Pandemia: la funzione della scuola

articolo di Luciana Mongiovì

La scuola è ripresa ormai in quasi tutta Italia, certamente un passo in avanti rispetto a un auspicabile ritorno alla “normalità”. Un avanzamento significativo, innanzitutto, circa la possibilità di recupero ancorché parziale della socialità dei più giovani, di partecipare a lezioni de visu anziché da remoto, di condividere di presenza spazi, tempi, sensazioni ed emozioni. Gli affetti, ad esempio, possono essere vissuti, comunicati e condivisi, a pieno e in modo autentico, solo di presenza. Di sicuro, la didattica a distanza ha privato le nuove generazioni di una esperienza fondamentale e fondativa della psiche, del vivere sociale, della capacità di stare in relazione con l’altro nello stesso luogo.

Inoltre, il cosiddetto “ritorno alla normalità” (per quanto occorrerebbe chiarire il concetto di normalità, tuttavia le specifiche al riguardo sarebbero tali e tante che devierebbero dalla finalità del presente articolo) comporta dei vantaggi considerevoli, benché non spesso menzionati nella fiumana di riflessioni che intorno al tema si sono aperte, ovvero una riduzione (purtroppo ancora solo in parte) dell’esposizione a un traumatismo. Perché è questo, prioritariamente, il problema che emerge in maniera chiara dalla società e, di riflesso, anche nella pratica clinica coi pazienti seguiti col trattamento psicoanalitico o psicoterapeutico.

Si contesta che questa riapertura delle scuole sia in realtà molto parziale oltreché malamente organizzata, disordinata e, in ogni caso, i bambini e gli adolescenti vengono sottoposti a una tale mole di restrizioni, barriere, divieti e quant’altro che, di fatto, la possibilità di stare in gruppo è circoscritta soltanto alla propria classe; i rapporti interclasse sono infatti pressoché impossibili, almeno dentro la scuola.

Contestazioni e perplessità assolutamente vere e sensate, non di meno sussistono valenze psicologiche che andrebbero tenute in considerazione col giusto peso e rilievo. Intendo mettere in luce che siamo sottoposti, pressoché costantemente, a un rischio di traumatismo nella misura in cui sentiamo continuamente la paura del contagio, di ammalarci o di far ammalare le persone che amiamo e coloro che frequentiamo, con un senso di responsabilità maggiorato nei confronti degli anziani e, in generale, dei più fragili dal punto di vista sanitario.

Il rischio del contagio, che certamente è reale e pericoloso e andrebbe affrontato adottando i già noti dispositivi di sicurezza che ne ridurrebbero l’incidenza in misura significativa qualora assunti in modo responsabile, attiva fantasmi psichici persecutori. Al posto di un’ansia “sana”, ovvero l’ansia come segnale di un pericolo, come la descriveva Freud, siamo dominati da angosce profonde che, anziché fornirci strumenti di lettura del reale e dunque metterci nelle condizioni di adire risposte più adatte e utili, ci pone in uno stato di paura e impotenza che condizionano fortemente anche la capacità di immaginare e programmare il futuro.

Come è ben noto, l’umanità è sempre stata esposta nel corso della storia a pandemie, anche più gravi di quella in corso in termini di virulenza. Ma quella attuale presenta in primis una particolarità, che la rende nella percezione di ciascuno come più insidiosa, e tale specificità consiste nella sua diffusione capillare in tutte le aree geografiche del mondo. Una pandemia globalizzata o frutto della globalizzazione, lo potranno spiegare con migliori argomenti sociologi e filosofi. Il dato clinico ed esistenziale che emerge però ci dice che il vissuto psicologico dominante è che, primo, non esiste un altro luogo, paese, nazione non colpito dalla trasmissione dei contagi, tutto il pianeta è ammalato e questo risulta immane e sconvolgente. Secondo, sentiamo che non c’è un luogo sicuro che non sia la propria casa; questa allora viene vissuta come una sorta di rifugio ove rintanarsi.

Essere esposti a un rischio di traumatismo significa, in buona sostanza, sentirsi continuamente alla mercé di qualcosa di tragico e grave che possa mettere a repentaglio la nostra vita e che abbia luogo in modo improvviso trovandoci impreparati o impotenti rispetto alla possibilità di farvi fronte.

Per un bambino e per un ragazzo pensare che, sebbene con un novero di limiti e un alto tasso di disorganizzazione, noi adulti non ci sentiamo impotenti davanti alla diffusione del virus, non ci siamo arresi al rischio di contagio rimanendo rinchiusi a casa con un didattica esclusivamente a distanza ma che, al contrario, stiamo provando a riavviare attività scolastiche in classe, mi sembra che abbia una funzione non solo importante ma vitale per il loro equilibrio e benessere psicologico.

Per contro, tuttavia, va segnalato altresì che gli studenti sono cimentati in uno sforzo adattivo non indifferente alle nuove condizioni scolastiche, alle nuove regole, impegnandosi in una riorganizzazione mentale, cognitiva e demotiva, di ciò che è al momento la scuola, lo stare con gli altri, la socialità etc..

Ma questo loro sforzo quanto può durare?

Fino a quando proveranno a rivedere tutto ciò in virtù del recupero di una parzialissima normalità e invece non cederanno alla tentazione di rintanarsi (o reinfetarsi) a casa con la didattica a distanza gestendo invece loro, in modo più autonomo e, forse, anche impulsivo e rischioso, la loro socialità di presenza?

Governanti, genitori, operatori del settore e un po’ tutto la società dovrebbe interrogarsi in merito, perché la scuola non è solo questione di banchi, distanziamento e mascherine.

Informazioni su Luciana Mongiovì

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista, è membro associato della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association. Lavora presso il suo studio a Catania con pazienti adulti, adolescenti e bambini. Si occupa di clinica e ricerca in campo psicoanalitico. I suoi interessi vertono innanzitutto sullo sviluppo affettivo con particolare attenzione ai livelli primitivi della mente e alla precoce relazione madre-bambino. Suoi oggetti di cura sono: i “sintomi della contemporaneità” quali ansia e attacchi di panico, depressione e sofferenza legata a separazioni e dipendenze; le vicissitudini psichiche dell’adolescente connesse al corpo che cambia; le problematiche riguardanti l’adozione; il disadattamento scolastico con eccessi di aggressività e/o chiusura. Collabora con la rivista pediatrica Paidos.
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