L’ossessione

un racconto di Adriano Fischer

Due volte la settimana, pressappoco alle otto, mi aspetta una lunga sessione di corsa. E, questo, quale che sia il tempo!
Mi sono da poco fatto l’equipaggiamento da runner, tutto in polipropilene traspirante. È un completo indispensabile quando si corre tanto e a passo sostenuto. Per anni ho corso con roba in cotone, era comoda, leggera ma dopo un’ora di corsa sembravo un palombaro, tanto ero appesantito dal sudore.
Il giorno prima della corsa mia moglie mi fa trovare il completo, ordinato e profumato all’ingresso, sopra la cassapanca di legno cui siamo particolarmente affezionati e che c’è stata regalata dai miei suoceri per il matrimonio.
Le scarpe da ginnastica, invece, giacché logore e vecchie – e mi sono ripromesso di cambiarle con un paio più nuovo ma non mi sento pronto per il momento – le tengo fuori. Nel piccolo andito ho trasformato una cassetta della frutta in una comoda scarpiera. Lou non permette nel modo più categorico che a casa entri roba sporca, vecchia e, a maggior ragione, puzzolente. Senza giri di parole, mi minaccia di buttare tutto. Da qui, l’idea della cassetta è sembrata inevitabile.


L’orario è variabile, anche se cerco di essere già pronto per le otto, ed io per natura mi sveglio sempre poco dopo l’alba. Lou dorme fino a tardi, alle nove apre il primo occhio e, siccome qualsiasi tipo di rumore, il minimo e impercettibile, rischia di svegliarla, sono costretto a fuggire via come un ladro, svicolare in punta di piedi preoccupandomi che neppure le giunture facciano scherzi.

Anche Voltaire dorme a quell’ora.
Sta acciambellata sul divano, sopra un cuscinone a pois neri, cui sembra riconoscente tali le sue espressioni di gratitudine. Appena avverte la mia presenza, saluta strusciando la coda sul tessuto. Non fa altro. Continua a ronfare e sembra, infatti, la sua, sia una reazione meccanica allorché sentita. Quando ciò non accade, cioè non muove la coda, mi premuro a controllarle i battiti, se è calda, se respira; cosa non facile perché dorme così profondamente che non percepisco alcuna vitalità.
Certe mattine Voltaire è così pietrificata, le orecchie abbassate, un viso spento, che mi sento costretto a svegliarla con la forza, forza Voltaire dico sveglia, sveglia pelandrona.
Voltaire ha sette anni, è una meticcia obesa, risultato di sterilizzazione e ingordigia e, pur essendo una femmina, ha nome da maschio. L’ho presa che non aveva neppure un mese e l’attaccamento che ho per lei esaurisce tutte le mie energie.
Certo anche con mia moglie sono quello che sono e le paure si appalesano nello stesso modo. Se ad esempio Lou dovesse, anche lei, svegliarsi più tardi della sua abitudine, se ancora alle dieci la trovo a testa in giù imbalsamata sotto il piumone, senza che niente e nulla mi faccia persuaso che stia effettivamente dormendo, le controllo i battiti del cuore, facendo attenzione che la pressione della mia testa non la svegli e non la traumatizzi – sono sicuro che semmai si dovesse svegliare le causerei un infarto – e se non sento il cuore perché l’auscultazione è impedita dai dieci centimetri di piumone, dai cinque centimetri di pigiamone, da qualche millimetro della maglietta della salute e da qualche altro millimetro di reggiseno, allora mi sposto sul polso ma, prima di attivarmi, mi riscaldo le mani – che ho imparato a sfregare senza far rumore come un asceta buddista – perché sentire le pulsazioni con le dita fredde le toglierebbe due anni di vita.
Alle volte riesco a certificare la sua vitalità semplicemente perché la sento respirare. Sono le volte che non intervengo e fortunatamente – almeno in queste occasioni – riesco a passare per una persona normale.

La cosa positiva – si fa per dire ma per l’occorrenza è positiva – di mia moglie è che è un concentrato di allergie – la cui origine è ignota – e per contro ha un sistema immunitario deficitario, pertanto ha il naso spesso chiuso, il respiro goffo e cavernoso, e spara certi starnuti che rischia di cappottare dal letto. Sono dieci anni che soffre di queste allergie che cadono il mese di aprile e terminano a febbraio, per poi risvegliarsi due mesi dopo. Mi dispiace ma quantomeno sono indizi che confermano che Lou è con me, che non è andata da nessun’altra parte.
Il momento cruciale della giornata è la colazione. È così ambita che io personalmente l’aspetto dalla notte prima. Dopo la scrollata mattutina, mi aspetta la stessa e rigorosa sequenza di cibo che rimane uguale, anche nella quantità, pure i giorni in cui non vado a correre.

