, audacia e introspezione segnavano il profilo di Lou che perseguiva, con estrema libertà e rigore al contempo, il culto della propria personalità, della consapevolezza di essere, al riparo tuttavia da velleità esibizionistiche, superbe o affettate.

L’acume delle sue riflessioni e la forza vitale con cui le socializzava nei più rinomati salotti culturali o le divulgava mediante una cospicua produzione letteraria e psicoanalitica, corredate da intraprendenza, bellezza e determinazione, l’hanno resa, dunque, quasi un fascinoso personaggio letterario.

In realtà visse appieno, e da protagonista, il periodo di splendore che attraversò l’Europa nella seconda metà del ‘800, sempre connessa – potremmo dire oggi – con tutti i principali esponenti dei centri nevralgici della cultura in voga, per attraversare, in fine, gli anni della decadenza del vecchio continente e della tragedia del primo conflitto mondiale.

«Io non sono in grado di vivere secondo modelli, né potrò mai essere di modello a chicchessia, mentre invece sono sicura che plasmerò la mia vita a modo mio, quali che possano esserne le conseguenze».

Con queste parole sferzanti e risolute, la appena ventunenne Lou suggella quello che si rivelerà il “manifesto” della sua esistenza. Questo spirito libero, così individualista e dissacrante, avido di conoscenza, sferzato da interrogativi sul senso dell’esistenza, non poteva che embricarsi, inizialmente, con le speculazioni filosofiche di Nietzsche con cui convisse per un breve periodo assieme a Paul Rée, costituendo una piccola comune di intellettuali. Con Lou Nietzsche collaborò (“Inno alla vita”) e dalla giovane russa trasse feconda ispirazione (“Così parlò Zarathustra”). Ma non solo; Nietzsche ambiva, presumibilmente, a fungere da guida filosofica di quell’intelletto così raffinato e straordinario, e altresì desiderava che Lou divenisse la continuatrice della sua opera filosofica. Se ne innamorò, la chiese in sposa; Lou rifiutò, anche di esserne discepola.

Molti anni dopo il triste epilogo dell’amicizia con Nietzsche, avvelenato peraltro dalle calunnie invidiose e infamanti della sorella del filosofo che diede vita a una campagna denigratoria ai danni della Salomè, Lou volle ardentemente incontrare Freud, il cui pensiero era dirompente. Iniziò così a studiare e praticare a Vienna la psicoanalisi, in cui aveva trovato il metodo per addivenire a una più profonda e vera conoscenza di sé, prima ancora di aiutare anche gli altri a conoscere se stessi, senza infingimenti né bisogno di morale.

Illuminata e franca nell’analizzare “La materia erotica” intrinseca alla materia vivente, fu molto stimata e ammirata dal vecchio padre della psicoanalisi – con cui intrattenne un fitto e ricco carteggio denso di temi clinico-teorici – che non perdeva occasione per ribadire l’eccezionale capacità della Salomè di cogliere i passaggi più sottili del suo “discorso” e di tirarne fuori altri, ancora in nuce, e così pervenire a una sintesi di più alto livello.

“Eros e conoscenza” è una formula – oltre che il titolo dell’opera che raccoglie questo prolifico scambio epistolare – rappresentativa della cifra del suo pensiero. E’ il pulsionale ciò da cui parte e si nutre l’impulso epistemofilico, la spinta alla conoscenza: «l’energia necessaria alla sublimazione dipende direttamente dalla profondità con cui essa è piantata nell’humus originario delle nostre pulsioni. Quanto più vigorosa è la predisposizione erotica di una persona, tanto più grandi saranno le sue possibilità di sublimazione». Così parlava e scriveva la Salomè, e ne godeva.

In “Les Femmes savantes” di Molière l’impudenza o comicità del discorso delle saccenti, delle intellettuali, sembra conservare tutt’oggi un che di perturbante. E questo non di certo per il rifiuto e superamento del ruolo tradizionale della donna, già in corso da diversi decenni. A risultare perturbante, scandaloso, provocatorio, è invece che l’autore fa parlare le donne sapienti a partire dal proprio gusto, dal proprio piacere personale, dal proprio godimento. E quando baciano un uomo <<per l’amore del greco>>, non è detto che lo facciano solo per l’uomo, e non perché è il suo sapere che le erotizza. Il linguaggio è indecente quando a utilizzarlo sono le donne che sanno, che capiscono. Il rossore delle gote o del collo o del petto, quando si parla in pubblico o si prende la parola in un ristretto consesso, testimonia appunto che c’è un’eccitazione, ma proprio come suggello di un piacere che si sta provando nel parlare, nel comunicare il proprio sapere, il proprio godimento.

Sondare e attraversare con la ragione l’irrazionalità dell’esistenza, ovvero che tutte le scoperte nell’ambito dell’irrazionale furono possibili proprio e soltanto attraverso il modo di fare ricerca di Freud, tutto dedito alla ratio, in fin dei conti, anche questo apparteneva al retaggio più fulgido di quell’illuminata generazione di intellettuali dell’Ottocento.