articolo di Sebastiano Grasso

La chiave di lettura che ci aiuterà a interpretare il mondo dell’artista che mi appresto a presentare gravita attorno ad un sostantivo, usato spesso in queste circostanze, «silenzio»; una condizione dello spazio, uno stato mentale, non un riparo ai profughi del caos, né una spiaggia dell’oblio, bensì un laboratorio, un osservatorio dei peccati, delle difficoltà, delle speranze, dei piaceri. Un ambiente dove sperimentare, non il delirio dell’onnipotenza, non la prossimità della morte, ma una sorta di quiete in grado di far comprendere, elaborare, il fardello dell’imperfezione; dove costruire la lacrima capace di scaldare le profondità siderali dell’istante terreno.

Acireale, pur nell’anonimato impietoso che oggi offre al mondo, dentro il suo dedalo di viuzze annerite dal tempo, offre l’humus adatto ad una generazione di artisti ex voto, uno di questi è il pittore Luciano Vadalà. Altro esponente di questa classe di individui è lo scultore Paolo Guarrera (raffigurato a mezzo busto, da intensa opera firmata dal medesimo, amico di «sventura», Luciano). Questi due artisti sembrano alitare all’unisono, nello stesso confine, dentro quel silenzio che solo le note di Bach, Brahms & company possono sperare di frequentare; mentre: le penombre, le polveri sospese e i profumi più incomprensibili, la fanno da signori assoluti. Paolo e Luciano, sono accomunati dalla stessa professione di fede: il rigore monastico e l’approccio alchimistico che l’Arte Rinascimentale ha da sempre preteso a chi del Bello e dell’Armonia ne vuole fare oggetto di studio; una necessaria base di partenza, ma grazie alla quale è ancora possibile sperimentare la Figura, che esiste, resiste e restituisce concetti ed emozioni, quelli cari a Antonio Mercadante, per esempio, che dei due artisti fu mentore, appassionato sostenitore e amico.

Paolo Guarrera, classe 1970, vive e opera ad Acireale. Consegue il diploma di maturità presso l’Istituto Statale d’Arte di Catania e, successivamente, quello di Scultura presso l’Accademia di Belle Arti della stessa città. Oggi Guarrera insegna Discipline Plastiche presso il Liceo Artistico Statale “M.M. Lazzaro” di Catania.

La sua attività artistica lo ha visto presente nella propria città natale, ma anche nell’ambito della provincia catanese e ragusana, sin anche nelle città di Torino e Strasburgo. Fa parte di quella ristretta élite di artisti acesi che, sul finire degli anni ’10 (di questo secolo!), diede un importante impulso artistico alla cittadina; conclusasi, nel suo apogeo, con le attività legate al gruppo “I dodici movimenti” (il cui merito principale fu quello di avere dimostrato come anche nella periferia del Vecchio Continente si possa esprimere arte dal respiro mitteleuropeo).
Nel 2008, Paolo realizza il monumento con figura intera di Carlo Maria Carafa, Principe di Butera, che verrà collocato nella piazza principale di Grammichele. Nello stesso anno, per la Pinacoteca Zelantea di Acireale, lo scultore realizza il busto di Sandro Nicolosi; e, due anni dopo, quello di padre Giovanni Bonaccorso, collocato nel Santuario acese di Santa Tecla. Alcune opere di Guarrera sono esposte in modo permanente presso il MACS di Catania. Nel 2019, l’artista partecipa alle collettive dedicate ad Antonio Mercadante: «Paesaggi umani», «Antonio Mercadante, i suoi scritti e i suoi artisti», presso la Sala Colleoni dell’Accademia delle Belle Arti di Roma) e «Spiriti in fermento. In memoria di Antonio Mercadante» (presso il Palazzo Moncada di Caltanissetta).

Ho incontrato Paolo a casa mia; una rimpatriata che tra, l’altro, mi ha offerto la possibilità di porgli alcune domande per Il Gruppo di Polifemo. Il garbo discreto con cui quest’uomo è in grado di modellare il silenzio restituisce appieno la cifra di questo artista.
Vi rileggo gli appunti presi durante la chiacchierata.
«I miei maestri di riferimento? Ho studiato molto Michelangelo, mi attrae principalmente la sua spiritualità, penso alle sue forme chiuse, intime. Il realismo espressionista di Donatello, invece, mi affascina, le tensioni nervose con cui lo scultore risolveva le sue opere sono per me fonte di ispirazione. Ho osservato Martini; in lui rivedo una rivisitazione – nella sintesi formale – della scultura del ‘400. Auguste Rodin! Di lui mi piace il modo con cui trattava la figura, attraverso quelle forzature anatomiche restituiva forme particolarmente espressive; un risultato che otteneva amplificando alcuni segmenti del corpo, ovvero snaturando l’armonia di un tratto. Così facendo costruiva una tensione. Una parentesi a parte vorrei dedicarla al compositore che più di tutti amo ascoltare: mi permette di entrare in sintonia con l’Universo. E’ J. Sebastian Bach; la sua costruzione armonica è quanto di più vicino posso immaginare essere una forma perfetta, una dimensione perfetta.

