Medichesse Sapiens

Articolo di Ombretta Costanzo

Il compito della donna nella comunità preistorica era quello del “prendersi cura”, in primis accogliere la vita quindi allevare i figli, curare malati e anziani oltre a raccogliere le erbe, aver cura degli animali, ecc.. insomma tutto quel carico di lavoro fondamentale al mantenimento della stirpe. Questo è ciò che so a grandi linee ma vorrei approfondire l’identità di una qualsiasi donna preistorica, studiare etica e collocazione di una mulier sapiens…forse lo farò, non adesso. Oggi propongo un puzzle di informazioni su qualche donna “addottorata” che esce allo scoperto sincronizzando pagine web e navigando nei secoli.

Mito, leggenda e storia ci tramandano curriculum di donne con ruoli diversissimi e spesso legati alla cura e alla salute: la dea, la pitia, la maga, la levatrice, la cosmeta, l’erbaria, la sacerdotessa, la vestale, la badessa, la santa, l’alchimista, la strega…e addirittura “la medica”, tutti profili diversi di una stessa persona.



L’evoluzione della società deve per forza riconoscere un tosto contributo alle donne, pilastri sociali che sin dall’era in cui non era contemplato il sapere scritto, facevano tesoro dell’osservazione e soprattutto dell’esperienza. Dunque questo “aver cura” si traduce in una panoramica di ruoli che hanno ricoperto tacitamente le donne per secoli patinandone la professionalità propria di “curatrici”.

Nonostante l’excursus, sebbene rapido e approssimativo, ci ricordi che fino alla metà dell’Ottocento le uniche attività permesse alle donne, all’interno della medicina ufficiale, erano quelle di levatrice ed infermiera, scopriamo una serie di profili, a dispetto anche di una certa critica storica e delle religioni patriarcali in cui il sapere medico femminile era avvolto dal mistero, che figurano come “magistra” e “sapiens”. Chissà quante “mulier sapiens” erano mediche!

La lingua greca prevedeva il termine femminile di “iatros” (medico).

Anche in latino si declinava ”medico/a”: la forma “medica” : nel “Dizionario della lingua italiana” di Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini come..”s.f. di medico” con il significato di “Donna che esercita la medicina o ha una certa pratica nella cura delle malattie o che si dedica a curare una persona malata o ferita”.

Talvolta scrivo “medichessa” perché mi piace il suono. Il termine “Medichessa” non proprio riconosciuto né dibattuto soprattutto quanto attualmente, è attestato raramente e quasi sempre in modo ironico. “s.f. di medico, ed è nome per lo più detto per “ischerzo” con un rimando alla forma “medicatrice”.

Dalla lettura di vari documenti ho appreso che la prima figura di medica risale al 2700 a.C., tale Merit Ptah, scienziata e fisica egiziana dotata di entrambi i saperi fondamentali della sua società: filosofia e medicina, praticamente la cura dell’anima e del corpo.

Ho letto di una certa Cleopatra (I sec. d.C.), ginecologa romana nonché un’ “herbaria” proveniente dalle campagne, custode di quella cultura femminile che la identifica come curatrice attraverso i rimedi della natura.

Nel V – VI secolo d.C. scopro che Metrodora, levatrice bizantina, propone rimedi per il benessere femminile legati all’uso specifico di erbe, spezie ed essenze naturali. Anche a lei si attribuiscono ricette medicamentose di carattere ginecologico, fino alla cura delle patologie gastriche, l’arte della cosmetica, dalla profumeria all’estetica con particolare riguardo al seno, febbre, malaria, emottisi, traumi e reumatismi e persino di problemi maschili.

Trotula, medica “ricercatrice” invece, entrò a fare parte di quelle studiose che insegnavano ed erano attive nella Scuola Salernitana, la prima più importante istituzione medica d’Europa nel Medioevo. A Trotula viene anche dato il merito di aver creato un sapone intimo che grazie all’aggiunta di petali di rose aveva un forte potere antibatterico.

In Sicilia, tra il 1300 ed il 1400, esistevano delle medichesse che si dedicavano soprattutto alla cura di altre donne, quasi tutte ebree, ostetriche e ginecologhe. Mi sono chiesta come mai fossero ebree e tutte concentrate su studi ginecologici.

In quegli anni uno dei problemi maggiori per le ebree era la “perdita della verginità” prima del matrimonio, la paura della “Ketubba” era tanta: il ripudio in questo caso sarebbe stato l’unica soluzione così cercavano di rimediare, provando a ritrovare la verginità perduta, affidandosi alle mani delle mediche che, grazie alla chirurgia plastica molto in voga nella letteratura medica di quegli anni, riuscivano a “ricostruire” la parte fisica compromessa.

Probabilmente un arguto escamotage per imprimere quel ruolo tanto ostico da ottenere; la partecipazione delle donne all’Università era molto temuta perché avrebbe portato ad un decadimento dei costumi e ad una preoccupazione legata al loro ingresso nel ruolo professionale che avrebbe causato un’ invasione post laurea, riducendo le possibilità occupazionali degli uomini, considerati per antonomasia depositari della cultura accademica e stizzosamente gelosi del successo femminile dovuto ad un impareggiabile “senso pratico”.

Intralciate da pregiudizi e preconcetti, tra il XIV e il XV secolo si delineano nella provincia etnea due delle figure più meritevoli di fama: la catanese Virdimura de Medico e la mineola Bella di Paija, medichesse attive in tutta la Sicilia.

Anche loro ebree, stavolta però impegnate nella “medicina fisica” la prima, nella chirurgia la seconda; si occupavano della cura delle malattie interne, di operazioni, di suture, di composizione delle fratture.

Stimata e famosa Bella de Paya di Mineo era brava, benvoluta e la sua fama arrivò addirittura fino a Bianca di Navarra, regina di Sicilia che ne autotorizzò l’esercizio in tutte le terre della Camera regia e ordinò a tutti i funzionare del Regno di esentarla da ogni ” angaria”.

Di Virdimura sappiamo che ottenne l’abilitazione e diventò una vera e propria “dutturissa” che fece del suo mestiere una missione, oltre ad esser stata la prima donna ufficialmente autorizzata ad esercitare la medicina e la chirurgia in Sicilia prediligendo i più poveri.

La fama di Virdimura non si è mai offuscata nel tempo, ma al contrario, come riconoscimento alla sua memoria è stato istituito, dall’associazione italiana eurodisabili, il “Premio Virdimura” pensato per donne benemerite nel sociale.

Donne e medicina non sono mai andate totalmente d’accordo nei vari secoli nonostante le fonti ci rassicurino su impegni e successi documentabili, additate come maliarde, spesso le mediche venivano isolate dalla realtà della medicina nonostante i pazienti, sia donne che uomini, riuscissero a fidarsi e ad affidarsi completamente alle loro mani.

Dopo il 1400, nella scuola salernitana, non si ebbero più donne medico e perché in Italia se ne addottorassero altre si dovranno attendere tre secoli.

Informazioni su Ombretta Costanzo

Ombretta Costanzo si occupa di marketing operativo, ha una formazione universitaria umanistica con una laurea in Scienze della Comunicazione indirizzo editing. Gestisce da otto anni l' ufficio stampa di un centro commerciale impegnandosi nella stesura e veicolazione di comunicati stampa in testate giornalistiche locali, nonché redazione di articoli ed elaborazione di redazionali. Collabora con il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”.
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