Abolire il carcere

E’ davvero necessario il carcere?  Non se ne potrebbe fare a meno?

La domanda sembra più una provocazione che un punto da cui partire o su cui riflettere.

Di fronte una questione del genere, un comune cittadino arriccerebbe il naso e si befferebbe della domanda con un gesto liberatorio.

Eppure il carcere, inteso come luogo di segregazione per fini punitivi, ha una storia recente, cioè ha a che fare con la modernità giuridica. La stessa origine del nome, carcer, ovvero recinto, spiega d’altronde come le funzioni del carcere, un tempo, fossero riservate a quelle che oggi definiremo più concretamente custodia cautelare. Il reo, in poche parole, stava confinato, per un breve periodo di tempo, in attesa del giudizio o dell’esecuzione della pena.

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Cento Compagni di viaggio, Mohicani edizioni

Recensione di Ombretta Costanzo

Ho intrapreso senza cintura di sicurezza un viaggio sentimentale alla riscoperta di una terra imbottita di sfumature e ombreggiature, mi sono affacciata dalla nostra Etna per osservare una narratrice in segreto onnisciente di un panorama letterario curioso e sicuro.

Il dedalo di vie palermitane funge da overture di “Cento compagni di viaggio” da cui si allarga un cono ottico via via più ampio che sembra investire il perimetro di un chiostro dai cui singoli portici si dipana una poliedrica realtà letteraria e pittoresca.

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Diari di Raqqa. Vita quotidiana sotto l’Isis

Uno dei motivi per cui è stato creato Il Gruppo di Polifemo, di cui mi onoro essere tra i fondatori, è quello di raccontare delle realtà compromettenti alle quali, ad oggi, è riservato pochissimo spazio tra i vari blog, siti e blablaonline.

L’obiettivo, infatti, è fare in modo che il lettore, il nostro lettore, si senta compromesso, ovvero coinvolto ma soprattutto responsabile per aver trascurato determinate realtà, per esserne stato indifferente.

I Diari di Raqqa, edizione Mimesis, rappresentano indubbiamente una di quelle storie cui preme dare voce. Scritti da un’attivista – Samer, nient’altro che uno pseudonimo – descrivono la quotidianità a Raqqa sotto due follie che un po’ si contrastano, un po’ si sostengono, alludo all’Isis e al regime di Assad.

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Abuso: un attacco alla mente oltre che al corpo

I recenti casi di molestie e abusi sessuali che hanno interessato il mondo hollywoodiano (e, purtroppo, non soltanto quello), nonché la bagarre che ne è seguita, mi cimentano, da donna e da psicoanalista, in una riflessione che si propone di contribuire a fare chiarezza circa i processi psicologici che entrano in gioco in siffatte situazioni.

Innanzitutto, intendo occuparmi del perché la denuncia, semmai la vittima la inoltri, arrivi di solito a distanza di tempo rispetto a quando si riferiscono i fatti di abuso.

A partire dalla mia esperienza clinica, una donna, così come un’adolescente, per quanto si trovi all’interno di una situazione protetta e scevra da giudizio qual è la relazione analitica, riesce, in genere, a recuperare (ovvero ricordare e parlare di) episodi di molestie con grande fatica e sofferenza, e solo dopo aver stabilito un rapporto di fiducia che richiede un periodo variabilmente lungo di analisi.

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L’ alchimia della sala cinematografica

La gente di ogni ceto sociale si accalca nell’atrio del cinema e attende il turno dello spettacolo serale. Si aprono le porte dell’unica sala del cinematografo e bambini, donne, uomini, anziani, mignotte, papponi, intellettualoidi, sognatrici e disturbatori entrano per celebrare il rito collettivo della condivisione. Si spengono le luci e inizia lo spettacolo nello spettacolo.

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I Miracoli di Abbas Khider

Baghdad, a dispetto delle origini del nome – “Città della pace” – non ha avuto, invece, un attimo di respiro. Dall’insediamento di Saddam Hussein, infatti, l’Iraq è stato teatro di una sanguinosa dittatura che ha piegato ogni tipo di opposizione. Gli edifici, le strade delle città erano gremite di manifesti e foto del dittatore, vigile sempre sulle azioni e sulle coscienze dei sudditi.

Gli oppositori non erano neppure dei rivoluzionari o chissà quale specie pericolosa di ribelli; il più delle volte erano dei comuni cittadini con inclinazioni naturali, come quella di leggere libri, per lo più di cultura occidentale.

Ora, questi divieti, puniti con il sangue, potevano rappresentare un problema, pure serio, per chi nella vita si alimentava di letture, e da queste, poi, traeva ispirazione per scrivere.

I profughi nascono anche da questi episodi.

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Medellin e Favara, due realtà possibili?

Sull’argomento consumo del suolo abbiamo sentito parlare tutti, chi di competenza chi di incompetenza, con un punto di vista, a volte retorico o da proclama elettorale, ovvero: consumare il suolo è sbagliato. Ce lo dicono gli eventi naturali prima di tutto, e ce lo dice il depauperamento complessivo delle nostre città e delle nostre campagne. Come affermato dalla presidente italiana del WWF Donatella Bianchi, “contenere il consumo di suolo è fondamentale per limitare il rischio idrogeologico, garantire la resilienza dei sistemi naturali e favorire l’adattamento ai cambiamenti climatici. È indispensabile stabilire per legge quali siano le soglie da non superare”.

 

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Appunti per un naufrgio di Davide Enia

La tragedia avvenuta il 3 ottobre del 2013 segna l’inizio di un incubo, qualcosa di enorme, che spiazza pure l’indifferenza e che neppure la lontananza regala più sogni tranquilli. Il naufragio a Lampedusa straccia quella soglia d’impermeabilità con cui siamo cresciuti, da cui, più o meno consapevolmente, ci siamo voluti proteggere.

Siamo rimasti nudi e senza giustificazioni. O, forse, così mi sono sentito io. Le immagini che il telegiornale passava mi ripugnavano, e per solo questa reazione mi sono sentito complice di un massacro. Perché la domanda è: cosa deve fare un uomo quando è davanti a una tragedia di queste dimensioni?

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“La mia raccolta è differente”

 

In un caldo pomeriggio ottobrino ho avuto una piacevole e istruttiva conversazione con il dottor Danilo Pulvirenti, aka Pulviscolo Discolo – chimico e responsabile di Progetto Ambiente – sullo spinoso tema della raccolta differenziata.

Ringrazio Danilo per la passione trasmessa e per aver asfaltato dossi d’ignoranza.

Quello che segue è il frutto del nostro incontro:

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“È il margine che fa la pagina” J. L. Godard – Il caso di Librino

È da questa definizione di Godard che vuole partire la riflessione su tutte le realtà al margine della nostra società, per definire quel recupero che caratterizza quartieri urbani, periferie ‘a margine’, gruppi sociali ghettizzati, oggetti in disuso; recupero inteso, quindi, nelle molteplici sfaccettature del suo significato, come sinonimo di ‘rinvenimento’ nel ritrovamento di qualcosa che era stato perduto o rubato o disperso, come la riduzione di uno svantaggio, come raccolta e riutilizzazione di qualcosa, o anche come reinserimento nella società di persone disabili o socialmente disadattate.

Siamo a Catania, a Librino, quartiere periferico, miscela di ansie e speranze, nato negli anni 70 nel tentativo di dare forma tangibile all’utopia urbanistica della città razionalista di Le Corbusier, ma ridotto in fretta ad emblema del degrado socio-economico della città.

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