L’ultimo liberatore

 

 

racconto di Adriano Fischer

Il salone delle cerimonie è finalmente pronto per l’evento. La calca degli spettatori è trepidante fuori le porte. Si strattona fingendo indifferenza, eppure l’impazienza è ben visibile e si mescola a una certa dose di nervosismo. Le porte vengono aperte finalmente. Le luci del salone sono accecanti, partono dalla loggia e in una cascata di piccoli diademi terminano sul palco. La fiumana di gente è controllata appena dalle maschere, un nugolo di signore in uniforme rossa e berretto blu prega in continuazione di fare silenzio. Il brusio è inevitabile, così pure certi risolini isterici che non si riesce a trattenere per l’eccitazione del momento. Gli spettatori cominciano a occupare i loro posti. Alcuni, ritrovandosi lontani dal palco, provano ad avvicinarsi e a sistemarsi in sordina, coprendosi inutilmente il volto con i cappotti e cappelli, nelle prime file. Mezzucci vani perché i posti sono numerati e immancabilmente un’addetta, senza polemiche, affabile, elegante, chiede di mostrare il biglietto e subito dopo i signori vengono accompagnati alle loro poltrone.


L’atmosfera profuma di sacralità. La tensione è incisa soprattutto nelle espressioni dei più anziani che in certi momenti non riescono a trattenere le lacrime. Si asciugano allora il madore con un fazzoletto e ritornano composti conservando gli occhi lucidi. I più giovani invece si limitano a provocare quest’aria di solennità scherzando e ridendo e gorgheggiando. Riescono a mala pena a stare fermi e, puntualmente, sono rimproverati da qualche adulto che stizzito fa la voce grossa.

I ragazzi rappresentano una minoranza ma è una minoranza forte e visibilmente schierata. Sotto la giacca indossano una maglietta rossa con sopra il volto leonino di un giovane Garibaldi oppure la semplice scritta I Mille, o Ti amo Anita; altri, più sfacciatamente, calzano il berretto frigio, o sul petto mostrano appese a guisa di spille coccarde di colore blu bianco e rosso.

Le luci cominciano a spegnersi. Resta illuminato il tappeto della corsia centrale della platea e il loggione della galleria. Le voci scemano e un rigoroso silenzio s’impossessa della sala. Le maschere si premurano a chiudere l’ingresso e a controllare le uscite. Lo fanno di gran lena perché da un altoparlante, nel frattempo, una voce morbida dà il benvenuto ai presenti e comunica che la gara sta per iniziare raccomandando di spegnere i cellulari e di fare silenzio. Un accenno di applausi congeda la raccomandazione finale.

Un cono di luce proiettato al centro del palco preannuncia l’inizio della cerimonia. Il silenzio diventa ancora più fitto, il pubblico è interamente col fiato sospeso. Un uomo entra, l’ingresso è cadenzato dall’eco dei tacchi delle scarpe, e si sistema al centro del cono di luce.

È vestito interamente di nero e con il doppio nodo alla cravatta. Non ha più di cinquant’anni, magro e tonico riempie fieramente il vestito. Saluta con qualche esitazione e si presenta come Milfredo, uno degli organizzatori della cerimonia. Ringrazia per la numerosa partecipazione e lo fa guardando apertamente, e con commozione, galleria e platea.

Con un cenno della mano arresta l’applauso che sta per partire. Prende un lungo respiro e comincia con una voce calda, ospitale,«…abbiamo seguito, in questi mesi, con passione ed entusiasmo le rassegne sull’ultimo liberatore del secolo. Abbiamo conosciuto esemplari di uomini e purtroppo sì, meno di donne, che hanno offerto un quadro appassionato e intenso della loro vita. Scegliere in molte occasioni è stato veramente difficile. Arduo. Voi lo sapete bene. Avete seguito con sofferenza e tribolazione questi scontri tra titani. Qualcuno vi ha convinto, qualcun altro meno. Di là dei pareri o delle simpatie personali, del fascino che certe figure ispirano, è vero che alla base di tutto c’è stata l’opera di convincimento dei nostri personaggi che qui, su questo palco, sono riusciti a raccontarsi in modo schietto e senza gli infingimenti del tempo. La verità storica è forse qualcosa cui non si può accedere e pertanto è probabile che siano stati eliminati protagonisti che meritavano ben altra sorte. Non c’è però dubbio alcuno che i nostri eroi, checché carichi di equivocità e di lati oscuri, meritano pienamente questa finale perché rappresentano gli ultimi testimoni di quegli ideali di coraggio, di libertà, virtù, ormai fuori dai nostri orizzonti».