La faccio alzato perché – strano pure a dirlo – sono stato sdraiato sette ore filate. E la faccio alzato anche perché in questa posizione ho tutto sotto controllo e tutto facilmente raggiungibile.
Allora consumo, in quest’ordine, caffè lungo, yogurt, un plum-cake integrale, 200 ml di latte di riso, tre/quattro noci, una mela. Da qualche annetto funziona così, poco è cambiato. Prima, invece del plum–cake, mangiavo cinque biscotti di farina saracena ma facevo molte briciole, riempivo il top di così tanta minuzzaglia marroncina, milioni e milioni di granelli infinitesimali, che schizzavano ovunque, per terra, sui fornelli, che a pulire perdevo troppo tempo. Se c’è una cosa che mia moglie mi ha sempre raccomandato da quando viviamo insieme, è che quando si sveglia vuole trovare tutto perfetto, tutto lindo e pulito così come l’ha lasciato lei prima di andare a letto. Martin, mi ammoniva dopo aver passato l’ultima mano di straccio e indicandomi il suo lavoro, ti prego. Lo vedi com’è pulito? Non voglio trovare nulla fuori posto domani!

Il primo anno è stato un tormento, mi ero pentito delle promesse, di tutto. Cominciavo a pensare che quella donna si svegliasse solamente per vedere la cucina in che condizioni fosse.
E in che stato d’animo stavo!
Era incredibile come riuscisse a trovare il minimo particolare fuori posto, lo straccio nella seconda piuttosto che nella prima maniglia, una briciola di non identificata provenienza, un alone nel fornello, uno sul top, il coperchio della spazzatura lasciato sghembo, il tappo del latte non stretto a sufficienza, la linguetta della cialda del caffè dimenticata sempre da qualche parte. Una pena infinita!
Abbiamo impiegato quasi un anno – 311 giorni per la precisione – perché la nostra idea di pulito e ordine coincidesse. Un’idea approssimativamente vicina al concetto d’illibato.

Quindi il motivo per cui faccio colazione come una giraffa è alla fine perché in questo modo non mi sfugge nulla. E così è… la signora non si lamenta e io posso tranquillamente andare a correre.
Dopo aver fatto colazione, pulito attentamente ogni centimetro, spazzato via ogni dubbio di sporcizia, mi preparo per uscire. Mi vesto nel corridoio perché è la parte più illuminata dell’appartamento e anche perché in questo modo non sveglio Voltaire.
Resto allora in calzini – perché le scarpe da corsa sono fuori – finché non si fanno le otto. Nel frattempo eseguo le ultime e immancabili istruzioni che mia moglie mi prega di contemplare prima di uscire. Istruzioni che mi ripete così tante volte che riesce alla fine pure ad addormentarsi sopra.
Principalmente devo controllare che tutti gli infissi dell’appartamento siano ben chiusi. Abitiamo al primo piano e il timore che stupratori irrompano in casa è un pensiero, per mia moglie s’intende, frequente e assiduo. Poi bisogna controllare che la manopola del gas sia chiusa perché una dispersione, anche minima, sarebbe fatale. Operazioni che devo ripetere due volte perché il timore di mia moglie è che a quell’ora del mattino sia tanto stanco che possa rischiare di dimenticare tutti i passaggi, così tu che fai? Li ripeti Martin un’altra volta, un’altra volta solamente, mi diceva senza provare imbarazzo.

E così, pedissequamente, ripeto due volte la medesima azione, chiudo l’infisso, apro l’infisso, chiudo l’infisso, chiudo la manopola, apro la manopola, chiudo la manopola. Purtroppo questa sequenza ossessiva di azioni non passa sempre inosservata. È capitato pure che Voltaire si svegliasse, comprensibilmente disturbata dall’inspiegabile trambusto mattutino. Alza la testa, punta con gli occhi assonnati l’origine del rumore dopodiché prova a scendere per stiracchiarsi. Voltaire, cane di casa che non ha conosciuto altro che comodità e agi nella sua vita, ha le unghie lunghe e affilate – dei veri e propri chiodini – che a contatto con il pavimento scatenano un sottofondo intollerabile che ricorda una tempesta di grandine che a quell’ora rende il risveglio di mia moglie traumatico. E i traumi di Lou non si esauriscono in semplice collera, ma in atti persecutori e vagamente vessatori. A un’ora di corsa, infatti, quando tutta l’adrenalina mi circola in corpo, pompando muscoli e autostima, mi arriva puntuale e immancabile la sua telefonata che io, maledizione alla mia apprensione, non riesco mai a rifiutare. Quel nome che mi lampeggia tra un rivolo e un altro di sudore mi fa aumentare la pressione sanguigna.

