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Percorsi di conoscenza: da Heisenberg a Verga

un articolo di Ario Fischer

Credo che ognuno potrebbe, o forse dovrebbe, porsi l’estrema domanda: cos’è l’esistenza, cosa la regola e quale ne è lo scopo. In tutti i campi della conoscenza grandi personaggi hanno dato, se non una risposta, almeno una chiave di lettura con il loro bagaglio di cultura, la loro capacità di analisi introspettiva e le osservazioni delle manifestazioni della natura microscopiche, macroscopiche e sociali.

In tutte queste sono comunque coinvolti l’uomo e la sua esistenza: un grande mosaico nella cui ricostruzione l’essere umano ha dovuto inevitabilmente colmare con la fantasia creativa le tessere che non è ancora riuscito a trovare.

La linea guida fino all’inizio del secolo scorso è stata il determinismo in base al quale nulla avviene per caso; da qui la convinzione che ad ogni effetto corrisponda una causa codificabile in una legge o in una regola, che descriva ciò che si osserva e consenta di definirne il comportamento nel tempo e nello spazio.

In tale metodo gli errori furono chiamati eccezioni e si pensò di creare una nuova regola per inserirle nel metodo: l’eccezione conferma la regola.

Tuttavia, nell’evoluzione dell’uomo, l’era del determinismo era solo una tappa. Frutto della stessa evoluzione è stato il moltiplicarsi e specializzarsi dei campi di studio, della quantità e organizzazione dei dati raccolti per ciascuno di essi, dell’enorme miglioramento, innovazione e capacità degli strumenti di analisi e misura.

Con la generale crescita della capacità intellettuale ed associativa dell’animale umano, era inevitabile che molte nozioni fondamentali, nate su base a volte solo teorica e intuitiva, fossero messe in discussione e ad esse fossero opposte idee antitetiche.

Non fu comunque un fenomeno isolato bensì un naturale progredire della coscienza dell’uomo verso il dubbio, che venne espresso in tutti i campi: da quello letterario, all’arte rappresentativa, alla musica, alla fisica. In breve, a tutto il mondo di cui facciamo parte!

In particolare nella fisica, il ribaltamento delle antiche convinzioni avvenne quando si cercò di spiegare il moto degli elettroni attorno al nucleo sulla base delle leggi della meccanica, così come Newton aveva fatto per il moto della Terra attorno al Sole. I tentativi in questo senso furono un completo fallimento; tutte le previsioni risultarono sbagliate.

Nell’esplicitare la sua formula del principio d’indeterminazione, in cui Heisenberg stabilisce i limiti nella conoscenza, egli disse: «nella formulazione netta del principio di causalità: “se conosciamo in modo preciso il presente, possiamo prevedere il futuro”, non è falsa la conclusione, bensì la premessa. In linea di principio noi non possiamo conoscere il presente in tutti i suoi dettagli».

Nella sua formulazione matematica, Heisenberg trovò che il prodotto della variazione della posizione di una particella per la variazione della sua quantità di moto è maggiore o uguale alla costante di Planck ridotta. Ciò significa che, se localizziamo una particella (e quindi la sua variazione di posizione diventa zero), non potremo mai sapere la sua variazione di quantità di moto perché questa sarebbe rappresentata da un numero che, moltiplicato per zero, dà un valore maggiore o uguale a una costante, e ciò contraddice una fondamentale regola matematica.

Enunciato nel 1927 da Heisenberg e confermato da innumerevoli esperimenti, rappresenta un concetto cardine della meccanica quantistica, sancendo una radicale rottura rispetto alle leggi della meccanica classica.

E così la conoscenza che ritenevamo fondamentale fino ad allora fu messa in discussione. L’atomo, che ci avevano detto composto da particelle, assume una non meglio definita entità dal comportamento corpuscolare-ondulatorio, e così il fotone ed ogni altra particella appartenente al mondo microscopico, il ‘quanto’.

