Dove va a finire la rabbia

 

Articolo di Luciana Mongiovì

«Un giorno, esaminando l’Etna, il cui seno vomitava fiamme, desiderai essere quel vulcano.”Bocca degli inferi, esclamai, se come te potessi inghiottire tutte le città che mi circondano, quante lacrime farei versare!». Così scriveva il Marchese de Sade in La Nouvelle Justine.

L’impulso alla distruzione e ad arrecare danno è certamente insito nell’umanità, per quanto costi ammetterlo. Ne sono testimonianze guerre, discriminazioni, violenze di diverso genere e grado.

Una questione atavica, dunque, su cui ci si è da sempre interrogati. Un problema al quale, negli ultimi anni, si sta provando a fornire una “pseudo-soluzione” facile, acquistando un semplice biglietto d’ingresso per una stanza particolare.

Un amore (im)possibile in tre atti

lavoro di Adriano Fischer  

   ATTO I

Villa Bellini, mezzogiorno.

C’è poca gente. Un leggero vento agita le cime degli alberi.

Filippo e Dario sono sdraiati sul giardino. Tutte e due con le mani dietro la nuca. Dario commenta la recente pubblicazione del libro dell’amico con una certa rassegnazione. Filippo, con il mento schiacciato sul petto, sta con la testa da un’altra parte.

D – Non c’è molta differenza, in termini di lettori, tra l’esordiente e la celebrità o volto noto, o pubblico, o chiamalo come vuoi. La gente, che sia l’amico o che sia un fan, legge per la persona, sì, per il personaggio, di certo non per la bellissima storia che è stata montata. Le belle storie si vedono al cinema mica si leggono. Siamo un popolo in cerca di un leader, di una guida, capisci? Qualcuno che decida per noi, qualcuno che dica le cose giuste, che scriva per noi la storia giusta. Intendi? Mi stai ascoltando?

F – sì, certo perdinci!

D – siamo un popolo di sensazionalisti. Inglobiamo famelicamente le ossessioni del tempo senza discernerne il messaggio. Facciamo massa e in essa ci riconosciamo. Ci identifichiamo. Pisciare fuori dal vaso è un atto sovversivo, capisci?

È nato un amore (im)possibile. A proposito di bookabook

Articolo di Adriano Fischer

L’editore che bocciò La fattoria degli animali non ci pensò due volte. Scrisse una lettera canzonatoria informando Orwell che i lettori americani non avrebbero mai letto storie con maiali come protagonisti.
Da questa parte del continente, invece, Elio Vittorini rifiutò aspramente il Gattopardo perché «troppo ottocentesco, troppo obsoleto». Marcel Proust, addirittura, visto l’inespugnabile stallo editoriale, pensò opportuno di auto pubblicarsi il suo Alla ricerca del tempo perduto.
Esempi di questo tipo il pianeta ne è ricco.

Intervista a Gary Yourofsky

articolo di Adriano Fischer

L’ultimo articolo del Gruppo, in chiusura estiva, lo voglio dedicare a un personaggio che meriterebbe un maggiore risalto mediatico. Si chiama Gary Yourofsky. Non è granché conosciuto in Italia ma gli animalisti, da Pachino a Bolzano, sanno perfettamente di chi sto parlando.

Gary è un attivista statunitense, un vegano, un antispecista. Ora, se i primi due termini sono ormai di linguaggio comune, qualche parolina è bene spenderla sull’ultima. Gli antispecisti sono persone che sanno di non godere di uno status di superiorità rispetto alle altre specie animali e, in virtù di questa posizione, non usano alcuna violenza nei loro confronti.

E CCU E’? FRANCA FLORIO?

Articolo di Ombretta Costanzo

C’era una volta, in un paese lontano di un’isola scolpita nel profondo sud, una regina che con resistente audacia, ha dato corpo e sangue ad una dinastia che per quasi 150 anni ha dominato la vita commerciale, imprenditoriale e culturale della Palermo di fine ‘700, contribuendo a rendere quell’epoca irripetibile. Allo specchio troviamo il riflesso di Franca Florio, figura nevralgica attorno a cui ruota tutta l’omonima stirpe, adultera moglie di Ignazio Florio, uomo d’affari con cui ostentava una prospera quanto spinosa unione, imprenditore baffuto consapevole della femminea astuzia e indiscussa bellezza di cui Franca si serviva con scaltrezza sia per recitare al meglio la figura di moglie sia, all’occorrenza, per aggiudicarsi un ruolo fondamentale nei salotti mondani delle grandi capitali Europee, tra capi di Stato, artisti, poeti, romanzieri.