Qualcuno applaude non resistendo alle parole dell’organizzatore ma è solo un tentativo che si spegne subito. Milfredo, che non ci bada neppure, raccolto in un silenzio manierato, tira fuori dalla tasca superiore della giacca due cartoncini rigidi. Creando allora una studiata suspence, inforca gli occhiali e legge prima in testa e in successione i due cartoncini. Un cono di luce è proiettato sulla sua destra. Dalla sala si sentono echi di stupore e di sconcerto. Milfredo esita e sfoggia per il pubblico un sorriso sardonico, quasi celasse un certo sadismo dietro quell’attesa. Con gli occhi che si perdono nel fondo della sala, si prepara a presentare i finalisti,

«…mi onora a questo punto introdurvi due eroi immensi, le due figure che probabilmente più hanno cambiato la storia. Alla mia destra, lui, generale, primo console, imperatore, nasce ad Ajaccio il 15 agosto del 1769 da una famiglia della piccola nobiltà italiana, giacobino, robespierriano, già da giovane con idee chiare, rivoluzionarie, tali da voler subito liberare dal giogo francese la sua Corsica. Da qui un’ascesa inarrestabile. Campagna d’Italia, d’Egitto, di Russia. Ad Austerlitz contro Francesco II fa crollare il Sacro Romano Impero. Uomo potente, stratega ineguagliabile, amico dei soldati, amato dal popolo, esportatore dei valori della Rivoluzione francese in Europa, acerrimo nemico delle monarchie e della Chiesa. Signore e signori, il primo finalista è qui ed è con noi, Napoleone Bonaparte».

Uno scroscio rumoroso di applausi, qualcuno scatta persino in piedi, accompagna l’entrata, elegante e maestosa, di Napoleone che si arresta dentro il suo cono di luce. E’ un uomo dall’aspetto intrigante, di media statura, sguardo felino e ambizioso, calza un cappello di feltro e una redingote grigia. Tiene la mano destra dentro il panciotto, le gambe leggermente divaricate e offre alla galleria e alla platea un ghigno fiero.

Milfredo frena l’esuberanza del pubblico, minaccia i più facinorosi di espulsione se non si ravvedono prontamente. Nel giro di qualche minuto il pubblico si ricompone, qualche sprazzo isolato fa pervenire la sua euforia ma, alla fine, la calma trionfa sugli animi accesi. L’organizzatore aspetta qualche altro minuto prima di continuare la presentazione. Poi si volta alla sua sinistra in attesa che il cono di luce venga proiettato sul palco, quando succede procede a presentare il secondo finalista,

«…con altrettanto orgoglio mi onora la presenza di quest’altro personaggio. Nasce a Nizza il 4 luglio 1807. Marinaio, poi Capitano di lungo corso, generale, rivoluzionario, celeberrime le sue imprese militari in America meridionale, indiscusso protagonista del Risorgimento, socialista e nemico dei soprusi e delle tirannie. Signore e signori, è qui, è con noi, l’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi». L’uomo che fa il suo ingresso è anche lui di media statura, di qualche centimetro più alto del primo. Ha una fulva barba e i capelli lunghi sulle spalle, austero, autorevole. Indossa un poncho, un cappello a falde larghe, dei pantaloni alla zuava tenuti da una cintura di cuoio. Dentro il suo cono di luce la sua figura si staglia magnifica e vincente.

Il pubblico anche questa volta non si trattiene per l’entusiasmo. Non tutti però, non all’unanimità. Parte della galleria e della platea scatta in piedi e applaude con foga, una parte minoritaria, invece, non si lascia coinvolgere e resta assisa sulle proprie poltrone, tra questi c’è qualcuno che si fa scappare qualche fischio di disapprovazione.

Milfredo si ritrova nuovamente a dover placare gli animi. Nel farlo, conserva sempre un elegante distacco. Impeccabile anfitrione. Non si innervosisce, piuttosto prega ordine e maturità. Invita le maschere a far accomodare i signori più turbolenti che sono rimasti alzati e che sbracciano in direzione del condottiero. Quando finalmente ritorna il silenzio, dopo aver chiesto scusa ai due partecipanti, recupera un tono autoritario e senza commentare l’increscioso accaduto, comincia con estrema pacatezza, ma pur sempre con fare fermo, a spiegare come si svolgerà la competizione.

