COMING OUT

 

Provenivamo dall’ostello ché avevamo bevuto due ceres ciascuno. Sarei dovuto rientrare a casa ma non ne avevo la minima voglia e poi a quell’ora ci sarebbe stata solo mia madre, e lei, con tutto rispetto parlando, non avrebbe capito. Era meglio che ci fosse anche mio padre, lui a suo modo pondera, argina, mitiga, insomma riesce a essere lo sbirro buono. No, no, mia madre non avrebbe capito, se poi capire è il termine corretto, ecco, non avrebbe accettato questa mia scelta, questo mio essere, questo mio sentire. Non lo avrebbe accettato ancor prima di capirlo.

Camminavamo stretti come due amici amanti per via Etnea, in silenzio, io che pensavo ai fatti miei e Renatino che pensava pure lui ai fatti miei. Perché la questione era seria anche se non nuova. Non solo, c’era da meravigliarsi, o forse indignarsi, che ancora nel 2018 si dovessero affrontare con timore certi argomenti, certe discussioni, che in altre parti d’Europa passerebbero sotto gamba con una naturalezza disarmante.

Siamo un popolo dannatamente provinciale e non sembra questa essere, per la maggior parte degli italiani almeno, una questione di cui vergognarsi. Abbiamo così deciso, con un cenno del capo e uno della mano da parte, quest’ultima, del mio amico Renatino, di tagliare per via Pacini e continuare a bere a Città Vecchia. Ci siamo sistemati nel tavolo più vicino alla strada, quello più in disparte, però sempre sotto il tendone che il cielo manco lui aveva le idee chiare.

Il bar a quell’ora del pomeriggio è sempre pieno. Gente di tutti i tipi o, meglio, tipi di tutti i generi, che si spendono per persone di mentalità aperta, di vedute larghe e di orizzonti sconfinati. Sono curvi o bivaccati sopra quelle sedie e bevono o sorsano birre. Renatino non può fare a meno di stare mezzo torto, con il braccio sullo schienale mezzo curvo, mezzo bivaccato per salutare ma, soprattutto, essere salutato.

La rossa Tania slaloma tra i tavoli, gentile, sorridente e tatuata. Ha questo serpente, ad esempio, che le parte dal polpaccio e finisce con fauci che le mordicchiano una chiappa, o almeno lei così vuole fare credere. D’altronde, se una non può fare la sensuale coll’abito, lo deve fare a suo modo e con le parole.

Ordiniamo velocemente due negroni. Renatino si è così compenetrato nella mia storia che non scherza neppure con Tania. Questa, infatti, ci resta in mezzo in silenzio e incredula che non segua alcuna battuta con il solito doppio senso. «Pippo, non per farmi i cazzi tuoi, perdonami, ti voglio bene ma che motivo hai adesso di confessare tutto ai tuoi genitori? Che ti è preso, così, d’un colpo? Eppure, nella tua situazione ci hai convissuto per tantissimi anni. Aspetta un altro poco. Aspetta di essere autonomo, di avere più soldi, così, se quei due non ti capiscono, puoi fare valigie e andartene via»

«io…» Tania arriva con i due negroni belli pronti e profumosi, li poggia. Io per poco non mi sbilanciavo, lei sentiva e vedi le chiacchiere che si sarebbero fatte a Città Vecchia! Quindi taccio, Tania sistema con una lentezza bradicardica la coppetta con le noccioline, con le olive, con le patatine, con delle cose a forma di stella, orripilanti, che in questo bar tirano molto «dicevo, io… vedi, questa domanda me l’hai fatta qualche anno fa e, per come vanno le cose qui, me la potrai fare tra qualche anno e tutto sarà sempre uguale a prima. Ho rinviato questo giorno un milione di volte, davvero un milione! Non sopporto questo peso, mento, ho mentito per troppo tempo. E non ho mentito su qualcosa di trascurabile, sai, di marginale o… o non lo so, ho mentito su me stesso, la mia identità. E nascondere una cosa di questo tipo alla propria famiglia non è di buon augurio per una mia eventuale famiglia, in futuro. Tu… tu a posto mio cosa faresti?».

Renatino si ficca un pugno di patatine in bocca, poi con aria penosa sorseggia il suo negroni. «troppo ghiaccio per Dio, troppo, troppo. Che cosa farei io, cosa farei?» sbraccia in direzione di Tania che gli fa cenno di aspettare un minuto «cosa farei io? io me ne fotterei, Pippo. Com’è che diceva Verga? Io me ne stracatafotto, amico mio. Quello che faccio mi piace? Sì, lo faccio. Quello che sono mi piace? Sì, no, è uguale, tanto non lo posso cambiare. La natura non si cambia, non si dissimula, non si camuffa, non si inganna, quindi che motivo ho di preoccuparmene?»

