Ed è subito Nobel. Salvatore Quasimodo

«Jean Cocteau è un emerito porco. René Char scrive di coglioni impagliati. Alberto Savino, un mediocre. Saba? È un cretino infinocchiato da Freud. Penna un grazioso pederasta. Montale una specie di pidocchio che si nutre delle proprie caccole»Non sono le parole di un hater dell’era facebukiana, o di un qualunque irrisolto detrattore, qui a commentare è il canuto Ungaretti.

L’acme livorosa la raggiunse comunque nel 1959 quando l’Accademia svedese gli preferisce, nell’assegnazione del Nobel, il modicano Salvatore Quasimodo. Brutta storia!In questa circostanza il poeta s’illumina d’invidia.

«Quel pappagallo, quel pagliaccio» scrive su una rivista francese. «a quel fascista di Quasimodo, danno il Nobel. Hai compreso la serietà di questo Nobel? La merda che è in realtà il Nobel»

Ora, aldilà delle ripetizioni che fanno molto licenza poetica, ci si immagina sempre i poeti con un aplomb ultraterreno. E invece, Ungaretti davvero spiazza.

Oggi quindi che ricorre l’anniversario di Quasimodo, ne approfitto per raccontare gli eventi così come si sono svolti. O così come sono stati passati al setaccio dalla cronaca.

La faccenda dei premi Nobel ha avuto sempre i suoi detrattori. Non manca mai chi dà fiato alla bocca o scraccia le dita, vedi i casi di Dario Fo, e l’ultimo di Bob Dylan. Su Quasimodo le vicende appaiono tuttavia più tortuose, ambigue. Più complesse.

Inverosimilmente, il conferimento del Nobel a Quasimodo suscitò molto clamore in Patria. Le solite storie, da bar a cineforum, che fanno gridare al complotto.Invero tutti, caldeggiati da Montale, e dalla sua pagina culturale del Corriere della sera, tutti – dicevo – si aspettavano che fosse Ungaretti a vincere il benedetto Nobel.

La questione non era di natura strettamente poetica. È vero sì che la poesia di Quasimodo, sin dal 1948, era molto apprezzata in Svezia, grazie alle ottime traduzioni e i tanti contributi critici che ne mettevano in risalto il valore universale e morale. Ma non fu determinante questo profilo.

L’Accademia svedese, infatti, nell’assegnazione del premio, è sempre stata sensibile al passato politico dell’artista. Ungaretti, a questo proposito, era noto come il poeta più rappresentativo del periodo fascista. Fu sicuramente l’unico a ricevere un sussidio fisso dal regime al quale riconosceva piena e riverita dipendenza.

Di Ungaretti, le cronache del tempo, ci restituiscono l’immagine di un vecchio burbero e furioso che non lesina contumelie, ai limiti della diffamazione, al collega siciliano. Riuscì a definirlo altresì – in un articolo apparso su una rivista francese – un’opportunista mettendo in dubbio il suo autentico antifascismo e la sua militanza di sinistra. Un modaiolo, insomma, ideologico!

A spulciare nel passato del poeta siciliano si trovano, a dirla tutta, altri figuri che gli riconoscono una certa frivolezza nell’assunzione di certe sue posizioni. Alessandro Quasimodo, figlio del poeta, ci racconta altresì di azioni denigratorie dirette a delegittimare l’antifascismo del padre.

In particolare ricorre sovente la storia di Icaro, pseudonimo del giornalista Ettore Mastrolonardo, che addirittura si finse, per lungo periodo, amico del poeta per estorcergli, o diciamo carpirgli, la sua vera identità politica.

Le conclusioni non furono per nulla adulatorie. Icaro, che di fascismo e razzismo ne era bulimico, affermò che il sangue italico di Quasimodo sarebbe stato inquinato dai suoi rapporti con donne di religione ebraica, e ciò avrebbe fatto nascere nel poeta sentimenti antifascisti e filo anglosassoni.

La risposta di Quasimodo a questo punto non tardò a pervenire nei versi di Parole a una spia. In questa il delatore poeta « Le spie non possono scrivere versi, | lo sai, né bere vino con gli amici, | né dire parole al cuore di nessuno.», augurandosi che «Nel Giorno del Giudizio» «la sua larva penzoli | da un filo di ragno nuovamente vivo.».

A questa babele, perennemente instabile, si aggiunge un altro elemento che, a mio avviso, confonde ancora di più perché investe il movimento poetico del periodo: l’ermetismo.

La poesia ermetica ha fatto sorgere il problema del rapporto con il fascismo. Per una critica, oserei, ottimista, l’ermetismo, – la sua purezza ed essenzialità – ha rappresentato una forma di resistenza blanda ma ferma al regime.

A fronte di una bolsa retorica che esaltava il regime, adornandolo di miti rozzi ma, a quanto pare, incisivi, i poeti ermetici opponevano, sul piano politico, un elegante disimpegno – interpretato come adesione – e sul piano letterario la rappresentazione di una poesia scarna, stringata, aristocratica, vulnerata da angosce esistenziali che le conferivano, a tal proposito, un tono elegiaco del tutto opposto a quello celebrativo e ottimistico a cui il regime condannava gli intellettuali al suo servizio.

Quale che sia la posizione di Quasimodo ha nella realtà un’importanza marginale. Rileva e suggella, a testimonianza dell’elusiva cripticità dei poeti, un verso di Pessoa,«il poeta è un fingitore, arriva a fingere così completamente che è capace di fingere che è dolore il dolore che davvero sente»

 

 

 

About Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.

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