«…signore e signori, grazie per l’attenzione accordatami. Nel rispetto dei presenti, della loro storia, della loro importanza, vi prego sentitamente di osservare il più ossequioso silenzio. Ascoltateli attentamente perché non possono che avere da raccontare cose sorprendenti. Sono qui perché hanno eliminato i loro contendenti con discorsi e ragionamenti di una spietata lucidità e dirompenza. Uno solo sarà il vincitore. Uno solo, signori, uno solamente sarà l’uomo del secolo»
A questo punto Milfredo si ritira; prima di scomparire nel retroscena, stringe le mani ai due contendenti e augura loro una buona fortuna. Le luci della corsia centrale della platea si spengono così pure quelle del loggione. Adesso il buio è fitto e impenetrabile, non vola più una mosca.

Napoleone prende l’iniziativa. Ha un’espressione di sfida, offre il noto ghigno al rivale e nel frattempo si porta al centro del proscenio. Il cono di luce lo segue fedelmente, non lasciando in ombra alcuna parte del corpo. La coccarda risplende sul cappello di feltro.
«corre sempre nelle mie vene l’eco della rivoluzione. Ancora rivivo minutamente il trionfo a seguito della presa della Bastiglia. Al grido di armi e prendiamo le armi! Il popolo doveva essere armato. Il popolo aveva fame. E’ quando un popolo ha fame non può tacere. E’ questo hanno fatto i francesi. La rivoluzione. Solo in questo modo è stato possibile consegnarsi alla storia. Era il 1789, io ero un ambizioso ventenne. Ho condiviso gli anni del Terrore con Robespierre, perché era giusto, perché bisognava eliminare i reazionari, chiunque ostacolasse la rivoluzione. Tutto quello che ho fatto, tutto, è stato per voi, signori miei, perché anche l’ultimo di voi potesse dire la sua, potesse partecipare alla vita del proprio paese. Se state qui, riuniti in questo consesso, è perché io l’ho permesso. È vero, lo confesso, ho dovuto fare delle scelte, scelte che spettavano a me che impersonavo lo spirito del mondo. Il colpo di Stato, del 18 di Brumaio del 1799, è stato inevitabile. Resto sempre, convintamente, un repubblicano ma il direttorio… il direttorio aveva deciso di mettermi fuori legge».

Garibaldi chiede la parola. Per farlo, solleva a mezz’aria un bastone in ottone che tiene nascosto sotto il suo poncho. Si porta avanti con passo malfermo e sofferto; è nota, infatti, la sua artrite reumatoide che lo costringe seduto dopo un po’ di tempo. Il cono di luce segue la lenta andatura del condottiero finché anche lui non si arresta al centro del proscenio.
«…il signore qui, lo spirito del mondo, non ha forse ben chiaro che cosa significhi essere repubblicani. In primo luogo i repubblicani non possono essere consoli e ancora meno degli imperatori».
Garibaldi si lascia scappare una risata di dileggio che non ha l’eco che credeva. Osserva il suo rivale che gli sta vicino, spavaldo, arrogante, come se sapesse di aver già la vittoria in pugno. Garibaldi, allora, continua, sicuro dei suoi ragionamenti,
«…l’obiettivo del generale è stato di governare tutti su tutto, da solo. Eliminando ogni tipo di opposizione. Questa si chiama dittatura. Lei ha incarnato, più di tutti, ciò che ha creduto di combattere. Non erano certo questi i presupposti della rivoluzione, mi sembra. Vi ricordo, mio buon amico, che è stato ostile al parlamentarismo fino alla fine, tanto che riuscì alla fine a epurare le assemblee. Ha gradualmente eliminato l’opposizione liberale che era stata fedele ai principi della rivoluzione. Ha fatto incarcerare gli oppositori, ha messo sotto controllo della polizia i giacobini, ha deposto Constant, ha soppresso ogni dissidenza, ogni libertà di espressione. La libertà di stampa, conquista della rivoluzione francese, per lei covo di oppositori, è stata limitata, bandita. Numerosi periodici chiusi perché non in linea con il regime. Ha fatto mettere i sigilli alle stampanti, ritirate le licenze. Si ricordi di Marcus DuMont, mio sire. Voi, un repubblicano, generale? Lei non dovrebbe neppure stare qui, sopra questo palco, a contendere il titolo con uno come me, perché lei è un dittatore, signor Bonaparte, lei è un giustiziere».

