Il processo di Lucky Lucano

Il trambusto in aula è davvero qualcosa d’insopportabile. Il chiacchiericcio è continuo, delirante, infervorato.

Le panche ripetutamente spostate, i cellulari che suonano a più riprese, il calpestio ossessivo dei familiari, degli amici, dei paesani, dei curiosi, dei consulenti, dei giornalisti. Il caldo non aiuta neppure. L’unica finestra è murata;“per ragioni di sicurezza!”, così dice un carabiniere che lì sotto gronda come una fontana.

Il pubblico ministero è il primo a entrare, sfreccia tra le persone con il gomito alzato e il fascicolo stretto sotto il braccio. Ha una corona di capelli arruffati e infeltriti che gli impolverano le spalle di forfora. Seduto, si libera accaldato della toga che molla sulla sedia.

Un giornalista, piccolo e molesto, svicola furtivamente e s’inginocchia vicino al pubblico ministero, puntandogli contro il microfono.

«Lei è il dottor Spadaro?»Il pubblico ministero lo scorge appena con un occhio pigro. Poi annuisce.

«Ha dichiarazioni da fare per la Voce del Quiquaquotidiano?»

Il dottor Spadaro fa cenno di no con la testa.

«Quali sono esattamente i capi d’imputazione, dottore?»

Il dottore scrolla le spalle e fa una faccia lunga.

«Dottore, Lucky Lucano sconterà la pena?»

Il pubblico ministero fa una smorfietta sadica, poi apre il fascicolo nascondendo un ghigno. Da una porta secondaria, dalla quale si accede direttamente nella gabbia, entra l’imputato. È basso, tarchiato, una chierica importante, un’espressione melanconica. Lo accompagnano sei poliziotti. Due restano con lui, gli altri fuori. Sono seri, imbronciati e tengono una mano sopra la fondina, il cappello calzato fin sopra le orecchie.

Una falange di fotografi comincia a scattare foto a Lucky Lucano, appeso alle sbarre, ammanettato, che saluta i familiari e gli amici con un cenno timido della mano. Ha le labbra sottili sottili, e appena le schiude si scorgono piccoli denti spaziati.

«Lucky libero» urlano i presenti a ritmo incalzato, «Lucky libero».

In quel momento attraversa l’aula indisturbato, e dando le spalle al muro, l’avvocato Sbrogliacavilli. È un signore sulla settantina che si porta dietro il peso di una professione stressante. Veste con una camicia a quadri sotto un completo più largo di una taglia che lo fa gobbo e tisico. Dietro di lui, incollato al suo passo, il praticante, un trentenne con i capelli laccati e un visetto efebico che porta il fascicolo strapieno di atti e la borsa del dominus, una ventiquattrore vecchia e consumata quanto il proprietario.

«Lucky libero», le urla diventano sempre più insistenti. Gli amici dell’imputato sollevano il braccio e chiudono il pugno. La cosa diverte il dottor Spadaro che li guarda con aria sardonica e compassionevole. Ritorna poi con sollecitudine sulle sue carte, sfogliandole, studiandole.

Scende finalmente il silenzio. Una campanella, suonata dal cancelliere, avvisa che il giudice sta entrando in aula. I presenti cercano posto, altri preferiscono restare in piedi, appoggiati al muro o al distributore dell’acqua. I giornalisti e i fotografi si abbarbicano sulla ringhiera che divide l’aula dal pubblico. Hanno tutti i microfoni sparati verso l’alto e così i fotografi le macchine fotografiche.

Entra trascinandosi il giudice Agostino Tienabada. Canuto e con le sopracciglia folte e brizzolate, ha una corporatura gracile e insignificante. Si siede con flemma, sostenendosi con i palmi sul tavolo, sul comodo scranno senza salutare nessuno.

L’arrivo galvanizza i presenti che cominciano a vociare, a scambiarsi opinioni, a rivendicare posizioni. Il dottor Spadaro e l’avvocato Sbrogliacavilli si alzano per risedersi subito.

«Silenzio in aula!»

Bercia il giudice.

«Silenzio in aula!»

Il giudice Tienabada compulsa il fascicolo, i suoi sopraciglioni fanno su e giù sulla fronte che rendono l’uomo grottesco e serio nello stesso tempo.

«Cos’abbiamo qui?»

Chiede sussurrante.

Il dottor Spadaro si alza con il capo d’imputazione stretto tra le dita.

«L’imputato Lucky Lucano, in funzione del suo ufficio, ha celebrato il matrimonio tra un italiano e una migrante»

Si schiarisce la voce dopo un leggero colpo di tosse,

«L’accusa, per queste ragioni, chiede quattro anni di reclusione»

Il dottor Spadaro ritorna seduto spazzolandosi con una mano una coltre di forfora depositatasi sulle spalle e sul bavero. Subito i familiari e gli amici rilanciano, urlando a squarciagola,

«Corrotti, infami, Lucky sei tutti noi!»

Il giudice Tienabada dà adesso la parola all’avvocato Sbrogliacavilli che, alzandosi, ringrazia chinando e allargando i lembi della toga. Ha un sorriso istrionico per abitudine ma è appesantito, fastidiosamente artefatto. Libera allora le mani al cielo, saluta l’imputato che ha la testa incastrata tra le sbarre, la mamma dell’imputato, il padre dell’imputato, la moglie dell’imputato, il dottor Spadaro che ha appena scorto forfora sulla punta di una scarpa, e inizia la sua dissertazione,

«Onorevoli signori della Corte qui oggi riuniti…»

Il giudice Tienabada fa uno con il dito ma l’avvocato Sbrogliacavilli non se ne accorge e continua, gonfio in petto.

