Ho conosciuto Macalda di Scaletta senza Instagram ne’ reality show e vorrei sottoporla come “influencer” sperimentale in contrasto con una stagionata interpretazione del “gentil sesso”.
Ambiguo e urticante l’accostamento dell’aggettivo “gentil”, necessariamente corrispondente al femminile secondo l’uso idiomatico diffuso; esprime il riconoscimento positivo di doti di raffinatezza e armoniosità del corpo, insiste sugli stereotipi connessi ai modelli femminili tradizionali, che richiamano tanto virtù come docilità, amorevolezza, propensione all’ accoglienza a garanzia di una sana area di confort.

Un mix scollegato che definisce insomma tutte impeccabili doti per super eroine, un po’ decontestualizzate, sulle quali si ripongono aspettative arrangiate. “Donna” al singolare mi sembra un comodo rifugio statico più che una via di fuga da dogmi valutativi che, con banalità nauseabonda, rimarcano la dimensione subalterna della vita della mulier produttrice di ovuli. Quindi propongo di convertire in “donne”, al plurale, per dare un’idea più caleidoscopica: la donna non è un concetto astratto avulso da significante, è un entità concreta. Non è nemmeno un nome collettivo, siamo una pluralità di differenze distribuite sincronicamente su sei continenti con una diacronia risalente alla preistoria, dall’ominide Lucy ai sistemi rudimentali di tessitura, passando dall’avanguardismo egizio a proposito di parità e assegnazione dei nomi propri femminili, e poi le donne ateniesi spose o prostitute, le più libere spartane dedite al canto e alla danza, le romane “in manu” senza nome proprio (condizione che abbagliò anche la società del XVIII secolo), nel medioevo le donne senza anima e poi le prigionie nei conventi, l’8 marzo, il ’68 e le veline con la mortificazione di ogni sforzo evolutivo.

Tra tutte queste voci, ho ascoltato quella di Macalda di Scaletta, una nostra conterranea, antesignana per la parità fra uomo e donna, paradigmatico emblema di inaspettata e inconsueta emancipazione femminile in una società tardo medievale, ignorata finché Dora Marchese, una bravissima studiosa catanese di letteratura, storia e costumi siciliani, che ho conosciuto e apprezzato durante gli anni dell’università, l’ha riconsegnata alla nostra memoria con l’interessantissimo saggio “L’epica della passione-La Sicilia di Macalda Scaletta, Lisa Puccini e Gammazita” edito da Carthago. Considero questo lavoro una fonte di curiosità indotta dalle argute ricerche che serba sorprese sulle varie incarnazioni della protagonista, difatti ritroviamo la figura di Macalda sia nella leggenda popolare catanese del pozzo di Gammazita:

«Un giorno il giovane, vista la bella Gammazita intenta a ricamare dinanzi alla soglia della sua casa, se ne innamorò perdutamente. Il sentimento di Giordano e Gammazita provocò l’ira e la folle gelosia di Macalda che, accordatasi con il francese de Saint Victor, tese loro un tranello»

sia tra le pagine del Decamerone in cui su Macalda sembra specchiarsi Lisa Puccini, probabilmente giunta all’orecchio di Boccaccio tramite la tradizione orale che ne tramandò le vicende. Tutti profili accomunati da arguta intraprendenza che fanno di lei uno straordinario orgoglio insulano, abilmente incastrato in un panorama popolato da uomini guerrieri e gentili donne di cui sopra; Macalda fu un donnone anticonformista nella Sicilia angioina e aragonese, cortigiana «fashion» che ammaliava con la «vivacità e l’immodestia degli abiti» da lei sfoggiati, e sceglieva i «tronisti» angioini intontendoli spudoratamente con la sua grazia avvenente, che spopolava durante la rivolta dei Vespri. Ma lei oltre ad essere sorda alla morale imperante era scaltra e l’obiettivo, più che collezionare followers, era quello di catalizzare un percorso spettacolare che dalla miseria ascendesse alla conquista di titoli nobiliari da ostentare, per ottenere diffusa popolarità con il suo femminismo ante litteram, espressione di donna smisuratamente spregiudicata e «avventuriera»

Dora Marchese ci offre il ritratto ben definito di una donna abile nell’uso delle armi disinibita nei costumi anche sessuali, amante dei trasformismi, fiera del suo fascino androgino, collezionista di matrimoni, attivista durante i moti Vespri ed infine internata nel carcere messinese di Matagrifone dove affinò il suo talento di giocatrice di scacchi.
E’ stata proprio la passione con cui Dora ha studiato il caso, che mi ha stimolato un’impastata riflessione, partendo proprio dalla damnatio memoriae di una trasgressiva giocatrice di scacchi che ripresenta un’abile megera con la spada attorno a cui si nebulizza qualsiasi svilimento sessista, grazie alla sua enorme capacità di ribaltare (metaforicamente) l’andamento di una partita. Santi Correnti ci dice la verità:

il gioco degli scacchi … fu praticato in Sicilia anche dalle donne, come è attestato dal famoso episodio di Macalda, l’ambiziosa e intrigante moglie di quell’ Alaimo da Lentini che fu uno dei principali protagonisti dei Vespri siciliani, che durante la sua prigionia nel castello di Matagrifone di Messina, giocava a scacchi con l’emiro Margan Ibn Sebir, prigioniero di re Pietro III d’Aragona”.

Macalda morì intorno al 1305 e finalmente dopo secoli di silenzio che hanno avvolto la sua figura, nel 2015 la piazza di fronte al castello in cui visse a Scaletta Zanclea è stata intitolata a lei, con una cerimonia di inaugurazione de «Le donne non perdono il filo»
Nel momento in cui la sua notorietà inizia a scemare, i movimenti di emancipazione si sono mobilitati per restituirle la stessa notorietà di cui godeva nella società ottocentesca, nella quale ispirò opere letterarie e melodrammi e per far si che la simpatica Macalda possa servire come punto di riferimento per affinare un sommesso slancio vitale.

Mi chiedo se il suo attivismo possa vivacizzare le menti di chi ancora non ha capito come gratificare una ricerca di identità, perlomeno in questa fetta di mondo in cui stiamo riuscendo a scorgere l’ingresso; potrebbe essere dunque considerata un’icona per quella categoria che sa ascoltare senza smania di condividere a tutti i costi un modo di essere riciclato, in uno spazio tempo in cui ogni cosa è sovvertita, persino l’orgoglio di autoaffermazione, tanto ambita nei secoli dei secoli, a dispetto di un soffocamento antropologico ad opera di quella cerchia di giovani donne italiane, anonimamente fascinose, con un’inclinazione social o di quel gruppo orgogliosamente siculo che continua a svuotarsi di memoria storica, servendo ancora la tradizionale idea di amara prevaricazione maschilista.

Minima moralia