Sulle tracce di Pirandello. Chiacchierata con il Maestro

Partito alla volta di Roma, sono arrivato che la giornata non poteva essere chiù luminosa. Ho preso il 19 e, dopo appena venti minuti, sono sceso a Trastevere. Trovare via Lumiere numero 15, roba di un minuto; è una di quelle vanedde che portano a piazza Santa Maria in Trastevere. Qui, al sesto piano, in una palazzina rosa elegante con un ingresso discreto vive Andrea Camilleri.

Acchianai che manco mezzogiorno era, l’androne era o’scuru e friscu. Ma soprattutto silenzioso. Rosetta me l’aveva anticipato, mi disse che non volava una mosca nda vanedda.

Il cuore mi calciava in petto che solo Dio lo sapeva, io che incontravo Camilleri, vadda. Ero sicuro r’accucchiari figure di manzo, che le domande mi sarebbero arrestate in gola, che mi sarei dimenticato tutto e sarei rimasto a taliallu babbu come uno stoccafisso.

Mi aprì proprio Rosetta, una signora con fascetta blu che teneva i capelli. Mi sorrise e mi accolse come se mi conoscesse già, con una familiarità che manco mia madre. Si scusò subito per Andrea che non poteva ricevermi perché praticamente non ci viri chiù, solo ndi sogni talia.

“Non si preoccupi, signora” risposi, “accussì mi allenta l’agonia”.

Io non ho mai visto tanti libri in vita mia, e stavo ancora nel soggiorno. La casa pareva piccola e invece era un continuo di corridoi, dove pensavi che finiva, c’era un puttuso e si continuava a passiare.

Appena arrivati allo studio di Camilleri ebbi quasi un mancamento. Che veramente non era tanto l’emozione ma u ciauru di sigarette. La stanza era appestata e lui, il maestro, l’ho visto di spalle: era seduto che teneva tra le dita la sigaretta fumante. Non era lì perché normalmente stava lì, era lì perché aspettava me, il sottoscritto che avevo fatto tutta sta sciada per parlare di Pirandello.

Rosetta mi introdusse dicendo che era arrivato Aggiano, “Adriano” precisai. “Aggiano, Aggiano, e io che ho detto?” interloquì.

Io avevo il cuore in petto. Camilleri si furriò lentamente e sfoderò un “buongiorno Aggiano” che mi accapponò la pelle. “Maestro, è un piacere” dissi stordito.

La voce arrochita, occhio vispo, appesantito,un maglioncino che gli cingeva il mento, “s’accomodasse” mi disse indicandomi il tappeto. La sedia era bella che pronta per me, sul tavolo una bottiglietta d’acqua, un posacenere cu na para di muzzicuni, e tutto intorno libri, libri, libri che davano la sensazione di affogarci. Rosa, finalmente sistemati, tolse il disturbo.

“Maestro” iniziai “sono onoratissimo, io, qui, lei, noi, non so da dove iniziare”, cercai di raccogliere pensieri, dire poco ma dirlo pulito. “Ho una rivista, il Gruppo di Polifemo che si occupa…” e dissi di che si occupa, lui ironizzò su Polifemo, tipo coetanei e tutte due ciechi. “Volevo scrivere un articolo su Pirandello uomo, ecco, non artista, semmai è possibile una distinzione” c’ero riuscito a dirla d’un fiato e senza strafalcioni, “lei che è ancora in vita…” si mise a ridere, le gote si rutilarono, tossicchiò, “ancora pì poco, dici” commentò. “No, non volevo dire questo…cioè, lei conosceva bene Pirandello”.

Il Maestro aspirò una lunga boccata di sigaretta, scandagliò ricordi e immagini, poi attaccò con quella voce che pareva emergere dagli abissi “io, Pirandello, l’ho visto una sola volta nella mia vita, non posso dire di conoscerlo, però ho scoperto con sommo piacere che siamo imparentati. Lui è in sostanza il cugino di prima di mia nonna paterna, Carolina Morello. U iornu che l’ho conosciuto ero proprio a casa della nonna. Era il 1935, l’anno appresso del premio Nobel, io avevo dieci anni. Eravamo a maggio, verso le tre, io stavo iucannu al piccolo chimico. A un certo punto bussarono alla porta, mi recai ad aprire e mi trovai longo e asciutto uno che pensai fosse un ammiraglio. Sai, no? feluca, mantellino, lo spadino e tutti i cosi d’oro. Quella invece era la divisa di accademico d’Italia. Sto signore mi rissi subito “e tu cu si?” “Andrea Camilleri, sono” rispunnì. “tua nonna Carolina è in casa, Andreuzzu?” “sì” ci dissi “ bene, dicci allora che c’è Luigino Pirandello che la vuole salutare”. “Trasissi allora”. Io non capivo, andai da nonna e ci rissi che all’ingresso c’è un ammiraglio che dice di chiamarsi Luigino Pirandello. Minchia, mia nonna urlò dalla contentezza. Si buttò dal letto e cominciò ad urlare madonna, madonna, arrivato è, arrivato è. A sto punto, visto che non stavo capendo nulla, arrusbigghiai magari i miei genitori, e pure loro, appresa la notizia, corsero all’ingresso urlando madonna, madonna è arrivato. Li trovai tutti in cerchio, beddi, l’ammiraglio e mia nonna che si abbracciavano, lei che piangeva e lui che ci batteva una mano sulla spalla”