La serenità di Napoleone è una roccaforte inespugnabile. Guarda il suo avversario con sufficienza e aria di sfida. Appare sicuro, deciso e nonostante l’attacco di Garibaldi conserva un’invidiabile freddezza. Garibaldi è tenace, un uomo determinato, un animo insurrezionale che non conosce resistenza alcuna se in gioco ci sono i suoi ideali. Allora incalza l’avversario puntandogli contro il suo bastone d’ottone.
«…e non contento del potere raggiunto, il nostro presunto dittatore democratico si fa incoronare Imperatore, Imperatore di Francia, avete sentito bene! Lui, il repubblicano, in sfregio a tutti gli ideali rivoluzionari, alle secolari lotte contro gli assolutismi, quando ormai in Europa finalmente anche gli ultimi potevano rivendicare di essere pari ai nobili e alla borghesia, godendo di diritti da sempre negati, eccole, a un certo punto le pretese di grandezza di un solo uomo che oscura tutto ciò che è stato costruito. Il nuovo Cesare, il nuovo Carlo Magno».

Napoleone mostra i primi cedimenti. Vorrebbe ruggire rabbia e risentimento contro il vecchio nizzardo ma sa che una reazione del genere comprometterebbe il vantaggio che sente di avere. Fa qualche passo in avanti e fermandosi sul bordo del proscenio si rivolge a un pubblico cui non scorge neppure le sagome.
«il nostro caro Garibaldo, ben poco sa di come si amministra un popolo e una nazione. D’altronde questa non è arte per i mercenari. Il rosso prezzolato va dove chiama il soldo, coopta manigoldi, promette loro terre e prebende, un pirata, un uomo senza patria con nessuna esperienza di politica. Voi siete davvero così ingenuo da credere che un popolo sia interessato a partecipare all’amministrazione di uno Stato? Sono sciocchezze, idiozie instillate da qualche intellettuale della buonora, come quel Babeuf! Suvvia, stupido prezzolato, ragionate! Che cosa dovrebbe sapere mai il popolo delle cose di uno Stato, di come funziona una macchina così complessa come quella di un paese come la Francia. Ogni individuo tendenzialmente persegue il proprio interesse egoistico. I propri bisogni. Il popolo deve stare fuori dalla politica. A quella ci pensa il suo imperatore. Per tutto il resto ho concesso tutte le libertà di questo mondo. Ho introdotto il codice civile, in cui ho definito le libertà e le responsabilità civili, la protezione della proprietà privata e la libertà di commercio, la separazione tra Chiesa e Stato. Gli uomini finalmente sono liberi. Tutti. Qualsiasi ceto, qualsiasi confessione. Anche gli ebrei hanno trovato pace sotto il mio regno. Che vorrebbe sminuire forse un’impresa che ancora oggi porta i suoi effetti? Libertà, fraternità e uguaglianza, caro il mio prezzolato…»

Il silenzio di Garibaldi incuriosisce il generale che per un attimo crede di esser rimasto da solo. Conosce la sensibilità del nizzardo e immagina, infatti, di averlo ferito con quelle parole crude che ha rivolto poco prima con tono sprezzante. Lo trova pensieroso, con la fronte aggrottata, le labbra strette e vibranti come chi sta trattenendo un impeto d’ira. Curvo sul bastone d’ottone, il condottiero, mantenendo un’aura di autorevolezza e irresistibilmente carismatica, non perde d’occhio un solo istante il generale.

Napoleone, vedendolo in quelle condizioni, non può che compiacersi. Comincia a immaginare gli squilli di tromba che decretano la sua schiacciante vittoria. Si rivolge, allora, più enfaticamente al pubblico, del tutto avvolto dentro una cortina di buio pesto,
«…Garibaldo mi rimprovera aspramente della mia incoronazione a imperatore, sostenendo impudentemente che l’abbia fatta per mera vanità o per chissà quale idea di divinità da cui mi sarei sentito investire. Le ragioni ci sono signori e sono più che nobili. La proclamazione è stata un passaggio indispensabile per il mio progetto. Io dovevo essere imperatore. Non Dio, non la Chiesa ma il popolo lo chiedeva».

«…il popolo, dite? Voi mentite!» si sente sospirare alle spalle «un popolo che ha corrotto!»

«avrei corrotto tre milioni di persone? Suvvia, non dite sciocchezze. Un plebiscito mi ha legittimato. Ho esportato la rivoluzione in tutta Europa. Per anni le monarchie europee, temendo che la rivoluzione contagiasse le masse popolari, ribellandosi al grido di libertà, fratellanza, uguaglianza, mi hanno osteggiato, avversato fino all’ultimo; Inghilterra, Prussia, Austria, Russia, tutti hanno voluto fermare la rivoluzione con il sangue. M senza risultato. E il popolo, i soldati lo sanno. Me lo riconoscono. E poi i frutti, i frutti sono stati raccolti… anche da gente come Voi. Non potete capire… non vi biasimo. I mercenari non hanno questa sensibilità»

Garibaldi, preso da un moto d’ira, scaglia il bastone lontano. L’eco dell’ottone che rimbalza sul palco spaventa il generale che arretra di qualche passo. Nessuno commenta finché il bastone non scompare nell’oscurità. L’aria si fa pesante. Ciascuno studia attentamente le carte da giocare. Da questo sono dipesi i lunghi silenzi tra una battuta e l’altra.
«vorreste convincermi…» riprende il condottiero portandosi avanti malfermo sulle gambe «…che non avete approfittato degli ideali della rivoluzione per ricostruire un modello di Stato simile a quello dell’ancien regime? Lei continua a dichiararsi un repubblicano? …Siete un essere ignobile».
«e voi sareste un virtuoso, invece?» replica astutamente il generale.
«io, signor Bonaparte, sono stato sempre un socialista. La mia storia non è macchiata di sangue e di soprusi, come la vostra. Ho amato il mio paese. E per tutta una vita ho sognato un’Italia unita con Roma come capitale. Non sono un politico e… avete indubbiamente ragione… di politica e dei suoi milioni di compromessi non capisco nulla. Né mi suscita alcun interesse. Sono un uomo d’azione, generale, un uomo d’azione che fiuta le ingiustizie, le oppressioni nel mondo e cerca di mettervi fine. Certe volte con successo, altre decisamente meno. Mi butto a capofitto in numerose guerre di liberazione: Argentina, Uruguay… ».

Garibaldi prende tempo. Ragiona sulle parole appena pronunciate. Crede, e se ne duole, di essere caduto nella trappola del generale che l’ha spinto intenzionalmente a mettersi sulla difensiva, a giustificare la sua storia, la sua persona. Lo osserva dentro il suo cono di luce in atteggiamento celebrativo, una mano su un fianco, l’altra dentro il panciotto, imperturbabile, distante, come se le parole del condottiero non fossero importanti o comunque non ci fosse nulla di cui preoccuparsi.
«Voi mi schernite, generale. Mi chiamate mercenario. Prezzolato. Conosco queste calunnie molto bene. Dovete sapere che io non ho mai preso un soldo, fosse pure un obolo, per le mie imprese. Se la storia mi deve rimproverare qualcosa, è di essere stato un povero ingenuo. Di ingenuità ho peccato molto. La gente se n’è approfittata della mia bontà, della mia dedizione alla causa, da Cavour allo stesso Mazzini… »
«non mi starete tirando la sortita dell’italiano brava persona! Vi prego, Garibaldo» replica stizzito il generale che si volta verso l’avversario con uno sguardo intriso di disapprovazione «capisco cosa intendete. Per Dio! Condivido i suoi sentimentalismi, li capisco, siamo pur sempre due uomini dell’Ottocento, viviamo di ideali, siamo in pieno romanticismo, ma non mi fate il bambinone. Per Dio, confermate la vostra ingenuità, fate bene, Garibaldo. Con chi credete di avere a che fare, con una delle sue capre, forse?».
«vorreste forse conoscere la storia mia meglio del sottoscritto, generale? Lo ribadisco, se non l’avete inteso. Sono sempre stato un socialista e un sansimoniano. Non credo nei re, non credo nelle monarchie. Non credo nelle rivoluzioni ma piuttosto nelle riforme sociali… ».
«ah questa è divertente, Garibaldo! Perdonatemi se non rido, ma il panciotto mi è troppo stretto e ho timore di lasciare partire qualche scorreggia. Capirete che non è elegante. Ma resta comunque fuori di ogni dubbio che siete un personaggio divertente, oltre che ingenuo!»

