Debole o forte, nelle tragedie e nei miti psicoanalitici

Nella società 2.0 parlare di debolezza può risultare assolutamente demodè.
Viviamo – o sentiamo di vivere – sotto l’egida dell’efficientismo più sfrenato e selvaggio che ci vuole rapidi, operativi, performanti, socialmente seduttivi ed emotivamente controllati.

Anche ai più piccini spesso, a scuola come in famiglia, viene richiesto un comportamento adultomorfo, un rendimento soddisfacente financo, talora, una pseudo autonomia.

Chiaramente, tutto a vantaggio (ma è solo un’apparenza) degli adulti che, in tal modo, si sentono sgravati dall’impegno, certamente faticoso, richiesto da un accudimento adeguato.

Li vogliamo, questi piccoli, impavidi, produttivi, possibilmente che non piangano molto, ordinati, organizzati nel gioco, aperti alla relazione ma anche in grado, all’occorrenza, di restare da soli.

Il minimo richiesto consta in un surrogato di realizzazione mancata ai genitori, come se avere figli che piangono, che provano a fare i capricci, che hanno paura e sono timidi, che qualche volta non vogliono andare a scuola, fosse, non tanto una cosa naturale e umana, quanto un segno lapalissiano – una lettera scarlatta sul petto o una stella di David sul braccio – dell’inettitudine genitoriale.
Bambini dunque efficienti e intellettualizzanti.
Ma – c’è da chiedersi – dove finiscono le emozioni e, soprattutto, che fine fa la fragilità insita, per antonomasia, nei più piccoli?
Verrebbe da commentare che non è più tempo per don Chisciotte e Sancho Panza!

Questa grave forma di rinnegamento della fisiologica debolezza umana – che denota il nostro modo di vivere e d’intendere i rapporti, e che, a mio avviso, incide in modo rilevante nell’insorgenza della sofferenza psicologica – è lo stesso che contrassegna l’approccio imperante e muscolare con cui, oggi, vengono percepiti gli immigrati.
Costoro, sia che fuggano da uno scenario di guerra, sia che provengano da paesi poveri ed economicamente sottosviluppati, costituiscono una “categoria” oggettivamente debole.

Eppure, l’incapacità di riconoscere e intercettare, dentro di noi, il nostro substrato comune di debolezza e fragilità, di bisogno e mancanza, ci pone nella condizione di non riuscire a leggere (altro che intelligenti!), nel padre che migra col figlio dentro la valigia, un desiderio di sopravvivenza disperatamente umano.

Non solo; gli immigrati, proprio per la debolezza e la miseria umana che incarnano – da noi occidente performante rimosse – sono divenuti l’oggetto che si teme, che fa obbrobrio, che uccide e stupra: insomma, il persecutore da cui difendersi.
E, allora, ecco che la paura e la fragilità, cacciate via da una finestra del nostro mondo psichico, ritornano in scena. Ma, anziché come un fatto psichico interno, vengono intese come un fatto esterno, di realtà esterna, rispetto al quale vengono messe in campo misure di controllo e protezione analogamente esterne, di marca repressiva e poliziesca.

Mi viene in mente un ricordo di qualche anno fa nella splendida Istanbul. Mentre passeggiavamo, tra le meraviglie di Sultanahmet, incontrammo, inginocchiati su un marciapiede, una famiglia: padre, madre e due bambini, siriani, che chiedevano la questua. Non potrò mai dimenticare la dignità e l’eleganza di queste persone, composte e decorose nell’atteggiamento. Era evidente che si trattasse di una famiglia che non scappava dalla miseria, ma dalla guerra. Una famiglia “normale”, possibilmente benestante per come appariva ai nostri occhi, la cui vita si era modificata, improvvisamente, in modo radicale e tragico.