Mi mise una mano sulla spalla e il cuore mi salì in gola. Avevo la salivazione azzerata e avrei voluto parlare il meno possibile. Astutò il mozzicone e riprese senza aspettare la mia domanda,

“I rapporti tra la mia famiglia e quella di Pirandello, a dire il vero, si perdono nella notte dei tempi. I nostri nonni erano tutti e rui commercianti di zolfo e proprietari di miniere. Esiste un bellissimo basso di zolfo, che è un foglio di carta dove si registravano chi e quanto zolfo si prelevava che porta la firma di me paci, Giuseppe Camilleri, e Stefano Pirandello suo padre. E non solo, tanto mio padre quanto Pirandello hanno contratto quelli che allora si chiamavano matrimoni di zolfo, cioè erano matrimoni concordati con cui si soddisfacevano reciproci interessi economici. Quello di mio padre, fortunatamente, si rivelò un matrimonio con tutti i crismi, l’amore venne insomma, quello di Pirandello fu funestato dalle disgrazie che investirono la moglie”.

Non conoscevo questa storia, “di cosa stiamo parlando?”, domandai sincero, il Maestro trasse una sigaretta che furriò nda l’aria un paio di minuti prima di addumarsela. Si schiarì la voce, semmai aveva da schiarirsela e continuò,

“Maria Antonietta Portulano, bedda figghiola, ca purtroppo non ci stava bene con la testa. Aveva continue crisi isteriche dettate particolarmente da una gelosia patologica, gelosia che manifestava anche nei confronti della figlia Lietta per l’eccessivo tempo che trascorreva con il padre. Bene, dopo il crollo finanziario che subirono le rispettive famiglie, che portarono i Pirandello sul lastrico, i cosi peggiorarono irreversibilmente. Se da un lato Pirandello, per sbarcare il lunario, si mise a scrivere ogni notte le famose novelle che svendeva alle diverse riviste, dall’altra la vita con la moglie era diventata insostenibile, il disagio mentale, poi acutizzato quando Stefano, il figlio, partì per la Grande Guerra. Fu infatti nel 1919 che Pirandello si decise a farla ricoverare in una clinica per malattie mentali, sulla via Nomentana. E lì vi restò fino alla morte nel 1959”.

Era tutto chiuso e sudavo che m’affrontavo a confessarlo. L’odore era pregnante, intenso, misto di fumo, di libri e d’antico. Mi sentivo come se gli stessi rubando troppo tempo, ero pur sempre un emerito sconosciuto che aveva pressato per incontrarlo. Era il momento di un’ultima domanda, era l’una passata, c’era ciuaru dalla cucina di soffritto che mi diceva di stringere.

“Sono passati più di ottant’anni dal premio nobel di Pirandello, che si può dire?” chiesi sommessamente,

“ottant’anni passanu! Devi sapere che la casa editrice francese Gallimard ha pubblicato un grosso volume, tipo accussì, con tutti i discorsi che i laureati al nobel hanno tenuto all’atto della consegna del premio. Alcuni sono bellissimi come quello di Faulkner. Fra tutti mancava quello di Pirandello. Cosa ca m’incuriosì e m’informai. Niente, Pirandello quel giorno si limitò a fare un inchino al re di Svezia, ritirò il premio e tornò al suo posto, senza dir nulla, neppure una frase di circostanza. La mia ipotesi è che Pirandello, in quanto accademico d’Italia, dovendo affrontare un discorso ufficiale avrebbe dovuto a rigor di logica citare il fascismo, ma lui nel ‘34 era una persona totalmente diversa da dieci anni prima, quando aveva chiesto l’iscrizione al partito fascista. Idee ben lontane, ben definite nel suo lavoro il Gigante e La montagna. Questa omissione tuttavia non passò inosservata. Al suo rientro infatti, a Roma, nella Stazione Termini non c’era alcun rappresentante dello Stato a riceverlo, a tributargli i dovuti onori, nessuno. Soltanto i suoi vecchi amici: Massimo Bontempelli e Corrado Alvaro”.

Sulla scrivania alle mie spalle c’era la sua macchina da scrivere e la sua ultima fatica, il libro dedicato alla nipotina Matilde. Mi confessò che non scrive più picchi non ci viri, fin quando riesce detta i suoi pensieri a qualche ragazzo di buona volontà. Lo ringraziai allora con le lacrime agli occhi, ci stavo lasciando il cuore lì dentro pompare ammirazione. Strinsi la mano al Maestro, era delicata ma energica. Lui rireva sempre cu da voce roca. “Salutami a Polifemo” disse e così mi congedò.

About Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.

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