Il generale si allontana e si sistema sull’estremità del palco. Il cono di luce cerchia lui e un lembo mosso del sipario. Un atteggiamento che fa imbufalire il condottiero, che allunga il passo con sofferenza e si ferma a metà strada. Si guarda intorno, probabilmente cerca il bastone ma lo sfondo è un abisso scuro.
«cosa insinuate, generale?»
«ah bella, che la parte del diplomatico non vi riesce! Non siete Metternich, non siete Telleyrand ma un semplice Garibaldo. Un ottimo combattente, un uomo coraggioso ma niente di più. E mi creda, è già tantissimo per un italiano. Non gradite la monarchia, non gradite i re e non gradite le rivoluzioni ma avete fatto esattamente tutto il contrario».
«…si chiamano compromessi, sire. Ho dovuto fare dei compromessi. È argomento che conoscete molto bene. Non potete negarlo!»
«lo posso eccome, Garibaldo. O i re dettano le regole. O è la rivoluzione a dettarle».
«generale, la vostra arroganza è più forte della vostra ipocrisia. Vi ricordo che avete lasciato vostra moglie, madama Marie Josephe, per convolare in nozze con Maria Luisa d’Austria, figlia del vostro più acerrimo nemico, Francesco II d’Austria. Non sono compromessi questi? Come li chiamereste allora?».

Il generale scuote la testa vinto dai ricordi. Pensieroso e corrucciato si defila dal suo avversario che avverte sempre più vicino. Attraversa il palco, con le mani dietro la schiena e si sistema sul versante opposto. Guarda un punto morto provando a penetrare l’oscurità.
«ah, la putain! Non me la ricordate, mio ingenuo condottiero. Ho sposato quella donna per due ragioni. Volevo pacificarmi con Francesco II per spaccare la coalizione antinapoleonica. In questo modo l’Inghilterra si sarebbe ritrovata con un alleato in meno. Non lo chiamerei proprio compromesso bensì strategia. Se quel barbaro di Alessandro I non mi avesse pugnalato alle spalle, rompendo il patto di non belligeranza, non mi sarei avventato in una campagna che mi si rivelò quasi funesta. Imprevisti, spiacevoli imprevisti. Tornando a noi, caro Garibaldo, io compromessi non ne faccio. Al massimo ho concesso che si credesse che quella mia determinata scelta rappresentasse un compromesso. Figuriamoci… piuttosto la testa, che scendere a patti con personaggi come Metternich! Questi austriaci! Volete la verità, mio fulvo nizzardo? Ho la testa così dura che in cuor mio immaginavo come sarebbe finita a Waterloo. Metternich me l’aveva annunciato in un incontro privato. Generale, non ci pensi neppure! Vi faremo il culo! Viscido mangia crauti. Sono stato impulsivo, lo confesso, ma sono i danni collaterali di rappresentare lo spirito del mondo. Voi, invece, non avete avuto questi problemi, ricorderete. Pappa e ciccia con Vittorio Emanuele II. Con il monarca. Alla faccia della rivoluzione, Garibaldo».

L’oratoria non è una qualità di Garibaldi. Non lo si può definire un Demostene. È un uomo pratico. I suoi pensieri si traducono facilmente in azioni e spesso neppure di pensieri si può parlare. Quasi d’istinti atavici che si muovono in un’unica direzione, istinti incontrollabili e incontrollati che si attivano quando lo richiede la necessità, il bisogno. Garibaldi non è un uomo che cincischia. Non si perde in chiacchiere. La sua patria è ovunque la libertà si trovi in pericolo, ovunque spiri il vento della tirannia. Le volte che è stato deputato del Regno, ha dovuto rinunciare alla poltrona perché la politica non era fatta per lui. Non gli piaceva parlamentare, non gli piaceva essere contraddetto. E la politica sapeva di perdita di tempo. I politici sono dei cialtroni e la sua esperienza, seppur breve, si è rivelata una pagina da cancellare. Quando la sua proposta di deviazione del corso urbano del Tevere per bonificare l’Agro Romano, approvata all’inizio e sostenuta apertamente, fu alla fine respinta, prese quella decisione come un insulto personale. Lascia così l’aula parlamentare, profondamente indignato, urlando «tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa miserabile all’ interno ed umiliata all’ estero». Evidentemente, quindi, davanti a Napoleone, un genio militare ma anche un uomo freddo e calcolatore, Garibaldi, lui così irruento e impulsivo, lui che salta subito alle conclusioni senza l’intermediazione di un processo, si trova in chiara difficoltà. Le sue qualità e virtù, grazie alle quali è noto in tutto il mondo, sono poco spendibili sopra quel palco. Con una voce morbida, quasi è lì a pretendere comprensione, si rivolge al generale che si sta adesso ravviando i capelli all’indietro.
«…ne prendo atto ma non potevo fare altrimenti. Le ambizioni del giovane Mazzini si dimostrarono infruttuose con gli anni. La Giovane Italia faceva proseliti in tutto il mondo ma erano fuochi fatui. Non avevamo armi, non avevamo finanziamenti, eravamo praticamente soli con il fiato sul collo dei sabaudi. Con Mazzini condividevamo solo le idee repubblicane e socialiste ma non avevamo altro da dirci. Non sapevamo come entrare in azione. Non c’era neppure quest’aria di azione con quell’uomo. C’erano parole e riunioni, parole e riunioni! Mazzini era un intellettuale, un grande pensatore ma non un uomo d’azione. Poca iniziativa. I tempi erano maturi, bisognava muoversi e gli unici alleati potevano essere Vittorio Emanuele II e Cavour».
«il pensiero che un monarca e un liberale aristocratico possano essere degli alleati affidabili non le puzzava un po’ di raggiro? In nome di quale santissima ragione Cavour avrebbe fatto gli interessi dei meridionali liberati? Volevano persino Torino come capitale. Ma che diamine vi è passato per la testa? Ho ben inteso che Voi siete un uomo d’azione, e nessuno avrà mai l’ardire di negarlo, ma non fa male fermarsi e pensare un po’. Le conseguenze, Garibaldo, le conseguenze! Avrebbe dovuto contare fino a mille, e non uomini ma numeri, prima di partire da Quarto per Marsala!»
«Unire l’Italia o morire! Generale, questo era il mio progetto. Doveva essere unita e avere Roma come capitale!»

