Articolo di Liborio Nice

Raccontare.  Raccontare la vita nella maniera usuale e più diffusa fra gli scrittori sembra non essere più sufficiente. Il racconto di una esperienza di vita, propria o altrui, reale o immaginaria, può arricchire la conoscenza della stessa ma non contribuisce, sostanzialmente, a migliorare l’utilizzo delle nostre innate capacità cerebrali.

Il caos della vita.  La vita non si manifesta come una retta su cui in sequenza sono allineati fatti legati dal rapporto causa-effetto. La vita è un insieme caotico di eventi non catalogabili, non ordinabili, ma entità autonome spesso slegate dal resto. Il ‘filo conduttore’ è un artificio del nostro cervello di cui ci serviamo per ordinare gli eventi al fine di capirli, di ricondurli ad uno schema di continuità, di commisurarli con modelli razionali che ce ne diano, per pregressa esperienza, una chiave di lettura sollevandoci dall’onere di nuove interpretazioni. Vorremmo che la vita fosse confinata nei limiti della usuale comprensibilità che scaturisce dal confronto con cose già a noi note. Ecco, però, che allora alcuni scrittori, rinunciando all’artificio della coerenza di un racconto, si liberano dalla limitazione della descrizione di un singolo evento e scrivono degli atomi di questa vita senza necessariamente – perché improbabile se non impossibile, individuare il momento in cui tali frammenti – ricombinandosi, possano comporre un’unica molecola di vita riconoscibile ed intellegibile.

Le parole.  Anche nel nostro esprimerci abbiamo, per formazione, la necessità di legare le parole e le frasi ad una realtà concreta e condivisibile. Ma se affidiamo alle parole il compito di manifestare il nostro pensiero nella sua forma naturale, la prosa che ne scaturisce si sgancia dalle usuali caratteristiche semantiche della narrativa per assumere una forma diversa. Possiamo, in questo caso, riconoscere nell’architettura delle espressioni l’attività cerebrale come si manifesta nei sogni: incompleta, incoerente e disconnessa da una realtà razionalmente plausibile.

L’entropia. Secondo la meccanica statistica l’entropia tende a crescere verso configurazioni ad entropia maggiore, che sono quelle con un grado minore di ordine. Se la scrittura segue le caratteristiche dell’universo, la sua naturale evoluzione è verso il minore ordine e coerenza. Gli ultimi due premi Nobel per la letteratura sembrano confermarlo. Liberate dal telaio della coerenza, prendono il volo la fantasia, la poesia, il pensiero libero da condizionamenti e la realtà diventa quella sensoriale, anche al di là dell’immaginabile o, semplicemente, del possibile.

Il filo conduttore.  Scrivere ciò che si pensa, si vede, si immagina, si ricorda; senza un filo conduttore. Nutrire il cervello di chi legge senza menù bensì avvalendoci di tutto ciò di cui disponiamo, dentro e fuori di noi. Se si esce dalla stanzialità nelle norme costituite, si comincerà a vagabondare, e ogni esperienza e conoscenza saranno nuove e motore di crescita.

Peter Handke – I calabroni.  Premio Nobel per la letteratura 2019, “Il romanzo rifiuta di lasciarsi riassumere, è composto da episodi che resistono a farsi ricondurre a un insieme coerente, è presentato da un titolo che non concede indizi per una risoluzione né la traccia per una univoca interpretazione. Volendo estrarre il nucleo, l’ossatura di un plot, si rischia di far svanire il fascino perturbante di questo mosaico narrativo”. Non vi è una trama specifica ma solo un contesto articolato, in cui, come in un dipinto di Bruegel, lo scrittore si esercita in un originale metodo per la descrizione scritta di una serie di immagini, pensieri, sensazioni, esperienze comuni e non. È tutto un ronzio… di calabroni!

«Non ho ancora dormito. Nelle onde dell’aria i rumori, ripetendosi e diventando più forti, s’infrangono contro la pelle ermeticamente chiusa, duri e freddi come teste di mosche. Li sento, mentre siedo qui, come rumori senza origine, separati dalla bocca, o da qualunque cosa sia, che all’esterno li produce. Poi c’è una grandinata di pietre nel vuoto in cui siedo; i rumori proiettano in avanti la testa, allontanandola dalla spalliera e facendola precipitare sul collo da grande altezza, tanto che nella lunga caduta della testa l’aria fischia alle orecchie.
Anche i rumori che prima si erano depositati sulla pelle ora penetrano nel corpo. Sono rumori che dapprima scivolano via, ma poi si abbarbicano alla pelle e di lì, penetrando più appuntiti e più duri, si conficcano ardenti nel corpo. Il rumore fonde la cera e infrange la stanchezza. Ora è così vicino che l’orecchio lo distingue come un suono che significa il mio nome. I richiami rialzano la testa dalla spalliera e staccano le mani dai braccioli della poltrona; sembrano ancora piatti; quando (adesso) la porta del corridoio si apre, si dilateranno in tutte le direzioni e invaderanno la stanza».

Olga Tokarczuc – I vagabondi.  Premio Nobel per la letteratura 2018, il romanzo si presenta come una raccolta di pensieri, episodi, racconti e altro, ad alta entropia eppure, al contempo, con un denso contenuto di informazioni.

«Il concetto fondamentale, “diceva”, è quello di costellazione, subito seguito dalla prima affermazione della psicologia di viaggio: nella vita, al contrario rispetto allo studio […] non esiste nessun primum filosofico. Questo significa che non si possono costruire una sistematica concatenazione causa-effetto di argomenti, né racconti con eventi che si susseguono in maniera casuale generandone sempre di nuovi. Si tratterebbe soltanto di un’approssimazione, come l’approssimazione della superficie terrestre che ci viene data dalla griglia di meridiani e paralleli. Al contrario, per dare una forma più precisa alla nostra esperienza, bisognerebbe suddividere il tutto in parti più o meno della stessa dimensione e sistemarle in spire concentriche sulla stessa superficie. Questa costellazione, e non una sequenza, è portatrice di verità».

E poi: PARLARE! PARLARE!

«Dentro e fuori, rispetto a sé e agli altri, raccontare qualsiasi situazione, dare un nome a qualsiasi stato; cercare le parole, misurarle, (…) prendere le persone per il braccio ordinando loro di sedersi di fronte a noi e ascoltare. Poi trasformarsi negli ascoltatori del loro “parlare, parlare”. Non c’è il detto: parlo quindi sono? Si parla quindi si esiste?
Per farlo, usare tutti i mezzi possibili, le metafore, le parabole, le esitazioni, le frasi lasciate a metà, non preoccuparsi se la frase si spezza, come se dietro al verbo si aprisse improvvisamente un abisso.
Non lasciare nessuna situazione inspiegata, non detta, nessuna porta chiusa; sfondarla a calci con una parolaccia, anche una di quelle che conducono a corridoi imbarazzanti e vergognosi, che sarebbe meglio dimenticare. Non vergognarsi di nessuna caduta, di nessun peccato. Il peccato raccontato viene perdonato. Una vita raccontata è una vita salvata. Non ci insegnano questo i santi Sigmund, Carl e James? Chi non ha imparato a parlare rimarrà per sempre chiuso in trappola».