Il Gruppo di Polifemo

Personaggio si nasce di Pierfranco Bruni

Recensione di Ombretta Costanzo

Nel calderone di capitoli si delinea un percorso analitico intrapreso con la grinta e la volontà di disegnare la linea sinusoidale di un personaggio in cerca di autore. L’autore diventa Pierfranco Bruni che coinvolge il lettore in un labirinto di riflessioni su Luigi Pirandello con Personaggio si nasce edito da Ferrari Editore.

“L’esistenza di uno scrittore senza capacità di compenetrarsi diventa fattibilità della futilità”

Nei meandri architettati da Bruni si indagano le vie di fuga che collegano le impronte di Pirandello a più protagonisti della letteratura e della filosofia partendo addirittura da Ulisse, tramite cui si inserisce all’interno di processi antropologici, per affrontare il suo vivere in esilio inteso come assenza da uno spazio dell’anima che forse non può colmare ma solo accettare, convogliando qualsiasi soluzione dentro il concetto di maschera.

L’immagine scolpita di Pirandello ha la straordinaria grandezza del tragico e dell’assurdo ancor prima di rendercene conto, siamo attori del suo teatro, in relazione ai suoi personaggi, talvolta incoscienti di appartenere ad una forma più che ad una vita.

La brillantezza del testo sta nel proporci tacitamente un ruolo da copiloti nella macchina del tempo con cui rasentiamo grandi nomi come Verga, Brancati, Nietzsche, Theodorakis, Ovidio e persino il teatro per eccellenza del secolo precedente di Totò, De Filippo per defluire nel cinema di Troisi accennando al linguaggio di Camilleri.

Mi fermo un attimo su Dante, fonte d’ispirazione per antonomasia, colui che prima di chiunque altro aveva messo in campo personaggi inventati, immaginari, onirici, assurdi e persino veri.

E poi Montale, che definisce Pirandello “pseudo poeta filosofante”da cui tuttavia eredita in qualche modo il suo “male di vivere” riproponendolo con indipendenza semantica. Accattivante l’accostamento al “Nessuno” di Omero: Ulisse è nessuno ma allo stesso tempo è uno e centomila, mito, ritorno e mascheramento, “è inganno su cui si trasferisce la solitudine dell’uno e la confusione dei centomila, in nome di nessuno”.

L’anamnesi di Pirandello schietta e ripida inizia dall’alchimia che nasce proprio dal caos, midollo spinale su cui si arrovella per sempre la vita dell’anima, che si specchia e ritorna con un nuovo linguaggio, vettore di identità in aggiornamento costante, nonostante il tempo distruttivo. Forse è l’amore a salvare Pirandello,o forse è la figura di Marta Abba, la recita d’amore che supporta la sua arte, il confronto con questa donna in riferimento soprattutto a “I giganti della montagna”

“Io sto trattando tutto come una leggenda, in scene come di sogno, liriche”.

Riconosciamo Pirandello come antropologo, filosofo nostalgico e attore tragico di commedie umoristiche incentrate su quel sentimento del contrario che induce alla riflessione dopo aver superato la comicità avvertita nelle apparenze.

“vorrei ridere, rido, ma il riso mi è ostacolato da qualcosa che spira dalla rappresentazione stessa”

Vivere inseguendosi come estranei mi ha fatto riflettere sul rischio di vedersi vivere e di non sapere andare oltre, uso le parole di Bruni perchè non saprei meglio esprimere il concetto di affrontare uno specchio che non crea mai il doppio bensì il diverso o l’estraneo nella piena consapevolezza del vano e del vuoto; ed è proprio così che si sintetizza la tragedia di Pirandello, abilmente studiata con una costante ricerca di concetti chiave che tuttavia mantengono l’indefinibilità di una poetica tutt’ora argomento di critiche e riflessioni.

La vita non conclude

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