Napoleone non vede più il suo avversario come un rivale ma come un bambinone cui insegnare come si fa a vivere. In quello sguardo austero e furbo si schiude un’aria di affettuoso biasimo. La rivalità passa in secondo piano, alla gara e ancora meno alla vittoria non pensa più. Con tono fraterno, cercando gli occhi stanchi dell’eroe dei due mondi, dopo una breve esitazione, gli confessa,
«voi dovevate aspettare caro amico mio! Capisco le intenzioni e l’irruenza, il desiderio di fare la storia ma dovevate aspettare ancora un po’. Il popolo doveva essere preparato all’Unità. Avreste dovuto stare dalla parte di Mazzini fino alla fine. Le rivoluzioni si preparano dal basso perché se non partono da lì, non si chiamano più rivoluzioni ma conquiste. E questo è successo al vostro Paese. E’ stato conquistato!»
«baggianate, generale. Voi non sapete quello che dite!»
Garibaldi è profondamente turbato. Si libera del cappello che butta ai piedi. Ha i capelli sudati e l’evidente chierica intricata di rughe è testimone incorruttibile di un tempo con cui dover purtroppo fare i conti. Garibaldi sente il peso degli anni, il peso della malattia che gli divora le ossa, che lo costringe curvo davanti al generale, con una mano sulla schiena.
«…mille e ottanta eravamo a Marsala, mille e ottanta valorosi uomini in camicia rossa, sprovveduti, senza preparazione militare ma con il cuore, il desiderio di fare l’Italia. E man mano che s’incedeva, molti altri uomini si univano alla causa. Il cuore, generale, è il cuore quello che fa la storia. È il cuore il vero spirito del mondo. È stato il cuore a farci vincere i Borbone nella battaglia di Calatafimi, il cuore a farci conquistare la città di Palermo. Voi asserite che la rivoluzione deve provenire dal basso e così è stata, generale. Un’insurrezione popolare sanguinosa contagiò l’isola. Vorreste forse negarlo?»
«certo dal basso, bella fregatura» replica il generale con un tono sempre più accondiscendente «E se era dal basso, come mi volete fare credere, perché allora, una volta liberata l’isola, vi proclamate dittatore in nome del re Vittorio Emanuele II? Noi Luigi XVI l’abbiamo ghigliottinato e pure quella parassita della moglie, Maria Antonietta. I re, Garibaldo, quando poi ispirati dal diritto divino, si ammazzano. Non si scende a patti con il diavolo. Dovevate aspettar, ecco quello che penso. Anche voi avete peccato di impulsività. Bisognava fare gli italiani, poi l’Italia, Garibaldo. Avete alla fine scarabocchiato la storia»,
«come osate, meschino traditore della rivoluzione, rivolgervi a me con queste parole! Io non ho preso un soldo dai sabaudi. Mi sono immolato alla causa italiana perché volevo il mio paese unito. Ho messo l’amore per il mio paese prima di ogni cosa, prima anche della mia adorata Anita, che mi ha seguito in questa folle avventura per poi perderla, lei l’amore della mia vita, una combattente, gravida del mio sangue, sepolta in gran fretta per scappare dagli austriaci che avevamo alle calcagna… Voi non sapete quanto io ho dato per questo paese. Voi…»

