MI CHIAMO CRISTIANO FERARRESE HO 44 ANNI E MI SENTO UNA PERSONA FORTUNATA di Cristiano Ferrarese

Recensione di Ombretta Costanzo

Una voce al megafono che gioca con i timpani tra le “strofe” di questo libro graffiante e intenso, presenta Mi chiamo Cristiano Ferrarese, ho 44 anni e mi sento una persona fortunata, Galeone editore.

C’è un po’ di malinconia ricoperta da una glassa di sarcasmo con cui l’autore organizza la struttura della sua vita e delle sue pagine, pregne di informazioni incisive e finalizzate a convincere il resto del mondo a cui però forse non sente di appartenere. Con acuta determinazione dirige un monologo su cui si intrecciano umori e sensazioni che hanno reso Cristiano indipendente e audace, consapevole di quanto sia difficile realizzare la propria dimensione nella realtà economica e sociale italiana, continuando tuttavia a fare di tutto: libraio, insegnante, badante, portiere d’hotel, in interrotta spola tra Italia e Inghilterra.

I suoi abiti sono cuciti con amarezza di cui sa però disfarsi in modo psichedelico, sfoderandosi talvolta da sfiducia e rassegnazione per affidarsi al suo invincibile senso pratico. Accetta in ogni caso con dignità e coraggio la condizione di emigrato a Bristol dal punto di vista di chi approda da ospite, capace di osservare differenze e somiglianze su cui arrovella piccole metamorfosi e grandi adattamenti.

“Usare la bicicletta è una metafora perfetta della vita. Si pedala. A lungo, Si sale, è faticoso, bisogna alzarsi sui pedali, le gambe sembrano deboli, si resiste, bisogna farlo, poi arriva la discesa, è un altro tipo di fatica, bisogna stare attenti a non cadere”

Con toni ruvidi scrive dell’indignazione per l’Italia, “paese piccolo piccolo”, che lo ha costretto ad esiliarsi, da buon mantovano, senza autocommiserazione e decidendo di dimenticare sia gioie che dolori sul ponte di una nuova vita.

La sua emigrazione ha qualcosa di passionale e umoristico e ogni orizzonte introspettivo che ne consegue ha per cappello un titolo di canzone e un nome di artista che accarezza armonicamente il singhiozzo a cui non può sottrarsi: Cristiano incide i suoi affanni in una compilation di brani musicali variopinti che incorniciano ogni capitolo con meritata attinenza.

Mi è venuto in mente Gaber con i suoi pamphlet contro le nefandezze e i nonsense dell’Italia, sebbene in immutabile attaccamento materno a una patria che partorisce ma non nutre. Ricorre a De André per un ritornello che riaccenda le sue doti da intellettuale filosofo non esente da polemiche ed interventi silenziosi:

“Intellettuali d’oggi, idioti di domani, ridatemi il cervello, che basta alle mie mani”

Nel dubbio che l’autore accetti l’intromissione di qualcuno nella costruzione della sua linea ferrata, abbraccio il suo testo brillante e scanzonato e faccio buon uso di questo tagliente insegnamento rivolto ad una fetta di società che potrebbe inglobare chiunque non si arrenda e si liberi da condizionamenti esterni, accennando una risata orgogliosa e maldestra.

“Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio”

Informazioni su Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.
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