«era Camilleri, comunque»

«cosa, chi, cosa? Troppo ghiaccio, troppo, troppo. Che fa quella, che fa?».

Tania finalmente arriva, non valeva la pena continuare a parlare, il mio amico con il negroni non di suo gradimento non avrebbe ascoltato una sola parola. Renatino brandisce il bicchiere contro l’incolpevole cameriera «amore mio, c’è troppo ghiaccio, troppo, troppo. Io tra poco bevo acqua». Tania butta un occhio dentro, agita il bicchiere e se lo porta dietro senza dire una parola.

«Santo cielo, hai visto che faccia, hai visto che espressione? Sa che le ho detto…»

Accendo una sigaretta finalmente. E’ che mi pizzica la gola dall’Ostello! Il mio negroni è a metà, sono così amareggiato che davvero non riesco a gustarmi il mio cocktail preferito. Forse avrà ragione il mio amico, forse è troppo annacquato, forse ho troppa adrenalina in corso e l’alcool mi fa sì, ma nelle giuste misure. Per adesso proprio un cazzo. Finisco di prescia il mio negroni e ne ordino un altro. Tania sta arrivando, alzo un dito e restituisco il bicchiere vuoto.

«un altro…»

Tania se ne va ma la chiamo in tempo, mi parte un acutino niente male che mi sembro Malgioglio.

«senza ghiaccio questa volta»

Renatino mi segue. Accende anche lui una sigaretta. No, lui, a dire il vero, fuma tabacco e le sigarettine le prepara prima così non perde tempo. Stiamo in un riflessivo silenzio. Guardiamo la strada come se fosse un cantiere, il viavai d’indiani, bengalesi, pakistani, cingalesi e civitesi. Per un secondo mi appacio con me stesso, via Pacini ricorda via Maqueda a Palermo, e mi convinco, fosse pure un’illusione, che le diversità possono coabitare tutte insieme, serenamente. E penso che, per quanto io non lo dia a vedere, perché non ho il lusso di distinguermi per via della pelle o per via dell’accento, penso che anche io sono diverso, sono un diverso, con un proprio pensiero, una idea, un’inclinazione, una predisposizione, un gusto, una passione, un credo, una fede, una solitudine, una prospettiva, un orizzonte, è tutta roba mia, mia di Filippo Cutrera, mia che mi rende diverso, solo e unico e irripetibile.

«e Tonia? mi dicevi che non l’ha presa bene, però non la biasimo dopo tutti questi anni. Ti voglio bene, Filippo, ma secondo me… secondo me».

Il mio amico nicchia, e quando un amico nicchia su cose così importanti, così esistenziali, vuol dire che non ha capito come dice di aver capito. L’amico ti capisce a prescindere.

«mi dispiace, lo so. Ma mi dispiace ancora di più perché Tonia non accetta l’amicizia tra gli ex. Non crede che un rapporto si possa rivalutare, rivedere, trasformare, che due persone si possono amare in modo diverso. Io per Tonia ero il ruolo che mi aveva assegnato, dell’uomo, del compagno, e del futuro marito. Ed un giorno sarò tutte queste cose ma con un ex davanti».

«non ha fatto però scenate, questo è dimostrazione di un minimo di maturità. Non glielo puoi negare. Ti ha chiuso, alla fine, la porta dietro e un augurio di buona vita».

«in realtà me lo aspettavo. Tonia è sempre stata gelosa per natura, e non poco. Più di ogni altra cosa, però, Tonia è sempre stata una persona competitiva, le donne erano altre da lei, erano rivali, e su di esse doveva primeggiare, vincere. Voglio dire che se l’avessi tradita, se mi fossi innamorato di una donna, Tonia non me l’avrebbe perdonato. Non avrebbe potuto tollerare che una sua conquista potesse declassarla a seconda o addirittura eliminarla dalla competizione amorosa».

Ad un certo punto scoppio in una risata che non è da me. Credo di essermi strozzato con il negroni ma soprattutto è stato un ricordo che, improvvisamente, ha fatto irruzione nei miei vaneggiamenti. E di questo devo dar conto al mio amico che mi osserva come se fossi da trattamento sanitario obbligatorio.

«all’inizio ha creduto che la stessi coglionando. Vedi che roba. Ha tentato di telefonare a mia madre, come se io mi fossi inventato tutto, come se stessi scherzando. E da chi voleva conferma? Da mia madre… altra dimostrazione che quella donna non mi ha mai capito».

Sul tavolo le coppette sono vuote, ad eccezione di quella che contiene quelle maleodoranti stellette rosse. Roba che non dà mai pace al mio amico che, con una voce impastata, chiama in soccorso Tania. È lì, sull’uscio, che sta fumando una sigaretta, per tutta risposta ci offre il dito medio e ci indica Livia, la bionda, che sta servendo ai tavoli. Renatino afferra rapacemente le coppette e le agita davanti a Livia che sbuffa, che s’imbroncia e che, alla fine, ci raggiunge.

«…e un altro negroni per piacere, Livia. Attenzione al ghiaccio. Tu?»

Io sarei veramente al terzo. C’è il rischio che non riesca a spiccicare una parola, che mi addormenti in piazza Carlo Alberto, ma alla fine, insomma, oggi è anche il giorno della verità e lucido lo sono già stato prima quando serviva, in altre parole quando ho preso consapevolezza.

«sì, un altro anche per me»

Livia prende coppette e ordinazione e rientra nel bar. Renatino tiene il negroni sopra il petto e le labbra appoggiate sul bordo del bicchiere, una scena che davvero fa paura.

Ormai il sole è tramontato, l’avevo visto scomparire solingo e apatico tra due palazzi. In via Pacini residuano ombre lunghe del colore della ruggine, preludio di una notte che incalza e di un tempo di ritirarsi. Con il mio amico abbiamo mantenuto il silenzio finché il suono sordo delle coppette riempite non ci ha riportati a Città Vecchia. Ed eccolo il mio terzo negroni. Lo sguardo di Livia mi domanda tutto bene? Quello di Renatino te la fidi? Cerco il riflesso sul mio bicchiere ma non lo trovo. Mi sento barcollare, come se fossi una pendola, ma sono fermo. Mi reggo il mento con le nocche, tipo il pensatore di Rodin, e guatando il pavimento penso sia liberatorio vomitare.

«tornando alla tua domanda, affrontandola quindi con maturità, e nei limiti del possibile cercherei di dare una risposta lucida, io non credo che i genitori capirebbero. O meglio, per amore figliare, capirebbero eccome, che poi capire… soprassedere forse. Il fatto, penso, che una scelta come la tua, ammirevole per carità, porta tuttavia degli svantaggi il cui peso sarà difficile da sostenere. Una volta che ti sei svuotato l’anima, il peso che ti ha oppresso tutta una vita, ecco che ti si dischiude la maledetta realtà. Soffrirai amico mio, ti voglio bene Filippo, ma soffrirai come un cane, e i tuoi genitori questo potranno temere. Avrai difficoltà nel lavoro, nel farti amicizie, in ogni relazione, verrai escluso, sarei deriso. Tu per la gente sarai quello che stava con una gran fica e che hai mollato per… per… non lo so. Ti voglio bene, Filippo, però questa storia della verità, questa storia qui, è una grande stronzata»

Il mio amico adesso mi parla come se in bocca avesse un caco acerbo. Vederlo completare quell’articolata argomentazione tra biascichi e ciancichi gli rende onore. Anche perché, arrivato a quel livello, solitamente i suoi occhi vagano di culo in culo e non si alzano da quelle altezze. Mastica adesso la scorza d’arancia chiuso in un mutismo quasi autistico. E io, io che piango almeno da mezzora, le guance inondate da lacrimoni che scendono pesanti e il freddo della sera me le congela sopra, immortalandomi in una espressione di sofferenza. Siamo ubriachi e siamo pertanto la moltiplicazione dei nostri stati d’animo. Mi trovo all’improvviso un pugno, un mio pugno, sospeso e che ruota tra me e il mio amico. E me lo vedo, so che è mio, ma non mi pare che mi appartenga.

«il nicodemismo. Tempo fa, volendo tracciare una mappa genetica della gente della nostra città, avevo scritto che siamo affetti da questa malattia sociale. In altre parole, alludo al comportamento di chi aderisce, solo in apparenza, alle opinioni e alle correnti che dominano l’epoca in cui si vive. Nel farlo chiaramente si nascondono le idee, si tacciono le convinzioni che contraddistinguono il singolo. Non è così facile, amico mio, essere se stessi. Trovarsi e viversi di conseguenza. Il rischio di cui parli è imprescindibile».

Vedo che si è fatta una certa. Se solo potesse aprire gli occhi Renatino, lo vedrebbe pure lui. Ha un gomito dentro una coppetta e una mano con cui copre gli occhi. E mi sembra che un rivolo di bavetta penda dal labbro. E’ Livia che trattiene una risata, gli solleva il gomito e si porta via coppette e bicchieri. Via Pacini si prepara per la notte. Botteghe e ristoranti schizzano luci a tempesta; c’è questa moda, tipo estone, che i camerieri, fuori i locali, cooptano i clienti spalmandogli in faccia il menu del locale. È qualcosa d’insopportabile.

Pago il conto e sollevo Renatino dai fianchi.

«non diamo spettacolo»

è strano che sia ridotto così mentre io… io, ebbè è la notte della verità.

«fffasciou da solou, vrazzie»

Livia gentilissima ci porta un bicchierone d’acqua che Renatino tracanna a goccia. Lo sostengo finché posso, con il braccio mi cinge il collo e cammina come se avesse bastoni in luogo delle gambe. Finalmente in piazza Carlo Alberto, sulle scalinate, Renatino decide che è l’ora di procedere senza aiuto. Si tiene sui fianchi e prende un grosso respiro che gli gonfia il petto.

«hai mai capito come si chiama questa chiesa?»

«è una basilica» rispondo poco sicuro «dovrebbe essere la Madonna del Carmine».

Sopra il secondo scalino della basilica il mio amico rovescia tutte le patatine, le noccioline, le rotelline orripilanti.

«è tutto ok!» dice sollevando le braccia sopra la testa «tutto ok, sto una meraviglia adesso».

Questa volta camminiamo a braccetto, ancora più stretti dell’andata. Abbiamo il passo sincronizzato. Io faccio caso al suo e nello stesso tempo lui fa caso al mio. Siamo un’unica persona.

«la gente potrebbe maliziarci sopra, vedendoci così insieme».

Non rispondo. Penso ai miei genitori con i quali a breve dovrò parlare.

«la Chiesa. È colpa della Chiesa. Tutto questo, dico, è sempre colpa della Chiesa?».

Che argomento. Renatino sa dove pungolarmi, è evidente che non tollera il mio silenzio. Teme di addormentarsi magari.

«penso che sì, ma penso che soprattutto sia stato il suo passato torbido, più di tutto il rifiuto del libero esame, quello sostenuto da Lutero. Ha escluso, nel modo più categorico, che l’uomo possa ragionare con la sua testa».

Siamo arrivati a casa mia.

È buio ma lo è ancora di più perché le luci nella mia via non sono accese. Renatino non sale però si propone di aspettarmi sotto. Non si sa mai come debbano risolversi certe delicate discussioni. Lo lascio lì, parco di ringraziamenti. È stato del resto tutto il giorno ad ascoltarmi. In cucina non trovo nessuno, accendo la luce del corridoio e li trovo nella mia camera. C’è solo l’abat jour accesa, mia madre è seduta sul mio letto e ha l’espressione afflitta e spossata, si tira indietro i capelli che le ricadono puntualmente davanti. Mio padre invece è seduto al mio posto, il computer è aperto, e in mano agita il libretto universitario. Che apre in quel momento, proprio mentre mi paro di fronte.

«non hai dato un esame, uno»

«volevo parlarvi proprio di questo, oggi»

Mio padre sfoglia ancora il libretto con chissà quale speranza sottesa. Strappo dalle mani di mio padre il libretto universitario. Non conta, non ha mai contato. Non è questo il punto. Mi sento gli occhi adesso così pesanti, saranno state tutte le lacrime versate, non so, ma la mia faccia è rossa ed è gonfia. Io non ce la faccio più ed è grazie a questo stato che riesco a trovare il coraggio, perché mi sento che non ho nulla da perdere.

«non frequento da anni l’università perché scrivo, scrivo da tanto tempo e quello lì, quell’oggetto, quel coso, ecco quello è il mio strumento del mestiere»

«scrivi? Vuol dire che…» mia madre si alza in quel momento con un’espressione inebetita. Prova a dire qualcosa ma esita, esita finché qualcosa timidamente riesce a formulare «scrivi, significa che sei… che sei uno scrittore?»

Annuisco e una specie di sorriso mi sgonfia il viso. Mia madre si stringe nelle spalle, condivide uno sguardo di complicità con mio padre poi domanda,

«e sei felice?».

«sono, più che altro»

Scendo. Renatino sta dormendo sull’angolo dell’ingresso, accovacciato, le braccia strette al petto. Appena mi vede, si lancia in piedi, sia pure basculante,

«gliel’hai detto» mi chiede concitato

«gliel’ho detto, facciamoci un giro».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

About Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.

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