Per evitare così che Voltaire svegli Lou, recupero due paia di scarpette di spugna – che mia moglie tiene pronte dentro la cassapanca – e con una pazienza stoica le calzo alla povera bestia che mi lancia sguardi languidi e compassionevoli.
Queste sono le attività che sono tenuto a fare prima di iniziare il mio allenamento. Attività che mi stremano psicologicamente perché temo, ho paura, sospetto di averle fatte sempre sbagliate, che ci sia qualcosa che ho tralasciato, che ho omesso, che non ho fatto come avrei dovuto. Prima di chiudermi la porta alle spalle faccio un veloce ripasso – già vestito, con gli auricolari infilati e il portacellulare sull’avambraccio – che si conclude spesso con un dubbio che, trascorsa un’ora si rivela una certezza, ovvero che ho trascurato qualcosa.
Esco, finalmente sono fuori di casa. Indosso le mie vecchie scarpe, aiutandomi con il corrimano della scala. Noto che hanno i lacci consumati e la suola scollata, ma ci sono affezionato, queste scarpe rappresentano la mia ultima roccaforte contro i divieti di mia moglie, queste scarpe sono la mia resistenza.

Non c’è nessuno. Le otto sono un orario al limite. C’è ancora poca gente in circolazione ma basta ritardare di mezz’ora e già si respira un’altra aria. Comincio a riscaldarmi sul posto e fare qualche allungamento. Butto un occhio al balcone di casa. Sembra tutto normale, gli infissi sono chiusi, Voltaire sta dormendo, c’è un normale silenzio.
Assicuro bene gli auricolari dentro le orecchie e attacco la musica, roba tosta, The Chemical Romance, Metallica, the King Crimson, roba che ascolto solo per correre. La prima mezzora, nonostante il riscaldamento, ho sempre le gambe pesanti, faccio fatica a scioglierle, e così, come se ci fosse chissà quale collegamento, anche il cervello è pieno di pensieri, numerosi e disordinati, non hanno né capo né coda. Cerco di metterli in ordine e via via risolverli. Ma principalmente tutti ruotano sullo stesso argomento. Lou e come ho lasciato casa. Non sono neppure a metà strada che già non vedo l’ora di rientrare. Farmi una doccia calda, riposarmi. Più di ogni cosa, però, avere la certezza, la maledetta certezza, di aver fatto tutto per bene, di aver soddisfatto le esigenze di mia moglie.

Trascorsa la mezzora procedo più sciolto, le gambe sono più agili e forti, allungo, i miei respiri sono profondi e diaframmatici, il cervello si libera piano piano di tutte le preoccupazioni, percepisco tonicità nelle spalle e nelle braccia, il vento mi schiaffeggia o mi accarezza diventando il metro della mia velocità, mi sento senza peso e il corso è sgombro, senza traffico, come se fosse stato lasciato libero per il mio decollo. Un pensiero in questo momento comincia a ossessionarmi. Cerco di cacciarlo via concentrandomi sulla musica, sulle gambe, sulla strada che inizia a riempirsi di gente, sulle macchine che s’incolonnano ai semafori.

Nonostante gli sforzi, però, non riesco a schiodarmi dalla testa il pensiero di essere uscito senza aver chiuso la porta di casa. Ripercorro minuto dopo minuto tutti i miei spostamenti, le mie azioni, dal momento in cui mi sono svegliato. Abbasso il volume della musica per ascoltare meglio i miei pensieri ma non riesco ugualmente a focalizzare l’attimo in cui mi sono tirato la porta dietro. Era uno di quegli avvertimenti che Lou mi ricordava gratuitamente, in qualsiasi momento, Martin chiudi la porta a chiave quando esci! Sempre, qualunque commissione avessi da fare.
Il tempo trascorre, consumo i miei chilometri, fingo disinvoltura, accelero quando posso, ma quella preoccupazione adesso è diventata ossigeno, trasportato dal sangue, che pompa il cuore, che arriva nel cervello. E ricomincia. Il sudore è copioso ma comincio a sentirlo freddo.
E’ passata un’ora e ancora Lou non mi ha chiamato. Nessuna notizia. Sono tentato di fermarmi, prendere una scorciatoia e tornare a casa. Le gambe mi sono ritornate molli. I presentimenti mi stanno giocando brutti scherzi. La mia testa costruisce scenari disastrosi. Il fatto è che mia moglie non tarda mai a chiamarmi. La sua telefonata è sempre stata parte integrante dell’allenamento, stretching, corsa, allunghi, telefonata, defaticamento.

