Morte a credito di Louis Ferdinand Celine

Morte a credito è il secondo romanzo di Celine. Ed è lui, Celine. O lo ami o… non ne parliamo neppure. In realtà, Morte a credito è il prequel, o l’antefatto, del suo primo lavoro, quello che lo ha consacrato: Viaggio al termine della notte. Solo quattro anni dividono le due opere, 1932, 1936.

Parlare di trama, qui, è arduo, non allineabile. Sono stagliati una profusione infinita di segmenti espressivi, emotivi, tragici, iperbolici, ecfrasici di un genio attento al linguaggio, allo stile. Al suono che producono le parole vergate con impudicizia e sfrontatezza.

Morte a credito è la torrenziale evocazione delle miserie che hanno avvelenato l’infanzia di Celine. Il periodo vissuto nel Passage Choisel, il quartiere in cui è cresciuto, un luogo contraddistinto nel suo putridume, come morte lenta fra la pipì dei cani, sterco, sgracchi e orinatoi senza uscita.

Il romanzo non ha conseguito il successo sperato. La critica e il pubblico più che divisi, erano occupati a pensare ad altro. A vivere altro. L’Europa era entrata in guerra. Ma al di là degli eventi bellici, o di una letteratura smagata, il linguaggio di Celine è duro da metabolizzare. Andrè Gide sosteneva che lo stile di Destouche, alias Celine, è di chi ha buttato una bomba contro l’edificio dell’umanità. Forse. Leone Trotsky pensava che lo scrittore avesse siglato quel patto che escludeva dal romanzo ogni eccesso stilistico, lessicale e emotivo. Sono vere entrambe. Vere e perfettibili.

Celine, quel che è vero, ha una scrittura disintegrata. Che non rispetta tempi, regole e convenzioni. Il suo è un parlato di pura invenzione che allunga i suoi aculei attraverso l’argot. Strumento con cui riesce a rivelare il suo odio, la sua rabbia contro l’umanità.

Un giorno si spiegò:

«Non sono tipo da messaggi, da idee, io. Ne è piena l’enciclopedia di queste idee. Io sono uno stilista. Un maniaco dello stile. Una cosa da nulla, una certa musichetta introdotta nello stile. Tutto qui. Sono l’ultimo musicista del romanzo. Il resto, immaginazione, creatività e roba del genere non mi interessano, non sono fatti per me. La lingua, nient’altro che la lingua. Ecco, l’importante. La foto non è il vero. Il vero si fa barando nel modo giusto. Se impugni un bastone e vuoi farlo apparire dritto nell’acqua, devi prima curvarlo. Se no, sembra rotto. Bisogna romperlo prima di immergerlo. È il vero lavoro dello stilista. Ci vuole grande sensibilità perché bisogno girare attorno all’emozione.Il principio non era il verbo, ma l’emozione. L’argot non si fa con il dizionario ma con le immagini nate dall’odio… Tutti hanno voluto imitarmi e nessuno ci è riuscito. Mi prendono per un primitivo, per un rozzo, invece sono raffinato. Un aristocratico. E quei cretini credono che improvvisi. Io so far ballare i tavolini e loro no»

I capolavori non si consigliano. Si leggono

 

 

 

 

 

About Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.

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