L’uomo e il senso della vita

 

Fregio della vita, Munch E.

Articolo di Liborio Nice

Guardo la gente che nel camminare vado incrociando, ne osservo il viso, gli occhi e cerco di immaginare la vita di ognuno. Le mascherine, oggi, consentono un’indagine solo parziale ma gli occhi rimangono scoperti e da essi mi sembra di poter capire cosa c’è dietro; o è solo una mia fantasia.
Colgo lo sguardo svagato di chi si lascia scorrere la vita addosso, l’espressione sognante di chi nella mente si costruisce una esistenza alternativa scegliendo fra le situazioni che immagina o ricorda più gratificanti; il cipiglio di chi sembra pronto a difendersi dall’umanità che lo circonda; lo sguardo attento di chi cerca, leggendo un messaggio sul cellulare, di capire cosa si nasconde dietro le parole che legge; l’occhio spento di chi pensa di aver giocato la sua ultima carta; il piglio dolce di chi si illude che, nonostante tutto, ci sia amore fra gli uomini.


È varia l’umanità, più di quanto non sia la vita.

Mi chiedo cosa ci sia in comune fra tutti, cosa sia che li spinge, pervicacemente, a staccare i foglietti del calendario ogni giorno al risveglio, quando termina il sogno che ci porta in un altro mondo dove tutto accade senza cosciente volontà, al di là della concreta ragionevolezza.

L’uomo vive giorni, mesi, anni, secoli, millenni; per andare dove? Che senso ha tutto ciò? Mi coglie allora una sorta di smarrimento, una cupezza, un senso d’assurdo, una noia, una nausea: nichilista o esistenzialista?

L’evoluzione ci ha dato la tecnica. Questa ci ha dato la ruota, il motore, la bomba atomica, la televisione, i mezzi di comunicazione, la rete che collega tutto il mondo, Facebook, Twitter e molto di più ancora; ma in cambio di cosa? cosa ci ha tolto e ancora sta sopprimendo? quali possibilità stiamo perdendo?

In una certa epoca lontana l’uomo ha capito che la clava non gli bastava più per realizzare ciò che la mente gli suggeriva e che gli era necessario per sopravvivere e non estinguersi. Via via che coglieva risultati, il suo obiettivo si spostava in avanti. E, così, ha cominciato a costruire strumenti che accrescevano le sue capacità, le sue difese e la sua conoscenza. La tecnica si è introdotta come uno strumento in mano all’uomo per conoscere il mondo, le leggi che lo regolano, prevederne il comportamento, correggerne i disagi provocati, pararne i pericoli. Nella sua crescita esponenziale, quasi senza che ce ne accorgessimo, la tecnica da strumento è diventata ambiente. Nata per servire l’uomo, ne è diventata indispensabile per l’esistenza.

E ciò cosa c’entra con il senso della vita?

La ragione, il senso di ogni cosa e di ogni azione è lo scopo a cui tende, che lo raggiunga o meno. Il problema se l’è posto Heidegger che aveva capito la chiave: la tecnica “ha come scopo l’assenza di scopo”, perché ciò a cui tende è unicamente il proprio potenziamento.

 

“Essendo priva di scopi, la tecnica non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità. La tecnica funziona, e siccome il suo funzionamento è diventato planetario, anche l’uomo, da soggetto, è diventato oggetto dell’operare tecnico. E non solo e non tanto perché, come scrive Heidegger, “anche l’uomo è diventato la materia prima più importante, dal momento che ci si può aspettare che, sulla base delle attuali ricerche della chimica, un giorno si possano creare fabbriche per la produzione artificiale di materiale umano”, ma soprattutto perché la sua identità è data dal ruolo che egli occupa nell’apparato tecnico di appartenenza, il suo scopo è nel raggiungimento degli obiettivi programmati dall’apparato, e la sua capacità è misurata dal grado di efficienza e di produttività che sono gli unici valori riconosciuti dalla tecnica.” (Umberto Galimberti – Heidegger e il nuovo inizio)

 

Tecnologia e tecnica hanno invaso subdolamente tutti i campi di attività e realizzazione dell’uomo; alla ragione la tecnica ha assegnato il principio del calcolo economico dei mezzi in funzione dei risultati attesi: l’efficacia è diventata l’unico criterio di valutazione della verità e il pensiero è diventato ‘pensiero calcolante’. Gli errori della tecnica non la compromettono, come succede alle ideologie, ma la spingono alla autocorrezione.

La politica, che assegnava i fini alla tecnica, oggi è subordinata alla economia i cui investimenti dipendono dalle risorse tecnologiche. Il processo decisionale è invertito: le determinazioni politiche dipendono dalle decisioni del comitato tecnico scientifico che attinge le sue informazioni dal sistema tecnico di rilevazione dei dati.

Il tempo, che la religione misurava nella indefinita attesa di realizzazione dell’annunciato, oggi è il tempo progettuale, breve e definito che intercorre fra il reperimento dei mezzi e il raggiungimento dei risultati previsti. Non è più un riferimento assoluto ma una dimensione, come lo spazio. La storia, narrazione che ordina l’avvenuto in una trama di senso, è abolita in favore di una memoria tecnica fatta di momenti proceduralmente superati, atti ad un perfezionamento finalizzato all’autopotenziamento della tecnica.

La natura, non più ambito né dominio dell’uomo, diventa fonte di alimentazione dei processi tecnici e luogo di raccolta dei suoi scarti, e in questo mostra la sua vulnerabilità, della cui responsabilità l’uomo è assolutamente impreparato a raccoglierne il dovere.
E infine la condizione umana, messa fuori gioco dal rigore razionale imposto dalla tecnica che non prevede nel suo operato elementi ‘irrazionali’ come l’amore, il dolore, la fantasia, l’ideazione, il desiderio, il sogno.

Quale posto rimane allora per l’uomo?

Se la tecnica si sta prendendo tutto, senza più scopo che senso ha la vita?

Lo scopo, il senso, lo ricercano tutti i pensatori di professione e non solo. Sono in molti a chiedersi perché continuare a strappare foglietti del calendario: per arrivare dove?

Per i nichilisti tutto è un inganno, dietro cui non vi è nulla e nessuno scopo. Non rimane che vivere il presente fino al momento di “buttare la coppa sul pavimento”, come si propone Ivan Karamazov. Ma il passo successivo del pensiero è degli esistenzialisti che ricercano il motivo che definisca, giustifichi e finalizzi l’esistenza.

E al di là della resa incondizionata, come quella di Pavese suicida, si trova sempre, nel buio dei giorni senza scopo, la fiammella breve di una compagnia che, attorno al tavolo di un’osteria campagnola, intona canti che mascherano il fragore dei bombardamenti della vicina Torino (v. C. Pavese – “La casa in collina”). O il silenzio, o il mormorio di preghiere, ritrovati all’interno semibuio di una piccola chiesa, assieme all’odore di incenso che evoca estasi ormai lontane nel tempo.
Il senso della vita lo stiamo ancora cercando, ma nel frattempo sono le fiammelle brevi ma intense che ci permettono ancora di camminare.

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