Ma è nel fardello del silenzio che urla, la terra comune che condivido con questi artisti; il silenzio, quel «peso» necessario che permette di manifestare e bilanciare l’emozione.
Sebbene il corredo genetico di questi Maestri faccia parte del mio DNA formativo, oggi la mia firma artistica ne mantiene solo alcuni echi lontani. Un processo naturale. La mia necessità artistica è quella di elaborare una dinamica che vede l’essere umano al centro di un luogo (che non sia da intendersi come una dimensione metafisica, bensì uno spazio fisico/reale). La mia arte non insegue, o persegue, alcuna denuncia sociale/politica, non esprime un linguaggio, cosiddetto, concettuale; è piuttosto una manifestazione del mio disagio di vivere, che poi è quel moto universale e trasversale, che accompagna gli uomini; tuttavia trovo questo, già di per sé, «un concetto».

I miei soggetti esprimono la speranza come la gioia, la sofferenza come l’amore, o la sensualità; le figure che realizzo sono, spesso, tratte da persone reali (ad esempio, in questo articolo: in epigrafe Bagnante – in bronzo, h. 65 cm, anno 2012, di lato, rispettivamente Fratelli – gesso patinato, h. 90 cm, anno 2016 e Lorena – gesso patinato, h. 76.5 cm, anno 2010).

Quali materiali amo utilizzare per i miei lavori? Per dare la forma alle mie sculture utilizzo l’argilla poi, tramite la formatura, riporto in gesso. Pur essendo un materiale povero, il gesso mi permette di avere strutture stabili che non si deformano durante la fase di essiccazione, come può succedere se utilizzo l’argilla; inoltre questo materiale mantiene inalterate le dimensioni originarie. Quando invece le possibilità economiche me lo consentono, o a seguito di una precisa committenza, fondo le sculture in bronzo. In questo processo mi faccio carico personalmente della cesellatura e della patinatura finale.
Antonio Mercadante? A Lui devo gli stimoli formativi e soprattutto umani, che mi ha saputo dare, nonché il conforto e l’amicizia genuina, che mi ha offerto. Ha creduto in me e nella mia arte.»
Questo è una parte dell’Universo di Paolo Guarrera!


Paolo un timido? Paolo uno schivo? Paolo è piuttosto un romantico per necessità, progressista per vocazione, rivoluzionario per natura; qualità che gli consentono di governare gli istinti e gli esigui limiti imposti da una sofferta corporeità. Questa sorta di approccio esistenziale gli permette di impaginare un mondo in cui il suo modellato vibra, freme, si contorce attraverso l’oscurità quotidiana, emettendo un suono che solo il silenzio promette di restituire in tutta la sua divina bellezza.
Conoscete la sigla BWV 965? E’ talmente anonima che, ai più, potrebbe ricordare una marca di distributori di bevande, o magari un gruppo di inibitori di aminoacidi ramificati, in realtà è una sonata per pianoforte di J. S. Bach. Amo ascoltare Sonata nach Reinken in la minore, BWV 965, l’ennesimo capolavoro di energia e di raffinatezza compositiva. Lo riascolto.

John Eliot Gardiner asserisce che ascoltare Bach è come immergersi in profondità marine di rara bellezza.
Antonio Mercadante sostiene che nelle sculture di Guarrera, abita «… una materia sensibile che resta tutta interna, e che dall’interno muove la forma, la rende inquieta e vibratile, impedendole di assestarsi in una placida pura verosimiglianza…».
A chi considera la visione di Bach o di Guarrera troppo remota, ribatto che esiste un controcanto, una condizione che, pur relegando i due artisti a esseri di carne e sangue, ha consentito loro di raccontare la voce divina in forma umana; attraverso questi uomini, la natura, il ritmo delle stagioni infondono fiducia nella vita, esorcizzano la morte.