La programmazione del Teatro greco di Siracusa, che mette in scena, per quest’anno, le tragedie Edipo a Colono di Sofocle ed Eracle di Euripide, sembra un invito a riflettere sia sulla precarietà della vita umana, la sua caducità, la mutevolezza imprevista e talora irragionevole delle sorti umane, sia su cosa siano davvero la forza e la fragilità umana.
Attorno a questi temi si snodano, o si aggrovigliano, le vicende esistenziali controverse dei due eroi o, per meglio dire, dei due “eroi e antieroi”.

Sì, perché Edipo – che dopo l’ascesa quale re sfolgorante, aveva subìto il tracollo (reo di voler conoscere la verità sino in fondo), portando con sé la colpa del parricidio e dell’incesto, e per questo costretto ad abbandonare Tebe, giunto a Colono, viene invece accolto con onore da Teseo, re di Atene.
Qui Sofocle, oramai vetusto tragediografo al tramonto della propria esistenza, intende rappresentare la possibilità di riscatto e di riqualificazione del re caduto in miseria, solitudine e disonore. La redenzione, il ritorno alla casa dei padri; Colono, per altro, era la terra natia di Sofocle.
Il tragico e nefasto verdetto dell’Edipo re, ulteriormente aggravato dalla maledizione che aveva condotto allo scontro e alla morte dei suoi figli maschi, Eteocle e Polinice, con l’azzeramento quindi della stirpe, trova la sua riabilitazione.

Edipo, vecchio cieco e inerme, emblema della debolezza, reietto e cacciato via dalla propria città come capro espiatorio in un destino beffardo e doloroso, accompagnato claudicante dalla figlia Antigone, diviene portatore di una chance di salvezza, per sé e, soprattutto, per Atene.
E poi c’è Eracle di Euripide che ne mette a nudo l’umana fragilità e tenerezza, là dove avevano imperato forza muscolare e durezza caratteriale.
Irrompe, per contro, la poesia dell’eroe-persona che soffre, che piange, che si dispera in un acme di vergogna e dolore. Che ha una sensibilità, come una donna.

L’invincibile dalla forza bestiale e virulenta, l’eroe – ei fu – delle dodici fatiche, viene qui descritto non all’apice del potere e della gloria, bensì nel momento culminante della caduta, del sommo dolore tragico, di chi, reso follemente cieco dalla vendicativa signora dell’Olimpo, con un gesto inconsulto uccide la moglie e i figli amati. Saputa la verità inenarrabile del proprio gesto sacrilego, Eracle crolla letteralmente nello sconforto più profondo meditando il suicidio. Sarà, poi, Teseo a riuscire a consolarlo e a convincerlo a convivere col dolore e col lacerante sentimento di colpa da cui è invaso dentro.
Viene da domandarsi, allora, cosa è forte e cosa è debole, oggi.
E’ forte l’arroganza del potere, peraltro corrotto e incompetente dei nostri tempi?
La forza muscolare dei muri e dei respingimenti?
L’educazione all’efficientismo e al freddo controllo emotivo?
Oppure, la difficilissima capacità di stare col dolore più straziante e di attraversarlo, nel tentativo di trasformalo in qualcosa di più vivibile, così come l’idea di accogliere e di lasciarsi arricchire dalle potenzialità e dall’enigma della diversità?

La nostra terra, la Sicilia, da sempre crocevia di popoli in migrazione e in movimento per il mondo, è stata transitata, attraversata. Questo ha introdotto un humus di crescita artistica, culturale e sociale. Pur non di meno, siamo propensi a percepire ciò come aggressivo, intrusivo, pericoloso. A confonderlo col business, certamente diffuso e florido che s’ingrassa attorno alla tragedia degli sbarchi e delle morti in mare, ma che è altra cosa, piuttosto che cogliere la possibilità – contemplata nell’approccio all’accoglienza che ci ha sempre caratterizzati come siciliani – del poter essere fecondati, fertilizzati, cambiati dallo straniero.