Ma vi è di più. Il comportamento delle particelle, non solo non è univocamente definibile, ma i risultati dell’osservazione sono variabili e così «la fisica, scienza profondamente esatta, è ridotta a calcolare solo la probabilità di un evento […]: La Natura ci permette di calcolare soltanto probabilità. Con tutto ciò la scienza è ancora in piedi» [R.Feynman].

In tal modo, ci siamo evoluti dal determinismo al ‘probabilismo’ o indeterminismo.

Il dubbio sulla possibilità di una concreta definizione dell’esistenza si estende, così, ad ogni campo.

In quello letterario e filosofico, Pirandello si pone il problema della definizione dell’uomo e della individuazione della sua esistenza fra l’essere e l’apparire.

Si rende conto di come la verità osservata sia illusione, continuamente mutabile ed in questo viva e inafferrabile.

Si rende conto di come la pura osservazione alteri la realtà, come sia impossibile tentare di codificare in maniera stabile e inequivocabile l’essere umano nella sua individualità, se non fermandone il divenire. E ciò avviene solo con la morte che diventa l’unico modo – invasivo- per codificare la vita. Così come, nel campo della fisica, la particella, quando osservata e misurata, smette di avere la sua duplice natura corpuscolare e ondulatoria e ‘muore’, lasciando in vista un simulacro corpuscolare, non realmente rappresentativo della sua complessa identità.

È nota l’ispirazione di Pirandello a Freud, che complica la definizione dell’identità nella coesistenza dei tre aspetti di essa: l’Es, il bagaglio natale (l’inconscio), che l’Io (la coscienza di sé) collega con la realtà esterna, e il Super Io che ne modula le caratteristiche con i condizionamenti esterni (la maschera pirandelliana).

Ma qual è la “vera” identità?

La ‘lanterninosofia’ del Fu Mattia Pascal non è altro che la rappresentazione figurata della inadeguatezza dei nostri strumenti di conoscenza («E questo sentimento della vita per il signor Anselmo era appunto come un lanternino che ciascuno di noi porta in sé acceso; un lanternino che ci fa vedere sperduti su la terra, e ci fa vedere il male e il bene…»).

Ritorna Heisenberg e la fisica quantistica: la Natura non ci concede di essere misurata, codificata e al di là di una certa misura nemmeno osservata; possiamo solo presumere cosa probabilmente siamo in base a valutazioni statistiche e probabilistiche.

Anche Verga si pone il problema dell’esistenza dell’uomo. Nel concetto dell’autore, finché i contadini, i braccianti, i pescatori vivono integrati nell’ambiente che li ha visti nascere e crescere, finché credono e rispettano i valori in cui hanno creduto e che hanno rispettato i loro padri, allora, anche se poveri, sono al sicuro.

Il problema nasce quando cominciano a provare il desiderio del cambiamento, il desiderio di migliorare, di progredire. Come l’ostrica che vive sicura finché resta avvinghiata allo scoglio dov’è nata, così l’uomo di Verga vive sicuro finché non comincia ad avere smanie di miglioramento.

La risposta al quesito dell’esistenza per quest’autore è rinunciataria. Il senso di quella, per Verga, è solo dato dalla ‘roba’ e dalla tradizione dei padri, che la qualifica e la rende meritevole. Venendo a mancare quella, o a fronte del tentativo di qualificarsi diversamente, c’è solo la sconfitta e l’annullamento: questo è il pessimistico filo conduttore del ‘ciclo dei vinti’.

L’attribuzione poi di ‘verismo’ – come descrizione del vero – a tali posizioni, fa intravvedere una più generale condivisa visione pessimistica della vita da parte della platea di critici e lettori.

Se il senso dell’esistenza è legato – ma solo per prossimità – alla realtà materiale, cessa il legame causale e prevale la casualità degli eventi, che, per definizione, non può essere valutata se non a posteriori con metodi statistici.



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