Articolo di Ombretta Costanzo

Via Peppa la cannoniera è incastonata in quella trama di “vanedde” che si mimetizzano nella zona più folkloristica e intrigante di Catania da cui mi ostino ad estrarre propositi con misterioso sentimento. Ho un’antica fissazione per nomi di vie e piazze, da piccola le memorizzavo come se fosse un lavoro; “via Peppa la cannoniera” trovavo fosse insolito e divertente e chiesi notizie a mia mamma. Chiaramente ho rimosso in breve tempo, finché, in una delle mie recenti perlustrazioni socio-antropologiche, ho esplorato via Purgatorio, la perpendicolare, mi giro e rileggo quel nome.

Un’altra sicula da scoprire.
Sono sempre state frammentate e soprattutto contraddittorie le notizie sulle donne attiviste nella lotta risorgimentale, così come in qualsiasi contesto storico/sociale; è quindi difficile ricostruirne la biografia, a maggior ragione attorno ai profili proletari, la cui conoscenza è affidata alla memoria orale che ne ha tramandato gli atti di impegno ed eroismo di cui si sono fatti soggetto.
Un silenzio assoluto ha oscurato ancor più le donne meridionali che si sono tuffate nelle battaglie risorgimentali per scongiurare un’imperitura subordinazione economica, sociale e di genere a cui erano condannate da secoli e per divenire inconsapevolmente protagoniste indiscusseLa lampada si accende su una mia conterranea bruttissima, con il volto butterato dal vaiolo, che pare si chiamasse Giuseppa Bolognara, anche se Peppa ‘a cannunera ha un’eco diversa e richiama quel mito un po’ silente di una donna dura e complicata. Vi presento così un’ ingiuriata “meretrice”, illecito marchio affibbiatole per il suo focoso amore nei confronti di un uomo molto più giovane, opportunità improbabile nella Catania borbonica.

Il vispo soprannome riconosce la sua fattiva partecipazione alla campagna garibaldina in Sicilia, il cognome pare non abbia importanza alcuna. Si sa che nacque a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1826 secondo alcuni, nel 1841 secondo altri, comunque “frutto di illeciti amori”, e nota (più o meno) sia come Giuseppa Bolognari dal nome della nutrice personale sia come Giuseppa Calcagno, secondo un’altra versione che la vuole invece affidata dalla Congregazione di carità a una certa Maria Calcagno, “nutrice di trovatelli”.

Indotta dalla balia al coraggio e all’autoaffermazione, si ritrova a lavorare piccolissima a supporto di un oste che aveva bottega in piazza Indirizzo a Catania (quella delle terme romane anche se credo vi si entri da piazza Currò), poi come stalliera in una rimessa di carrozze di cavalli che purtroppo non sono riuscita a collocare geograficamente. Nel 1860 inizia il suo entusiasmo mosso soprattutto dai discorsi di Crispi giunto a Catania da cui trae stimolo per dimostrare la forza nel momento in cui era imminente l’insurrezione.

“Diventa” così Peppa?
Galeotto fu l’amore per l’umile stalliere Vanni, poiché raccontano che sia stato proprio lui il trampolino di lancio che stimolò l’astuzia di Peppa nei moti rivoluzionari per l’Unità d’Italia; le venne assegnato il compito di portare messaggi nelle sedi dei comitati segreti rivoluzionari mentre l’esercito borbonico rispondeva alle provocazioni sparando cannonate di avvertimento al Castello Ursino. In un fotogramma del 31 maggio 1860 si immortala l’insurrezione anti borbonica a Catania e gli insorti, guidati da Poulet, resistettero all’attacco delle truppe napoletane; alcuni
documenti raccontano che Peppa, concluso il compito di postina, decise di esporsi in prima linea e spinta da non so quale coraggio, prese un’intraprendente iniziativa che cambiò l’esito della lotta: chiuse la porta del Palazzo Tornabene (piazza Ogninella, l’ho cercato perchè non sapevo quale fosse), vi si barricò dentro insieme ad alcuni rivoluzionari e si impadronì di un cannone incustodito con l’aiuto di una fune e di altri patrioti, sparse polvere da sparo sulla bocca del cannone e diede fuoco, fingendo che l’arma non avesse reagito a dovere. Quando i guerrieri borbonici si lanciarono
all’attacco, sicuri che il cannone non sparasse più, quella simpatica donna elaborò un piano strategico: restò immobile fino all’ultimo minuto prima di dar fuoco veramente all’esercito borbonico.

Le gesta eroiche della grande “cannoniera” in realtà assumono connotati shakespeariani: ​ Vanni non riuscì a sopravvivere alla battaglia e Peppa fuggì disperata portando in salvo il cannone, che ormai simboleggiava la straordinaria forza di volontà. Alcune fonti narrano che lo consegnò niente meno che a Mascalucia (imprevedibile paesello alle pendici dell’Etna), sede del quartier generale dei rivoluzionari favorevoli alla formazione dell’Italia .
La cannoniera rimase con i rivoluzionari in qualità di vivandiera fino alla battaglia di Siracusa (l’ho letto da qualche parte), con lo scopo di espugnare la città avvolta da un crescendo di impulsi che azionarono in lei la voglia di togliersi per sempre gli abiti femminili a favore di quelli maschili: non indossò più gonne o corpetti, tolse anche l’abito della brava ragazza per girare vestita da uomo forse per riappropriarsi ostinatamente di un’identità sessuale finalmente espressa; ma questa è un’interpretazione contaminata che risente del gender equality da cui oggi siamo fortemente influenzati, magari non c’entra niente.

Si racconta che in quel periodo passasse il tempo a fumare e bere, poi si indebita, cade nelle mani degli usurai, si ammala, muore.
Peppa la cannoniera è un’eroina di 150 anni fa decorata con la medaglia d’argento al valore militare, estremamente attuale e capace di imprimere assertività e volontà di affermazione di se stessi, proprio quando tutto sembra impossibile. Le costruiamo una cornice entro cui illuminarne un’identità che la storiografia ufficiale ha lasciato in ombra.

Si hanno notizie di lei a Catania fino al 1876. Poi le pagine di storia diventano bianche.
Dal 30 settembre al 3 ottobre il Monastero dei benedettini ospita la mostra “Illuminate, Donne catanesi nella storia” per scoprire tra le varie donne omesse, anche lei.
“ …Belle o poco avvenenti, eleganti o trasandate, tutte, inevitabilmente, intelligenti, caparbie e affamate di sapere. Anche quelle che non sapevano leggere. Cucivano coccarde, guidavano rivolte, incitavano i compagni. Senza di loro l’Italia sarebbe stata diversa. O forse non sarebbe stata proprio.”

tratto da “Donne del Risorgimento”