recensione di Loredana Pitino

Perché quest’anno la giuria dell’Academy Award ha fatto una scelta così singolare? Perché ha scelto Parasite? Il primo film non in lingua inglese, del regista sudcoreano Bong Joon Ho, che ha collezionato quattro statuette: l’Oscar per il miglior film e quello per la miglior regia, miglior film internazionale e miglior sceneggiatura originale?
Le ragioni, più o meno condivisibili, sono molteplici.

La sceneggiatura è davvero il frutto di una scrittura geniale, risultato di un’attenta e lucida analisi sociale, che mescola gli ingredienti della commedia con quelli del thriller e della tragedia dolorosa, con profonda introspezione psicologica e notevole capacità di scolpire i personaggi. Il ritmo di tutta la pellicola è assai accelerato, con colpi di scena continui e approfondimenti sui dialoghi e sul confronto fra i personaggi.

Ecco, i personaggi che muovono tutta la vicenda scorrono su due fronti paralleli, vivono in due mondi diversi e distanti che non dovrebbero mai incontrarsi se non occasionalmente. Invece si intrecciano fino a mescolarsi e scambiarsi, oltre al possibile, i ruoli. Sono i membri di due famiglie, una poverissima che vive al margine della città, in una periferia degradata, lurida e collocata, simbolicamente, nei “bassi” di una città della Corea del Sud; l’altra ricchissima, vive in una villa grandiosa, progettata da uno degli architetti più innovativi d’Oriente, guarda il mondo da lontano, dal loro punto di vista privilegiato ed esclusivo. Le loro vite si scontrano tragicamente per via di uno stratagemma e di una macchinazione geniale che la famiglia dei proletari poveri mette in atto ai danni dei ricchissimi martiri della loro vendetta personale e sociale.

La regia ha trattato il tema, attuale e scottante, della diversità, dell’emarginazione, della rabbia che ne scaturisce e della volontà di riscatto, dando al film un’originale narrazione “a spirale”, come in un crescendo che evolve dalla commedia cinica alla sovrapposizione di azioni prima drammatiche, poi tragiche, con passaggi horror e sangue a fiumi.
E così, quella che appare come una giusta “riconquista” di spazi e privilegi negati diventa, poi, una impossibile ricomposizione che lascia spazio solo a lutti, rimorsi e distruzione.

Il regista Bong Joon-ho, 50 anni, si era già fatto conoscere con Memories of Murder, del 2003. In un lungo articolo a lui dedicato, il New York Times scrisse che ha «una profondamente umana visione della rovina dell’umanità». In Parasite la rovina dell’umanità appare come deriva morale, definitiva, senza riscatto e speranza perché dalla rabbia che nasce dalla disuguaglianza può venire fuori solo un sentimento di odio, ma nessun cambiamento.

In questo, il cinema di questo ultimo anno, sia Coreano, Inglese o Statunitense, il cinema migliore, più attento ai temi sociali, ci sta dimostrando la stessa consapevolezza. Ce ne hanno dato saggio Clint Eastwood con il suo Richard Jewell, o Ken Loach con il suo Sorry we missed you, o Tod Phillips con il grandioso Joker, per ricordare soltanto alcuni giganti. Registi e film attenti a tracciare uno spaccato impietoso e realistico del nostro tempo a-morale e spietato dove non esiste possibilità di riscatto alcuna e la legge del più forte trionfa sempre mortificando e schiacciando i deboli, anche quando questi lottano con tutte le loro forze, lecite e illecite.

In Parasite gli spazi, gli ambienti hanno una fortissima carica simbolica. I Kim, la famiglia povera, vivono in un tugurio putrido (il cattivo odore rimane appiccicato ai loro vestiti, ai loro capelli, alle loro anime) e angusto con l’unica finestra, una vetrata che dà sulla strada dalla quale guardano il mondo come formiche in un formicaio sovraffollato. I Park, la famiglia ricca, abitano una villa moderna, minimal e superaccessoriata con grandissime vetrate che danno su cieli immensi e un parco privato in un quartiere esclusivo e distante dal resto della città e della società.

Questi mondi paralleli, questi spazi diametralmente opposti, sono letteralmente contrapposti sul piano della fotografia e della composizione delle immagini, anche grazie a una curatissima fotografia.
Quando su tutti, ricchi e poveri, si abbatte un tifone che flagella la città le loro sorti sono sconvolte; lì cambia tutto. I piani, i progetti, la quotidianità di tutti i personaggi. La scena più ”letteraria” del film, la scena che sembra ricordare le potenti pagine di Hugo o di Balzac, o la fotografia di denuncia di Salgado, è quella della città allagata, dell’acqua che trasforma le scale in cascate e le strade in torrenti e distrugge le case, i quartieri bassi e costringe la popolazione a raccogliersi in una grande palestra e dormire a terra.
“Bisogna non avere un piano”, questa la filosofia del Signor Kim di fronte a tutto ciò che l’uomo non può governare.

La volontà di riscatto, il progetto della vendetta, l’arma del ricatto passa dall’uso degli smartphone che i personaggi hanno sempre nelle mani e usano, come “un ordigno nucleare”, per fare video e foto da inviare, da pubblicare per denunciare, condannare, svelare gli inganni e le bugie reciproche. Proprio così come accade in questo nostro tempo dove tutto passa per quei piccolissimi schermi e per la rete, nuovo “dio web”, l’informazione, la comunicazione, il narcisismo, l’amore e la vendetta.

In un momento del film il regista inserisce un omaggio alla bellezza, all’amore sincero, quello che dà sollievo e conforto e che passa attraverso una canzone di Gianni Morandi, In ginocchio da te, sentita su un vecchio vinile e che i due anziani vecchi servitori dei Park ballano abbracciati sognando il giorno in cui “nella vecchiaia solo l’amor mi darà conforto”.
Una riflessione sul titolo. Chi sono i veri parassiti nella vicenda? I poveri Kim che sfruttano abilmente l’ingenuità, apparente, dei Park, loro che erano abituati a vivere di espedienti e ad approfittare di tutto, anche della password per il wifi dei vicini di casa? Sono i vecchi servitori che per anni si sono approfittati dei ricchi Park per nascondere e fare vivere a loro spese il marito della governante rifugiato nel bunker della villa? O non sono forse loro, i Park con il loro lusso esagerato, con un tenore di vita e i loro capricci insensati, con il potere di giocare con le vite degli altri, umiliando, offendendo, licenziando senza scrupolo alcuno? Chi sono i parassiti oggi? Se uscendo dal cinema il regista sud coreano ci ha lasciato anche solo questa domanda, il suo Oscar sarà tutto meritato.

Per tutti questi ingredienti Parasite ha vinto gli Oscar, una vittoria storica che arriva anche dopo la Palma d’oro al festival di Cannes, e che sembra voler mettere in netta evidenza il messaggio del film, oggi che forse la parola proletariato sembra desueta ma che la distanza fra la moltitudine dei nullatenenti e la minoranza fortunata che detiene la ricchezza del mondo è ormai una voragine immensa.