articolo di Sara Bartolucci

«La crisi ambientale, pur essendo un’esperienza universale, non ci dà la sensazione di un evento di cui facciamo parte. Anzi, non ci dà proprio la sensazione di essere un evento. […] È solo il clima, solo l’ambiente. Quasi certamente però le generazioni future guarderanno in retrospettiva e si chiederanno […] Per quale ragione al mondo abbiamo scelto di suicidarci e di sacrificare loro?»



Tutti siamo a conoscenza che il nostro clima sta cambiando e tutti siamo d’accordo sul fatto che “bisogna fare qualcosa” ma: chi sta facendo davvero qualcosa? La risposta già la conosciamo: nessuno. Né organi internazionali né associazioni, né governi né individui, eppure basterebbe poco, davvero poco, per invertire il senso di marcia che ci sta conducendo verso l’estinzione. Si, ma come?

La risposta ce la suggerisce J.S. Foer in Possiamo salvare il mondo, prima di cena:

«Sì, servono cambiamenti strutturali, serve una transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili a livello globale […] Potrebbe persino servire una rivoluzione politica. Questi cambiamenti esigono passaggi che gli individui non sono in grado di attuare da soli. Ma […]non avremo nessuna possibilità di raggiungere l’obbiettivo di contenere la distruzione ambientale se gli individui non prenderanno l’individualissima decisione di mangiare in modo diverso.»

“Mangiare in modo diverso”: è questa la soluzione. Banale? Non dopo aver letto attentamente questo libro.
Foer non è un estremista, non è nemmeno vegano, ciò nonostante invita i lettori a compiere un piccolo, piccolissimo sacrificio per avere una remota possibilità di non condannare l’umanità all’oblio: non mangiare prodotti animali prima di cena.

Una bazzecola! Eppure, quasi nessuno lo fa (vegani esclusi); ma quasi tutti sono informati sull’emergenza climatica. Sapere senza credere però, dice lo scrittore, è come non sapere, e l’idea che il clima finirà per distruggerci è terribile, così spaventosa da non essere percepita come reale e tangibile. Davanti alle calamità naturali che si stanno susseguendo una dietro l’altra preferiamo chiudere gli occhi perché è la soluzione più semplice, immediata e quella che sappiamo fare meglio.

Foer parla alle nostre coscienze, mette a nudo le nostre debolezze e i nostri limiti senza puntare il dito perché: è uno di noi. Ma rispetto a noi ha avuto il coraggio e la pazienza di studiare e raccogliere informazioni per tre anni prima di iniziare la stesura di questo libro. Ogni affermazione, dato, statistica, racconto storico e numero hanno una fonte e un approfondimento ufficiale che possiamo leggere nelle 25 pagine di Appendice.

Utilizzando un linguaggio che passa dal racconto autobiografico al flusso di coscienza, fino al discorso accademico, l’autore mostra come “credere” sia l’unica azione che ci porterebbe alla salvezza. «La crisi climatica è anche una crisi della cultura, e pertanto dell’immaginazione.» Non crediamo, pertanto non riusciamo a descrivere ciò che proviamo di fronte al cambiamento climatico e, davanti alla denuncia, non sappiamo prendere una decisione che ci porti all’azione.

«Nessuno se non noi distruggerà la Terra e nessuno se non noi la salverà. Le condizioni più disperate possono innescare le azioni più cariche di speranza. Abbiamo trovato il modo di riportare la vita sulla Terra dopo un collasso totale, perché abbiamo trovato il modo di provocare un collasso totale della vita sulla Terra. Noi siamo il Diluvio e noi siamo l’Arca. »

Il punto su cui Foer torna più volte è che le azioni del singolo sono importanti tanto quanto (se non di più) quelle del “sistema”. E il cambiamento è inevitabile:

«Possiamo scegliere di fare dei cambiamenti oppure possiamo subire altri cambiamenti […] ma non c’è futuro senza cambiamenti. Il lusso di scegliere quali cambiamenti preferiamo ha una data di scadenza.»

Non ci viene chiesto di rinunciare alla carne, all’automobile, ai viaggi in aereo, all’avere figli, ci viene chiesto di scegliere di limitare tutto questo: mangiare carne e prodotti animali provenienti da allevamenti naturali (abolire definitivamente prodotti da allevamenti intensivi, responsabili del 51% delle emissioni di CO₂ e quindi una fra le principali cause del surriscaldamento globale), utilizzare l’auto solo quando necessario, viaggiare in aereo 1-2 volte l’anno e non cercare di avere più figli di quanti se ne possano mantenere (il problema della sovrappopolazione è qualcosa con cui dobbiamo fare i conti, le risorse non bastano a sostenere 7 miliardi di persone e le previsioni vedono un aumento esponenziale nel giro di pochi anni).

I “sacrifici” che ci chiede il pianeta, attraverso le sagge parole di Foer, possono davvero chiamarsi tali? Siamo davvero così ciechi davanti all’inevitabilità del nostro divenire? Ci stiamo davvero suicidando in massa per non rinunciare a una bistecca a pranzo? E ancora… vale la pena condannare un pianeta per una grigliata domenicale?

A sostegno di questa tesi c’è il recente caso di pandemia che ha investito l’intero globo: quasi tutti hanno avuto notizia di come la quarantena forzata di miliardi di persone abbia contribuito a un sostanziale benessere del Pianeta con effetto immediato. Se per far respirare l’ecosistema abbiamo dovuto chiuderci in casa, cosa siamo in grado di fare se ci muoviamo un poco nella giusta direzione?

Questo di Foer è un libro sconvolgente, che arriva dritto al cuore e che si legge con una facilità estrema, come estremo è il tentativo di salvarci.
Per riuscire in questo bisogna iniziare a pensare in termini di scelta e non di rinuncia; scegliamo di mangiare meno carne, scegliamo di favorire fonti sostenibili… scegliamo la vita.

«Nessuno se non noi distruggerà la terra e nessuno se non noi la salverà. […] noi siamo il diluvio e noi siamo l’arca.»