Garibaldi qui s’interrompe. La voce gli si spezza in gola. Il dolore alle ossa è insopportabile, le spalle curve gli pesano ed è costretto a sedersi. Napoleone lo sorregge per un gomito e accompagna con parole di conforto l’eroe che, finalmente sistemato con le gambe ciondolanti fuori dal palco, trova un minimo di ristoro. Anche Napoleone si siede vicino a quello che non considera più un avversario. Si sbottona il panciotto e si libera anche lui del cappello di feltro. Si sprimaccia i capelli sudaticci e le quattro ciocche mosse che gli cadono sulla fronte. Napoleone non è mai stato un amante dell’eleganza, così manierata e cerimoniosa, è sobrio nel vestirsi, non ha mai sopportato gli abiti troppo attillati, e non sopporta indossare gioielli di alcun tipo. Ritrovarsi in quel modo, seduti, vicini, lui che adesso si libera la morsa superiore della redingote, lo riporta alla giovinezza, alle conquiste, ai suoi primi passi nella politica, all’amicizia con Augustine Robespierre, agli ideali di cui era pieno e drogato lo spirito della sua generazione. Così come due vecchi amici che dopo un appassionante diverbio depongono il rancore, respirano il silenzio della conciliazione. Napoleone dopo un po’ ,con una mano che accarezza la coccarda,
«…davvero avete creduto che la spedizione e tutte le vittorie siano state vostro esclusivo merito? Insomma come avrebbero fatto mille o anche duemila, se non più, sventurati a liberare un’isola, a sconfiggere delle milizie ben strutturate e armate come quelle borboniche? La verità è un’altra. E voi la conoscete!»,
«…migliaia di ufficiali borbonici corrotti e al servizio dei Savoia, per ritirarsi e avere in cambio cariche di rilievo nel Regno una volta unito, ma l’ho saputo qualche anno dopo, quand’ero deputato, e poi, ciliegina sulla torta…»
«ditelo pure… Non preoccupatevi. Conosco quel male. Ditelo, ditelo pure, avanti, amico mio»
«gli inglesi…»

Napoleone prima annuisce, poi porta la testa all’indietro producendo una risata afona.
«sempre loro… un altro mio grosso errore! Volevo sbarazzarmene e isolarli facendo un blocco continentale, in modo tale da recidere i rapporti economici con l’Europa. E invece… i loro rapporti li hanno continuati a farli da un’altra parte e pure floridamente, e Alessandro I, quel barbaro, mi ha dichiarato guerra. Nel vostro caso, Garibaldo, che cos’è successo? Ditemi e fatevi forza. Se c’è un male nel mondo, questo è impersonato dai britannici».
Garibaldi si libera di uno stivale, che lascia cadere nella platea producendo un’eco lontana come se fosse caduto per chilometri. Poi prega l’amico di aiutarlo con l’altro, perché non riesce a piegare bene la gamba vista la brutta ferita riportata nel collo del piede durante lo scontro a fuoco in Aspromonte. L’aiuto di Napoleone non si fa attendere. Con entrambe le mani tira via lo stivale con forza per poi vederlo precipitare sotto il palco. Garibaldi produce una smorfia di dolore tale da togliergli il respiro. Con una voce sofferente, spiega,
«Lord Palmerstron ebbe un posto di rilievo nel processo di Unità, appoggiò la conquista delle Due Sicilie dopo aver perso il monopolio gestionale dello zolfo in Sicilia. Lo zolfo, dovete sapere, era di proprietà dei Borbone e questi decisero di assegnare la gestione a una ditta francese che offriva il doppio rispetto agli inglesi. I rapporti tra i Borbone e gli inglesi s’incrinarono in malo modo. Se non fosse stato per il finanziamento degli inglesi, generale, probabilmente non avrei superato lo stretto di Messina».
Napoleone a quella notizia si abbandona sul palco. Vorrebbe sbellicarsi dalle risate ma piuttosto preferisce coprirsi il volto con il suo cappello di feltro. Garibaldi lo imita qualche secondo dopo, impiegando un po’ di tempo prima che le sue membra riposino stese lungo il palco. Le luci della sala si accendono. I coni di luce evaporano nel nulla. Non c’è nessuno. Non c’è il pubblico, non c’è più né platea né galleria. Non c’è più neppure il teatro. In luogo del palco, due lapidi che, affacciandosi sulle rovine di una speranza, accolgono i due generali.






























Informazioni su Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.
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