Perché gli ebrei sono così odiati?

articolo di Adriano Fischer

Ho avuto sempre una gran simpatia per il popolo ebraico, sarà perché mi schiero sempre dalla parte delle minoranze, sarà perché adoro Roth, Kafka, Malamud, Safran Foer, sarà perché ho visto tutti i film di Woody Allen, sarà perché mi piace dire roba come Bar Mitzvah o Mazel tov, sarà perché Marx era ebreo, Freud era ebreo, Proust era ebreo.

La verità è che mentre alcune religioni puntano sulla pace interiore, o sul rifiuto del peccato, o sulla fede, l’ebraismo punta sull’intelligenza, sotto il profilo testuale, rituale e culturale. D’altronde, perno della religione è l’osservanza e lo studio continuo del Talmud. Tutto è studio, tutto è preparazione, un perenne riempire la cassetta degli attrezzi mentali finché non si è preparati a qualunque situazione, come scrive Safran Foer.

Gli ebrei costituiscono lo 0,2 per cento della popolazione mondiale ma hanno ricevuto il 25 per cento di tutti i premi Nobel. E, sempre citando Foer, non esistendo un Nobel per l’essere sterminati, per una decina di anni gli ebrei non ebbero molte possibilità di vincere granché.

Allora, cos’è che fa degli ebrei questo nemico pubblico numero uno? Cosa li rende tanto invisi all’umanità? È una semplice questione di invidia?

Sì, presumibilmente. E le origini sono piuttosto lontane.

Tra i popoli del Mediterraneo e del Medio Oriente, infatti, gli ebrei erano gli unici monoteisti. Mentre gli altri popoli possedevano un pantheon colorato che accoglieva sempre figure nuove, fuse e mescolate con quelle antiche, gli ebrei avevano un solo Dio: unico, esclusivo, eternamente immutabile, che non nasceva come gli dei greci e non moriva come quelli egiziani.

Questo Dio era possente e tremendo, e non poteva essere rappresentato con immagini umane o animali. Bisognava osservare la Legge che egli aveva promulgato, i riti che aveva imposto e, soprattutto, bisognava essere puri.

L’essere puri comportava inevitabilmente vivere separati. Non condividere i pranzi con i vicini pagani, dove si mangiavano cibi che il rito proscriveva. La Torah parla precisamente di Kasherut, cioè l’idoneità che ha un cibo di essere consumato. Letteralmente adeguatezza.

La cucina Kasher, o Cascer, infatti, stabilisce puntigliosamente la natura del cibo, la preparazione, e gli animali che possono essere consumati. Il menu esclude rigorosamente il maiale, i crostacei/molluschi, la maggior parte degli insetti – fatta eccezione per le locuste – vieta la commistione di carni e di latte, e la macellazione degli animali deve rispettare il rigido precetto dello Shechitah (ovvero l’animale deve essere ucciso con rispetto e il macellaio, a tal proposito, deve essere addestrato al rito. Sono da eliminare il sangue e le parti grasse).

La diceria che gli ebrei fossero il male assoluto è stata alimentata dalla stessa chiesa che, per eliminare ogni concorrenza religiosa, e per giustificare così ogni tipo di persecuzione, ha accusato questa gente di aver crocefisso Gesù.

Alla faccia di ama il tuo prossimo!

Quando il cristianesimo è diventato, grazie a Costantino, religione dell’impero, la situazione peggiorò. Gli ebrei furono dei proscritti.

Dal 438 d. c., con gli editti di Teodosio e Valentiniano, nello specifico, furono esclusi prima da ogni carica pubblica e poi dal diritto di accesso alle università.

Intorno all’anno mille nasce la leggenda dell’ebreo errante, il racconto popolare che più simboleggia il destino di un popolo che non conosce requie. Le origini sono confuse, incerte, contraddittorie, si dubita su un qualunque collegamento con la realtà, ma sono tutte concordanti sulla maledizione millenaria che grava sugli ebrei. La leggenda, infatti, racconta di un ebreo ignoto che, durante la passione, non riconoscendo in Gesù il messia, viene, da questi, maledetto a vagare sulla terra, senza riposo e senza morire mai, fino alla fine dei tempi.

Illuminante potrebbe essere a questo proposito il romanzo di Eugene Sue, appunto, l’ebreo errante.

Un’altra interpretazione, di recente produzione storiografica, che spiega l’avversione al popolo ebraico – e che semina indubbiamente del fascino – riguarda la sensibilità di questo per l’organizzazione delle scuole e per un’educazione dei bimbi allo spirito critico.

Lo studio della Bibbia, del Deuteronomio, imponeva una disciplina orientata al rispetto delle regole dell’etica religiosa e civile, dell’igiene personale pubblica; invitava in sostanza a essere cittadini.

Questa è la preoccupazione che rende ostili i governanti nei confronti del mondo ebraico giacché si paventava che dallo spirito critico “talmudico” insorgessero contestazioni tali da minare quell’autoritarismo fondato sull’esercizio del potere e non sulla discussione. Non a caso, gli ebrei si impegnarono contro la schiavitù negli Stati Uniti d’America così come nella rivoluzione antizarista.

L’esaltazione dell’educazione e quindi dello spirito critico trova le sue radici in un passo del Talmud che recita: “Il mondo esiste solo per il respiro dei bambini che vanno a scuola”.

Lo stesso Gesù, si narra, prima di intraprendere la sua missione da profeta – o messianica, a seconda della fede professata – sin dalla giovane età aveva intrapreso gli studi delle sacre scritture presso una scuola Talmudica.

La persistente tradizione di istituire scuole ebraiche portò al radicarsi di paure antiche. Già Seneca si preoccupava perché l’ebraismo sembrava affermarsi nei diversi settori della società; ma c’era una constatazione positiva sul rigore degli ebrei: “Quelli conoscono le ragioni del proprio culto; mentre la gran parte del popolo (romano) compie dei riti e ignora perché lo faccia”.

La propaganda nazista ha poi unito tutte le mistificazioni millenarie, costruendo alla perfezione, e sotto uno stato di psicosi collettiva, l’immaginario di un colpevole che doveva essere eliminato, bruciato, arso. Un olocausto che costò la vita a sei milioni di persone.

Tra pochi giorni, precisamente il 27 gennaio, sarà celebrata la giornata della memoria, il 27 perché è questo il giorno del 1945 in cui le truppe dell’armata rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Su questa data è stato detto fin troppo, mi limito a ricordare il giorno del ricordo e concludo con un monito, anzi, via, un memento, di Elie Wiesel, scrittore, premio Nobel della pace, detenuto presso il campo di concentramento di Buchenwald,

«Il carnefice uccide sempre due volte. La seconda con l’oblio».

Informazioni su Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.
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Un commento

  1. Un bell’articolo, meritevole di maggiore diffusione. Le citazioni poi come quella del Talmud (il momdo esiste….) e quella di Wiesel (Il carnefice…) sono molto appropriate, universali e immortali. Traspare in qualche momento anche una venatura ironica che non dispiace..

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