Potrei telefonare io ma temo che questo rappresenti un precedente che mi costerà in futuro. Lou non esiterà un secondo di più a chiamarmi. Ormai però non sto correndo più, ho più un assetto da passeggiata veloce. E neppure tanto. Spengo la musica, quei suoni cominciano a irritarmi. Sono fuori luogo.
Decido di tagliare e tornare a casa. Cammino spedito e cerco di rassicurarmi ripetendomi che non può essere accaduto nulla. Che sono solo mie fantasie. Che Lou è sotto la doccia o non ha la suoneria, come sua abitudine togliere prima di andare a letto.
Al mio arrivo trovo una gran confusione di gente. Un capannello di sconosciuti che si guarda intorno. Riconosco la mia inquilina dell’appartamento vicino al nostro. Suo marito. La figlia piccola. Vorrei chiedere ma non ho voce, piuttosto mi fiondo a casa e trovo la porta aperta. Ho fatto gli ultimi scalini con il cuore in gola. Prima di varcare la soglia di casa mi ricordo fortunatamente delle scarpe, sono inzaccherate di fanghiglia, le punte umidicce, mia moglie mi uccide. Le tolgo e le sistemo nella cassetta.

Entro esitante ma un uomo che non conosco, che non ho mai visto prima, m’intima di fermarmi, Chi è lei? mi fa, con voce autoritaria. Rispondo che sono il marito, che sono appena tornato dalla corsa. Alle spalle dell’uomo, che mi parla ma che io non riesco a sentire, sulla sinistra, c’è una pozza di sangue che vedo espandersi lentamente. Non vedo altro, provo a scorgermi ma lo sconosciuto, ancora più bruscamente, mi dice che devo stare fermo, che non mi devo muovere.
Provo a balbettare il nome di mia moglie, Lou, Lou, Lou, ma ho la voce strozzata e sembra che stia affogando. Il nome di Voltaire invece lo urlo in testa. Due figure, che indossano tuta e capellino, spuntano improvvisamente da un cono d’ombra. Sembrano sorpresi nel vedermi, quasi fossi io l’intruso o comunque qualcuno che deve giustificare la sua presenza.
Sono tutti con le scarpe, scarponi lerci che hanno pestato fuori l’inferno, che si trascinano dietro merda e germi, liquami e batteri, la cosa mi ripugna, mi fa stare male, malissimo.

Provo a recuperare le pantofole di cortesia che mia moglie conserva, per gli ospiti, dentro la cassapanca. Dovremmo averne tre paia precise, al mercato costano due lire. Sono di spugna e una volta usate le buttiamo per ricomprarne delle nuove. Lo sconosciuto, prevedendo chissà quale mossa azzardata, mi dice di non muovermi, spiego le mie intenzioni, ma lui insiste, mi intima di fare un passo indietro. Io sommessamente provo a difendermi, sostenendo che in casa della gente con le scarpe non si entra, provo, per carità, a raccomandare un po’ di educazione, che quando mia moglie si sveglia saranno cazzi e urla per tutti, per amici e nemici, qui, cari miei, provo a dire, in questa casa non si risparmia nessuno.
Quell’essere, che non si è ancora qualificato, che ha appena dato l’ordine ai suoi compari di aprire le finestre – a suo dire la puzza che si respira a casa è qualcosa di nauseabondo – comincia a tempestarmi di domande, una dietro l’altra, senza lasciarmi il tempo di rispondere.
Il trambusto poi che fanno quei due estranei con gli infissi, la violenza che ci mettono, mi fa scattare in mente la combinazione chiudo/apro, apro/chiudo, non ricordandomi bene quale fosse la sequenza giusta.

Il mio cervello ha resettetato tutto quello che ho fatto la mattina. Mi sento rispondere, no, non lo so, no, perché, quando, chi, non saprei e a ogni mia risposta indietreggio di un passo come se bastasse quella mossa per liberarmi dalle malcelate accuse di quell’intruso.
Mi trovo la schiena sulla porta. E tremo. Mi ripeto ossessivamente che ho fatto tutto come mi ha detto di fare mia moglie. Esattamente come ha detto. Sono più che sicuro di non aver saltato niente. Niente. Nessun passaggio. Eppure più cerco di convincermi più le urla di Lou mi rimbombano nella testa, Martin, Martin, no ma cos’hai fatto!
Lo sconosciuto mi dice che devo uscire e nel frattempo con gesti – sembra che spazzi via l’aria – mi accompagna all’uscita.
Non mi sfiora neppure, non si permette; tuttavia si permette con fare impudente di cacciarmi via, da casa mia. Resisto, a mio modo, insomma, andare via senza spiegazioni! Avvertirei almeno mia moglie. Quella, basta un nulla, che le prende un coccolone. Lei, mi creda, non ne ha idea.
L’intruso non presta la minima attenzione al mio stato. Ai miei bisogni. Arretro oltre la soglia, da qui l’ultima cosa che vedo è la sua espressione acerba e sdegnata. Poi la porta in faccia.

Informazioni su Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.
Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *