Arte Incontra – Anna Maria D’Amico

articolo di Sebastiano Grasso

«…Mi piace spettinato camminare
Col capo sulle spalle come un lume
Così mi diverto a rischiarare
Il vostro autunno senza piume. …»
È il 1975, Branduardi mutua dal russo Sergej Esenin un testo di ordinaria bellezza popolare, e dà vita al suo ‘Confessioni di un malandrino’; una dedica a quei silenziosi poeti che sul tappeto magnifico dei versi, sussurrano qualcosa che ci tocchi. Anna Maria potrebbe incarnare questo spirito ‘menestrello’. Anna Maria D’Amico, pittrice catanese (classe 1968), si diploma all’Istituto Statale d’Arte di Catania e, con la tesi sull’artista Mario Ceroli, si laurea presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze; località dove soggiorna per dieci anni. Con il rientro nella terra d’origine Anna Maria trova la maturità artistica. Nel 1999 i soggetti delle sue opere si staccano dalla suggestione (e gestione) della figura umana, da contenuti spesso impregnati da eccessivo simbolismo. Dal 2000/2001, la collaborazione con la galleria

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Funzione psichica dell’appetito

articolo di Luciana Mongiovì

L’unità psicosomatica, che contraddistingue la condizione umana secondo un approccio che vede un continuo e reciproco influenzamento tra mente e corpo, individua nell’alimentazione un’area ponte tra i due versanti: lo psichico e il somatico.

L’appetito, specialmente nei più piccoli, costituisce uno degli indicatori privilegiati per la valutazione del benessere psicofisico, essendo spesso soggetto a perturbazioni in concomitanza di eventi critici quali la nascita di un fratellino o sorellina, un trasloco, iniziare a dormire nella propria stanzetta, un lutto, una depressione della madre etc..

In generale si osserva che, così come accade agli adulti e agli adolescenti, anche nei bambini e persino nei neonati l’appetito viene coinvolto nel tentativo del piccolo di difendersi (inconsciamente) dall’ansia, dalla tristezza e, nei casi più gravi, da vissuti di tipo depressivo.

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L’ossessione

un racconto di Adriano Fischer

Due volte la settimana, pressappoco alle otto, mi aspetta una lunga sessione di corsa. E, questo, quale che sia il tempo!
Mi sono da poco fatto l’equipaggiamento da runner, tutto in polipropilene traspirante. È un completo indispensabile quando si corre tanto e a passo sostenuto. Per anni ho corso con roba in cotone, era comoda, leggera ma dopo un’ora di corsa sembravo un palombaro, tanto ero appesantito dal sudore.
Il giorno prima della corsa mia moglie mi fa trovare il completo, ordinato e profumato all’ingresso, sopra la cassapanca di legno cui siamo particolarmente affezionati e che c’è stata regalata dai miei suoceri per il matrimonio.
Le scarpe da ginnastica, invece, giacché logore e vecchie – e mi sono ripromesso di cambiarle con un paio più nuovo ma non mi sento pronto per il momento – le tengo fuori. Nel piccolo andito ho trasformato una cassetta della frutta in una comoda scarpiera. Lou non permette nel modo più categorico che a casa entri roba sporca, vecchia e, a maggior ragione, puzzolente. Senza giri di parole, mi minaccia di buttare tutto. Da qui, l’idea della cassetta è sembrata inevitabile.

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L’uomo e il senso della vita

 

Fregio della vita, Munch E.

Articolo di Liborio Nice

Guardo la gente che nel camminare vado incrociando, ne osservo il viso, gli occhi e cerco di immaginare la vita di ognuno. Le mascherine, oggi, consentono un’indagine solo parziale ma gli occhi rimangono scoperti e da essi mi sembra di poter capire cosa c’è dietro; o è solo una mia fantasia.
Colgo lo sguardo svagato di chi si lascia scorrere la vita addosso, l’espressione sognante di chi nella mente si costruisce una esistenza alternativa scegliendo fra le situazioni che immagina o ricorda più gratificanti; il cipiglio di chi sembra pronto a difendersi dall’umanità che lo circonda; lo sguardo attento di chi cerca, leggendo un messaggio sul cellulare, di capire cosa si nasconde dietro le parole che legge; l’occhio spento di chi pensa di aver giocato la sua ultima carta; il piglio dolce di chi si illude che, nonostante tutto, ci sia amore fra gli uomini.

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Il curioso caso di Betty Lou

racconto di Adriano Fischer

Ho fatto un sogno ieri. L’ho fatto ieri?
Era ieri? Non saprei. Non sogno mai, almeno io non ricordo. So che invece si sogna sempre ma non sempre i sogni arrivano al cosciente. Comunque ho fatto questo sogno e per la prima volta c’era Betty Lou.
Era talmente strano che, di primo acchito, non ho pensato fosse un sogno, che è quello che penso quando non penso di sognare.
Quando vidi Betty Lou al salone del libro, infatti, rimasi sorpreso. Lei, piuttosto, mi ha guardato come se il sogno fosse suo ed io ne fossi l’ospite, uno di quei giochi che solitamente fa il subconscio, o era così o non stavo sognando.

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I soli di Euclide

 

un articolo di Sebastiano Grasso

Fuori piove e il cuore si adagia tra le oscurità.
Le lunghe sere d’inverno seducono la mente e dilatano gli spazi.
Il crepitio della legna che arde seppellisce il tempo, incanta il silenzio. I tenui bagliori delle fiamme raccontano storie di universi paralleli, restituiscono i confini dell’oblio.
Dentro un mondo di tavolozze sospese, di forme congelate, la realtà s’intreccia, si confonde. Sono sensazioni, o possibilità mancate, una nuova idea o il baratro, le ipotesi che si ripetono come loop temporali. Quel dipinto è concluso? Quella forma è risolutiva? L’istinto, nell’intricato groviglio di sentieri amniotici, è l’unica bussola in grado di sostenere la ragione e mettere a tacere i dubbi.

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L’indifferenza

articolo di  Luciana Mongiovì

In un’epoca storica in cui le nostre esistenze appaiono fortemente condizionate dagli esiti pandemici, corriamo il rischio che si rinforzi in modo irreversibile l’indifferenza quale tratto distintivo dell’attualità sociale e, ancor prima, psichica.

Per Freud il contrario dell’amore non era l’odio bensì l’indifferenza; l’indifferente è colui che né ama né odia.
L’indifferenza ha a che fare dunque con l’assenza, la cancellazione delle pulsioni che sono l’essenza stessa della vita. L’indifferente disinveste l’oggetto (l’altro da sè) nel senso che lo priva di qualunque valore o riconoscimento. L’altro è tutt’al più mero oggetto, strumento del proprio godimento.
L’impossibilità di un autentico e sincero investimento pulsionale sull’altro o su di un progetto di vita rimanda a una visione dell’indifferenza come passione mortifera.
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Il mito di Sisifo

Sisifo che trasporta il masso, 1920, Franz von Stuck

articolo di Liborio Nice

Abbiamo sempre associato al mito di Sisifo l’angoscia e la disperazione, cardini della filosofia di Kierkegaard.

Nel suo ‘Aut-aut’ l’angoscia è parte ineluttabile della dimensione esistenziale dell’uomo; nell’uomo etico la costrizione a fare delle scelte fra diverse possibilità implica l’abbandono, la perdita sempre irrecuperabile delle alternative, e la presa di coscienza dell’orizzonte della nostra finitezza, l’orizzonte della morte.

E, poi, la sfiducia nella possibilità di scegliere bene e la certezza assurda di essere per questo dannati: la disperazione.

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In Gol we trust

articolo di Adriano Fischer

Non ho mai scritto nulla di calcio prima d’ora. E anche adesso non sono così sicuro che è di calcio che voglio parlare. Non credo sia questo il tema. Indubbiamente è lo sport con cui sono cresciuto, che ho amato tantissimo: il pallone è stato una mia estensione e non di rado mi è capitato di dormirci vicino.

Io come tanti della mia generazione ho anelato il sogno di diventare un calciatore, entrare nelle file della Juventus e magari rappresentare il mio paese, ma soprattutto realizzare il gol dei gol, superare tutti gli avversari e tirare il pallone in rete dopo essermi lasciato alle spalle il portiere. Ero fatto di carne e immaginazione, e questo sport, quest’ardente passione, la cui fase si spense quasi definitivamente a vent’anni, fu per me, parafrasando le parole di Pasolini, l’ultima rappresentazione sacra del mio tempo.

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Sotto il radioso cammino di Dio di Giorgio Zanchini

recensione di Loredana Pitino

Sotto il radioso cammino di Dio, scritto dal giornalista, voce nota agli ascoltatori di Radio tre, Giorgio Zanchini, è un romanzo che parla di se stesso, un metaromanzo, che parte da uno spunto autobiografico –ce lo chiarisce direttamente lo stesso Zanchini nell’Epilogo- con una particolarissima struttura narrativa. Citando Walter Siti, l’autore avvisa il lettore che si tratta di un autofiction , una ricostruzione autobiografica mascherata da un ludus narrativo che lo innestadirettamente in quella linea tutta novecentesca dell’anti-romanzo; una fabula infarcita di digressioni, interventi filosofici e storici, etici ed economici (la vita, la morte, la malattia, la storia, Dio), perfino gastronomici. Molte le citazioni colte presenti che arricchiscono la scrittura rendendola anche un
saggio da consultare, un testo didascalico.

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