«… a processare un eroe, sì signori, un eroe del nostro tempo.»

«Lucky sei tutti noi! Tutti noi!»

Furoreggia  un fanatico dal fondo dell’aula. Un fotografo con il baffo a ferro di cavallo si piazza sotto l’avvocato immortalandolo in una decina di posizioni.

«Ora ditemi voi signori della Corte che forse un Gandhi, un Che Guevara, un Robespierre, un … un… che forse queste persone non hanno violato la legge? Dove c’è scritto che la legge è più importante dell’uomo, più dell’amore? Che forse, signori della Corte, la legge è sacra? Non abbiamo convenuto in altre sedi che è sacro solo Dio e il suo verbo? Che forse…»

Un plauso dirompente parte dalle retrovie. Lo scroscio di mani è così forte che il giudice Tienabada è costretto a zittire con il martelletto.

«Silenzio in aula, non siamo allo stadio, signori. Prosegua avvocato!

«Grazie, eccellentissimi, grazie magnifici signori della Corte»

L’avvocato Sbrogliacavilli riprende fiato, si sistema la toga sulle spalle, punta la mano verso l’imputato con placidità cristiana.

«Se quest’uomo deve rispondere di qualcosa, che risponda allora di troppo amore, di troppa comprensione. Che forse c’è un codice che sanzioni l’amore? Che forse la legge serve a sollevare barricate? Che forse…»

Il giudice Tienabada prega l’avvocato di stringere l’arringa e di arrivare a una conclusione:

«Che forse…»

«Avvocato, concluda!»

L’avvocato Sbrogliacavilli si porta una mano al cuore e vi batte teatralmente due colpi sopra

«Chiedo l’assoluzione, signori esimissimi e illustrissimi della Corte, del mio assistito per non aver commesso il fatto.

Il pubblico si solleva in grida di giubilo. Una ola parte spontanea nella prima fila. Lucky Lucano con il polso si asterge una lacrima.

«Il fatto veramente è stato commesso, avvocato»

Risponde il pubblico ministero che si è alzato in quel momento per scotolare il piede. Il giudice Tienabada interviene con martelletto e voce austera,

«Silenzio, per carità, silenzio»

Urla, roteando quell’oggetto di legno nell’aria.

«Avvocato Sbrogliacavilli, il pubblico ministero ha ragione. E qui le carte parlano chiaro»

Un buu mefistofelico si solleva dal pubblico, i fotografi si voltano per riprendere quell’intentata sommossa. I genitori si contorcono dall’ira, piangono, si abbracciano. Gli amici imprecano contro lo Stato.

«Venduti servitori! Siete dei servi! Buuuu… buuu»

Il giudice Tienabada davanti a questa scena dà in escandescenza. Scatta in piedi con tutta la sua mesta e anonima figura e ordina i carabinieri di far allontanare gli scalmanati. Torna al suo posto solo nel momento in cui vede quegli esagitati fuori dall’aula.

«Le conclusioni avvocato. Facciamola finita con questa farsa»

L’avvocato Sbrogliacavilli è lì che spigola sul codice di procedura penale sfogliando con il dito umettato di saliva. Il richiamo del giudice lo coglie alla sprovvista

«Sì, Vostra illuminatissima Corte, che farsa l’amore ha bisogno…»

«Avvocato, le conclusioni!»

L’avvocato Sbrogliacavilli prova a raccogliere le forze. Il silenzio alle sue spalle è trepidante e di morbosa attesa.

«Vostra magnitudine, eccellentissimi lor signori, io chiedo l’assoluzione del mio assistito perché… perché…»

«Perché?»

Domanda il pubblico ministero spiando di traverso l’avvocato.

«Già, perché?»

Domanda altresì il giudice Tienabada, aggrappandosi ai bordi del tavolo. L’avvocato Sbrogliacavilli vacilla sopra il codice e sgomita il praticante che, impacciato e sudaticcio, cerca di assisterlo.

Uno dei carabinieri che aveva allontanato dall’aula i contestatori sta adesso rientrando a passo sostenuto. Fende con il capello il pubblico, i giornalisti, scavalca la ringhiera e raggiunge il giudice Tienabada al quale riferisce qualcosa d’urgente all’orecchio. Questi diventa subito cereo in viso, le palpebre si appesantiscono dal dispiacere, dall’incredulità. Fa un sofferto no con la testa, alla fine si pronuncia.

«Signori, è con immenso dispiacere che vi comunico la morte per mano propria dei due sposini. Impiccati, ecco, come hanno terminato la loro ingloriosa esistenza. Da parte mia vorrei esprimere il più sentito cordoglio verso i prossimi cari. Riposino in pace ovunque si trovin»

Un lamento straziante e corale si solleva dal pubblico. Qualcuno si accascia e nasconde il pianto con le mani. Altri si limitano a uscire, afflitti. L’avvocato Sbrogliacavilli, che nell’aggiustarsi la toga fa un piccolo balzo sul posto, ha ripreso improvvisamente colore. Sventolando il pesante codice, in cerca di attenzione, si allunga sulle punte e grida con quanto fiato ha in gola,

«Perché il fatto non sussiste, signori della Corte, il fatto non sussiste»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

About Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.

One Reply to “Il processo di Lucky Lucano”

  1. lupoalberto

    Ben fatto. Con considerazioni condivisibili, ci si riporta nella struttura ai “Civitoti in Pretura” ma con guizzi originali su realtà che lasciano molto a pensare

    Reply

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