Le sorti della vita possono subire deviazioni talora improvvise e sconcertanti, e le tragedie greche ne offrono costellazioni variopinte. Come è ben noto, Freud si avvalse, nei suoi lavori clinici e nei suoi studi scientifici, di alcuni miti greci per le loro caratteristiche di universalità di aspetti intimi ed eterni dell’umanità. I miti, infatti, si rintracciano in tutte le epoche storiche e in tutto il mondo.
Così Edipo, Elettra, Giocasta, Narciso e molti altri, sono divenuti miti psicoanalitici che aiutano a pensare – espandendo la conoscenza senza mai saturarla – dinamiche e accadimenti della realtà psichica degli uomini e delle donne.

La concezione che Freud aveva sviluppato in merito ai miti emerge, fra l’altro, dal carteggio con Einstein, del 1932, intorno al tema della guerra e al tentativo di individuarne le motivazioni più profonde e inconsce.
Qui Freud istituisce un parallelismo tra le costruzioni teoriche degli scienziati e quelle dei miti, nel senso che, così come le formulazioni scientifiche si fondano su ipotesi che, una volta dimostrate, non necessitano di ulteriori verifiche – tutt’al più vengono superate da conoscenze nuove ancor più precise o calzanti – analogamente, i miti sono architetture di conoscenza dell’intimo umano, precedentemente dimostrate, che non richiedono altra verifica.
Per contro, essendo dinamici, vanno studiati, conosciuti, ricreati. Un mito può accrescersi, modificarsi e arricchirsi, oppure deperire e scomparire.

Per Bion il mito collega il singolo al gruppo. Quando una persona parla o si riferisce, più o meno direttamente, a un mito, sta ribadendo – a se stesso e agli altri al contempo – la comunione di esperienze psicologiche, emotive, affettive e relazionali con il gruppo d’appartenenza.
Questa reificazione di significati profondi e comuni aiuta a rendere più intellegibili taluni eventi (sia del mondo psichico che della realtà esterna) e, in particolare, facilita il processo stesso di significazione.
I miti detengono quella grammatica che li rende comprensibili per tutti e in tutte le epoche; pertanto, la loro conoscenza costituisce, presumibilmente, un modo naturale di contattare gli aspetti più reconditi dell’animo umano. Il mito, grazie a questa sintassi di base comune, coadiuva l’intesa tra le persone, rafforzando anche il senso di appartenenza identitaria.

Nella sua funzione ponte – come proposto da Romano – il mito assolve la funzione psichica basilare di connettere a livello mentale l’individuo col gruppo, la parte col tutto. Consolida i legami mentali tra i vari aspetti di sé, tra l’idea unitaria di sé e le diverse sfaccettature della personalità.
Fa da collante fra l’idea di sé come individuo, come membro di una coppia e come componente di vari gruppi (familiari, professionali, amicali, sociali etc.) interni ed esterni.

Il mito è ciò che individua le radici, ciò da cui si proviene, ciò con cui ci si identifica, ciò che presentifica le aspettative e potenzialità. Questo spiega la cruciale importanza e utilità della mitopoiesi. Ciascun bambino dovrebbe nascere a partire da un mito creato dai singoli mamma e papà, della coppia genitoriale, del gruppo familiare e sociale di riferimento.

Il mito aiuta a sapere chi si è. Nella mia pratica clinica, noto che ciascun paziente porta con sé un mito sulla propria nascita e le proprie origini spesso negativo. Origini psichiche ed affettive che affondano le proprie radici in un concepimento mentale distorto da parte dei genitori, o, per lo meno, così percepito e rappresentato, con immensa sofferenza, nel loro vissuto.

Abbiamo bisogno di occuparci dei nostri miti, di nutrirli, espanderli di pensabilità, perché, auspicabilmente, costituiscono un antidoto al processo imperante di attacco ai gruppi e ai legami dentro i gruppi. Un antidoto anche rispetto alla deriva spersonalizzante dilagante.
Abbiamo bisogno dei miti perché la mitopoiesi assolve la funzione di mantenere la nostra vita interiore ancora viva e feconda.

About Luciana Mongiovì

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista. Lavora presso il suo studio a Catania con pazienti adulti, adolescenti e bambini. Tel. Studio 095/090 26 06

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