Non ti voglio più bene…

racconto di Liborio Nice

Non ti voglio più bene… disse la mamma.
Ma che ho fatto?

Basta così poco per perdere il privilegio di essere amato dalla mamma?

E ora come farò a recuperare? Già mi sento solo, abbandonato: nessuno mi vuole più bene.
Mia madre lo faceva spesso. Metteva spesso in forse, nella mia mente ingenua di fanciullo, il suo amore.
Me lo dovevo conquistare giorno dopo giorno, attimo dopo attimo. Un attimo di distrazione e… “non ti voglio più bene”, oppure uno sguardo gelido, pietrificante in cui più nessuna traccia rimaneva dell’amore di prima.

Chiuse le comunicazioni. A seconda della sentenza di condanna mi era preclusa, per un periodo tanto variabile quanto imprevedibile, la possibilità di dialogare, di ottenere risposte alle mie domande di verifica. Mi sembrava di impazzire e cercavo qualcuno con cui parlare.

Ma chi mi avrebbe capito? Dovevo necessariamente recuperare il contatto, essere nuovamente amato e dopo… sarei stato molto, molto attento.

E così sono cresciuto. Col dubbio che potesse esistere un amore profondo, resistente agli errori, alle distrazioni, alle parole sbagliate. Sempre ponto ad assumermi la colpa degli amori falliti. Era solo mia… ancora una volta avevo fatto un errore fatale.

Ricordo che C. mi diceva: “L’amore è come una torta: ad ogni litigio o incomprensione ne va’ via una fetta. Alla fine non rimane più nulla”.

E questo mi terrorizzava. Vedevo le mie opportunità ridursi di volta in volta e, paradossalmente, ad ogni errore tentavo di accelerare la fine di un amore che non era più integro e non avrebbe mai più potuto esserlo. Era solo un ingombrante residuo che mi costava apprensione, paura di sbagliare, un esame continuo.

Con P. avevo messo da parte tutta la mia vita: volevo concentrarmi sul difficile, titanico compito di ‘far riuscire’ un rapporto e doveva essere un progetto a prova di tutto.

Tutto comincia così….
Abbiamo tanto tempo per “assaporarci”: anch’io, infatti, voglio questo. Quando la frenesia ci fa correre verso le pagine centrali, impareremo a porre il piede sul freno, a riporre momentaneamente il libro per impedire che il sapore di un nuovo boccone copra quello del precedente. Il tuo marchese avrebbe apprezzato.

Non è, comunque, uno stupido gioco senza regole, ma il più antico e complesso gioco della umanità. Voglio che ne diventiamo i campioni.

Un giorno le dissi, e lo pensavo davvero: “tu non mi hai mai detto ti amo”. 

Ho riletto i messaggi: me l’ha detto cento volte, e in tutti i modi.

E’ curioso il senso di ‘sfasamento’ che si legge nei messaggi. Li ho ordinati sequenzialmente, come una sorta di dialogo, ma in realtà mi sono accorto di come io ignorassi il contenuto, il senso dei suoi messaggi e continuassi imperterrito nella scrittura dei miei, che non erano risposte ma monologhi o frasi comunque non legate alle sue. Dichiarazioni di un grande amore che ignoravano le sue dichiarazioni, i suoi inviti, le sue manifestazioni. Mi diceva cose bellissime, sensuali, provocazioni. Mi aveva
corteggiato senza pudore ed io continuavo a viaggiare su un altro livello.

Non capivo, non sentivo o non volevo?

Non volevo rinunciare ad una costruzione che dipendesse solo da me, di cui ero assoluto ed esclusivo titolare, e che potevo modificare a mio piacimento.

Era il mio capolavoro: un grande amore. Ascoltavo il suono della mia voce, seguivo il filo del mio progetto, coprendo con il mio edificio preziosi elementi. Volevo far crescere questo amore all’infinito in un parossismo in cui ero riuscito a trascinare anche lei, il pretesto e l’ispirazione, che non capiva dove volessi arrivare. Di più, ancora di più, per trovare quella sicurezza che non avevo.

Mi sentivo attratto da lei quando era lontana, perché era più vicina alla mia fantastica immagine. Cosa c’era al di là delle parole?  Volevo creare un rapporto profondo, farlo crescere definendolo con le parole, costruire una fortezza. E più la rinforzavo e più prescindeva da lei.

Paura di un sentimento banale, pronto a sgretolarsi al primo errore. Volevo avere una riserva talmente consistente da non risentire dei prelievi che errori, malintesi, omissioni, egoismi rappresentavano: la mia costruzione più bella, perfetta, indistruttibile.​

Cresceva il mio amore virtuale e amavo sempre più qualcosa che era altro da lei e che in lei nemmeno cercavo. E lei non capiva il gioco perverso e continuava a eccitarsi verso un orgasmo che non sarebbe mai arrivato e che, più si allontanava, più diventava perfetto. Tu non mi vuoi più bene? No. Sono io che non ti voglio bene.

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