Arte incontra Scalamatrice33

Articolo di Sebastiano Grasso

A dispetto di ogni previsione, esistono luoghi dove – per una sorta di singolarità – la quiete dilata il “silenzio”; lì, il più delle volte, sarà possibile osservare un continuo stato di grazia in grado di generare empatia, creatività, benessere. Circa due anni fa, Salvatore Lanzafame mi suggerì un nuovo spazio espositivo a Caltagirone, “Scalamatrice33”; luogo dove anche lui aveva esposto le proprie opere, traendo inaspettate sensazioni. Tutti i particolari che l’amico mi indicò suscitarono la mia curiosità. La giusta occasione per vedere il posto coincise con l’inaugurazione della mostra “Identità Mediterranea” dell’artista Salvo Barone. All’evento mi accompagnò Salvatore.

Quel giorno partimmo alla buon’ora; affrontammo un caldo torrido. Dopo qualche chilometro, ed eravamo già immersi nel sudore, la mia 207 decise di privarci del climatizzatore di bordo. Con un tacito accordo, io e l’amico preferimmo conservare ogni energia nella frescura di un paio di Ray-Ban; poi solo silenzio e vento, per oltre 60 km.

Caltagirone, la muta cattedrale nel deserto, l’antico gioiello barocco incastonato tra i monti Erei e gli Iblei, era lì, davanti a noi. Lasciammo in sosta la macchina in un ampio parcheggio che dominava su tutta la valle del Calatino. Osservammo il cielo terso, pareva avvolgere il creato: da ovest lingue di luce accarezzavano la vallata con gialli oro e ocra aranciati, facendo brillare le oasi come cangianti smeraldi. Poi, il mondo si perdeva nei caldi bistri d’Oriente.

Che paese siamo diventati

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Quando a una mamma rom che legittimamente (secondo le leggi italiane) sta prendendo possesso della casa assegnata alla sua famiglia, si augura, per insultarla, di essere stuprata; quando per contrastare una persona che esprime posizioni ideologiche diverse (vedi il caso della Capitana Carola Rackete) l’auspicio è che venga violentata dai neri che sta salvando, rievocando, anche in questo caso, l’orrenda consuetudine dello stupro delle donne come arma di guerra, sorge spontanea innanzitutto una domanda: che paese siamo diventati? Che malessere, grave, stiamo vivendo?

Quando si inscenano fittiziamente abusi sessuali a carico di bambini allo scopo di strapparli alle famiglie d’origine e creare un business degli affidi e delle adozioni – e in tal modo si abusano, veramente, sia i minori che quelli che erano considerati presunti abusanti – che perversione è in atto? Che cambiamenti patologici stiamo attraversando?

Oltre la nuova onda: il cinema rumeno al Taormina Film Fest

 di Giusi Sipala

Tra riflettori e tappeti rossi, ma soprattutto tra il mare e la montagna, e incorniciato dal teatro greco-romano che ne amplifica l’atmosfera suggestiva, anche quest’anno il Taormina Film Fest accoglie i suoi ospiti e le sue proiezioni. Spegne le sue 65 candeline e, nonostante negli ultimi anni non abbia goduto di ottima salute, si vanta di avere imparato la lezione del passato e di essere pronto a rilanciare il valore e il prestigio che lo ha portato a essere uno dei più importanti festival internazionali del settore.

E se è vero che la fortuna aiuta gli audaci, quest’anno a ispirarsi a questo principio non sono stati solo gli organizzatori del festival ma anche due nostri collaboratori, Aurelio Gambadoro e Giusi Sipala.

Gelosia

di Sara Bartolucci

Approcciarsi a un libro come “Gelosia” non è facile, soprattutto se non si conosce l’ autore, Alfredo Oriani. Egli, come i suoi romanzi, sono fra i “dimenticati”, coloro che, seppur dotati di enorme talento, non hanno avuto il riconoscimento che meritavano né in vita né dopo.
Oriani (1852-1909) è uno scrittore di fine Ottocento incompreso dalla maggior parte della critica del tempo e dal suo pubblico. A rivalutarlo fu Mussolini, che volle pubblicare tutta la sua opera in una raccolta di ben trenta volumi, regalandogli una popolarità post mortem più che meritata.

Dimitrix una favola etologica

Nella fattoria Greenbeat i bovini sono tutti maculati. Tutti bianchi con chiazze nere. La distesa erbosa sulla quale pascolano dall’alba fino al tramonto si estende a perdita d’occhio ben oltre le colline.
L’acqua scorre dentro canali che la stessa natura ha solcato negli anni. Un lungo corso d’acqua termina a foce su un abbeveratoio, grande quanto una piscina, su cui si dissetano gli animali della fattoria.
Gli uccelli che si allineano sui rami, come piccoli soldatini, sono, la maggior parte, cinciarelle e storni. Ma non mancano i tordi, i passeri e le cinciallegre che spesso planano fino ad atterrare sul dorso delle mucche e su quelle dei maiali, e lì sopra restano, canticchiando fraternamente.