Il Gruppo di Polifemo

Nessuna donna sceglie la violenza

Il Gruppo di Polifemo ospita il punto di vista di Pina Ferraro Fazio, storica fondatrice del centro antiviolenza di Catania

    La violenza contro le donne è un argomento che fa tanto clamore e su cui si giocano vere e proprie azioni di propaganda. Se ne parla in termini di emergenza e i giornali utilizzano linguaggi, costruzioni simboliche e narrazioni, che non centrano il vero problema, ma contribuiscono, per contro, a rinforzare un concetto distorto del fenomeno: si uccide per troppo amore!

Un’attenta disamina della produzione normativa, nazionale e internazionale, potrebbe indurci a considerare il superamento, già da lungo termine, di ogni forma di discriminazione di genere; sappiamo, tuttavia, che non è affatto così.

In Italia, ancora oggi, per definire “i diritti universali degli esseri umani”, si adopera l’espressione “diritti dell’uomo”, come se le donne fossero una sottocategoria della categoria umana principale, declinata al maschile.

Occorre puntare, innanzitutto, su una nuova concezione della cittadinanza che superi l’universalismo neutro e astratto, e recuperi l’idea di uno statuto sessuato.

Secondo quanto rilevano i dati forniti dai centri antiviolenza, una donna vittima di violenza, prima di chiedere aiuto all’esterno, ha subìto “comportamenti” violenti per un arco di tempo di sette/dieci anni circa. In questo lungo periodo, solitamente, ha provato di tutto per porre fine alle violenze ed ha, verosimilmente, chiesto aiuto alla rete familiare, agli amici, talvolta anche ad avvocati, forze dell’ordine e servizi sociosanitari del territorio.

Qual è, allora, l’approccio più idoneo a supportare le donne vittime di violenza e i propri figli? Ma, soprattutto, qual è il modello organizzativo che meglio risponde a tale esigenza e che può produrre un netto calo della violenza di genere, anche attraverso un’azione preventiva e coordinata?

Offrire alla società una nuova lettura del fenomeno è un compito arduo, spesso affidato, purtroppo, solo alle operatrici dei centri antiviolenza. Sono loro che, attraverso un puntuale lavoro di rete, pongono in essere nuove tipologie di azione finalizzate alla presa di coscienza sociale della violenza, che non è assimilabile ai fenomeni di devianza e povertà, bensì il frutto estremo di uno squilibrio tra i sessi, così difficile da estirpare. A tal riguardo, ricordo che grazie alla costituzione di un’associazione di donne, nel 2001, si è avviato a Catania il primo centro antiviolenza, e, nel 2005, si è aperta una casa rifugio ad indirizzo segreto.

Ma come mai, ancora oggi, abbiamo bisogno di parlare di emergenza quando si affronta il tema della violenza di genere? Come mai i governi, che si sono succeduti nel tempo, non sono stati in grado di produrre un piano di azione nazionale efficace, facendo tesoro delle buone prassi emerse dai progetti pilota nonché dei progetti europei Daphne e dai non meno importanti, quanto inapplicati, protocolli di intesa sottoscritti dai vari Ministeri?

Ciò che si vuole rendere evidente è la necessità di nominare, adeguatamente, un fenomeno che pone le sue basi sulla diseguale ripartizione di potere tra uomo e donna. La violenza di genere è anche frutto di una società in cui si usa il nostro corpo nudo per pubblicizzare o vendere qualsiasi prodotto. E tutto ciò lo si vuole ritenere “normale” in una società ove le donne, da una parte, sono le prime a laurearsi conseguendo voti e percorsi formativi di alto livello e, dall’altra, ricoprono posizioni lavorative troppo spesso subordinate, vivendo quella sorta di ribaltamento della piramide che non ha ancora consentito, a molte di noi, di rompere il famoso tetto di cristallo.

Nessuna donna sceglie la violenza. L’esistenza di una “rete” – di cui il centro antiviolenza rappresenta una risorsa fondamentale – può fare la differenza, perché può impedire, talvolta, che una situazione di violenza si trasformi in una morte annunciata.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *