Il Gruppo di Polifemo

Fuga da Gaza di Selma Dabbagh

Il Gruppo di Polifemo quest’oggi atterra a Gaza. Siamo sempre ospiti della casa editrice Il Sirente che con la collana altriarabi ci offre ancora una volta un Medio Oriente che profuma di resistenza e di speranza.

Gaza è sempre lo scenario singolare che conosciamo, un territorio rivendicato dai palestinesi ma occupato e controllato da Israele.

Le intifade, che si sono susseguite negli anni mietendo un numero esasperato di vittime, hanno contraddistinto un conflitto, israelopalestinese, che non ha vena di risolversi in alcun modo.

E’ così intricato di risentimenti, rancori, trame d’odio e di vendetta che sembra si sia lasciato alle spalle il principale motivo per cui tutto è iniziato.

È da queste riflessioni che nasce il romanzo d’esordio di Selma Dabbagh, scrittrice anglo palestinese, che con Fuga da Gaza racconta la storia della famiglia Mujahed.

Variazioni di luna di Patrizia Fiocchetti

Recensione di Ombretta Costanzo

Mahshid, Mahtab, Mahin, Mahnaz: successione anaforica di combattenti avanguardiste ancorate a ideali di libertà e indipendenza. Mah, oltre ad essere la radice di molti nomi femminili, nella mitologia persiana, è una divinità femminile, rappresentazione della Luna, regina della notte, metafora di una condizione condivisa.

Ho affrontato con la combattente narrante pagine dure di affermazione di caparbi principi di solidarietà e collaborazione volti a concretizzare un progetto nato e cresciuto abbracciando la causa di un medio oriente lontano da qui. Può veramente un ideale fungere da forza motrice per mettere in gioco la propria vita?

Vita Da Set

Articolo di Federica D’Ignoti

Sveglia ad orari improponibili per andare in posti spesso che non hanno accesso al pubblico, in condizioni igieniche disagiate. Lavori la maggior parte delle volte per più di 10 ore, in alcuni casi anche venti.

Spesso la sera prima di andare a letto conti con le dita le ore di sonno che hai davanti a te e quando completi la mano ed arrivi a cinque, sei felice perché sai già che l’indomani ti sveglierai riposato. E poi corri, corri tutto il giorno, con l’ansia che a tutti i costi devi finire il tuo lavoro  perché, come se fosse una questione di vita o di morte,  devi rispettare gli orari e se non lo fai,  sai che sarà colpa tua e questa cosa non può accadere perché hai la responsabilità di altre circa 70 persone che hanno bisogno di te per andare avanti, oltre ad avere il peso di migliaia di euro sprecate inutilmente, hai la responsabilità che se sgarri, quella cosa non potrà più essere fatta, perché non c’è la luce, non ci sono più i permessi, quella persona poi è impegnata in un altro lavoro, non ci sono più i soldi.

Abolire il carcere

E’ davvero necessario il carcere?  Non se ne potrebbe fare a meno?

La domanda sembra più una provocazione che un punto da cui partire o su cui riflettere.

Di fronte una questione del genere, un comune cittadino arriccerebbe il naso e si befferebbe della domanda con un gesto liberatorio.

Eppure il carcere, inteso come luogo di segregazione per fini punitivi, ha una storia recente, cioè ha a che fare con la modernità giuridica. La stessa origine del nome, carcer, ovvero recinto, spiega d’altronde come le funzioni del carcere, un tempo, fossero riservate a quelle che oggi definiremo più concretamente custodia cautelare. Il reo, in poche parole, stava confinato, per un breve periodo di tempo, in attesa del giudizio o dell’esecuzione della pena.

Cento Compagni di viaggio, Mohicani edizioni

Recensione di Ombretta Costanzo

Ho intrapreso senza cintura di sicurezza un viaggio sentimentale alla riscoperta di una terra imbottita di sfumature e ombreggiature, mi sono affacciata dalla nostra Etna per osservare una narratrice in segreto onnisciente di un panorama letterario curioso e sicuro.

Il dedalo di vie palermitane funge da overture di “Cento compagni di viaggio” da cui si allarga un cono ottico via via più ampio che sembra investire il perimetro di un chiostro dai cui singoli portici si dipana una poliedrica realtà letteraria e pittoresca.

Diari di Raqqa. Vita quotidiana sotto l’Isis

Uno dei motivi per cui è stato creato Il Gruppo di Polifemo, di cui mi onoro essere tra i fondatori, è quello di raccontare delle realtà compromettenti alle quali, ad oggi, è riservato pochissimo spazio tra i vari blog, siti e blablaonline.

L’obiettivo, infatti, è fare in modo che il lettore, il nostro lettore, si senta compromesso, ovvero coinvolto ma soprattutto responsabile per aver trascurato determinate realtà, per esserne stato indifferente.

I Diari di Raqqa, edizione Mimesis, rappresentano indubbiamente una di quelle storie cui preme dare voce. Scritti da un’attivista – Samer, nient’altro che uno pseudonimo – descrivono la quotidianità a Raqqa sotto due follie che un po’ si contrastano, un po’ si sostengono, alludo all’Isis e al regime di Assad.

Abuso: un attacco alla mente oltre che al corpo

I recenti casi di molestie e abusi sessuali che hanno interessato il mondo hollywoodiano (e, purtroppo, non soltanto quello), nonché la bagarre che ne è seguita, mi cimentano, da donna e da psicoanalista, in una riflessione che si propone di contribuire a fare chiarezza circa i processi psicologici che entrano in gioco in siffatte situazioni.

Innanzitutto, intendo occuparmi del perché la denuncia, semmai la vittima la inoltri, arrivi di solito a distanza di tempo rispetto a quando si riferiscono i fatti di abuso.

A partire dalla mia esperienza clinica, una donna, così come un’adolescente, per quanto si trovi all’interno di una situazione protetta e scevra da giudizio qual è la relazione analitica, riesce, in genere, a recuperare (ovvero ricordare e parlare di) episodi di molestie con grande fatica e sofferenza, e solo dopo aver stabilito un rapporto di fiducia che richiede un periodo variabilmente lungo di analisi.

L’ alchimia della sala cinematografica

La gente di ogni ceto sociale si accalca nell’atrio del cinema e attende il turno dello spettacolo serale. Si aprono le porte dell’unica sala del cinematografo e bambini, donne, uomini, anziani, mignotte, papponi, intellettualoidi, sognatrici e disturbatori entrano per celebrare il rito collettivo della condivisione. Si spengono le luci e inizia lo spettacolo nello spettacolo.

I Miracoli di Abbas Khider

Baghdad, a dispetto delle origini del nome – “Città della pace” – non ha avuto, invece, un attimo di respiro. Dall’insediamento di Saddam Hussein, infatti, l’Iraq è stato teatro di una sanguinosa dittatura che ha piegato ogni tipo di opposizione. Gli edifici, le strade delle città erano gremite di manifesti e foto del dittatore, vigile sempre sulle azioni e sulle coscienze dei sudditi.

Gli oppositori non erano neppure dei rivoluzionari o chissà quale specie pericolosa di ribelli; il più delle volte erano dei comuni cittadini con inclinazioni naturali, come quella di leggere libri, per lo più di cultura occidentale.

Ora, questi divieti, puniti con il sangue, potevano rappresentare un problema, pure serio, per chi nella vita si alimentava di letture, e da queste, poi, traeva ispirazione per scrivere.

I profughi nascono anche da questi episodi.

Medellin e Favara, due realtà possibili?

Sull’argomento consumo del suolo abbiamo sentito parlare tutti, chi di competenza chi di incompetenza, con un punto di vista, a volte retorico o da proclama elettorale, ovvero: consumare il suolo è sbagliato. Ce lo dicono gli eventi naturali prima di tutto, e ce lo dice il depauperamento complessivo delle nostre città e delle nostre campagne. Come affermato dalla presidente italiana del WWF Donatella Bianchi, “contenere il consumo di suolo è fondamentale per limitare il rischio idrogeologico, garantire la resilienza dei sistemi naturali e favorire l’adattamento ai cambiamenti climatici. È indispensabile stabilire per legge quali siano le soglie da non superare”.