Quale civiltà oggi

articolo di Luciana Mongiovi

Nel vorticoso tempo “sospeso” del lockdown, in assenza di informazioni obiettive, siamo stati più o meno privati della possibilità di valutare accuratamente quanto stava accadendo e gli eventi tuttora in corso.
In questo interregno di transizione, contrassegnato da un allentamento delle misure d’isolamento per l’epidemia covid-19, abbiamo bisogno di creare uno spazio di pensabilità del pregresso ma anche di immaginare gli scenari futuri possibili, per poter apprendere dall’esperienza.

Gli effetti significativi su un piano psichico nella cosiddetta fase-due non saranno tanto la paura o la sospettosità con cui riprenderemo ad incontrarci ed eventualmente a riabbracciarci, quanto piuttosto gli scossoni, gli smottamenti subìti dal nostro apparato psichico.
Ma quali sono stati? Quali sono gli involucri psichici, del nostro stare al mondo, coinvolti da questi mutamenti? Quali le cesure e le regressioni attivate? E quali le certezze, cui si fonda la mente, messe in crisi?
Ma è, poi, davvero così?

Da circa due settimane stiamo partecipando a un allentamento progressivo del distanziamento sociale, legittimamente auspicato, oltre che per improcrastinabili ragioni economiche, perché gli esseri umani avvertono il bisogno naturale di vivere e nutrirsi di relazioni de visu. Non da remoto o virtuali. E l’agognata apertura si è avviata, ancorché lentamente.

Al contempo, tuttavia, sembrano ripresentarsi, puntualmente, alcuni dei comportamenti nocivi, distruttivi, insopportabili, di cui tanto – un po’ tutti – ci si era vergognati, consapevoli della portata pericolosa se non nefasta per l’ambiente e l’umanità prossima.

E, così, strade e mercati rionali ricominciano ad essere sempre più affollati, sporchi e catalizzatori di spazzatura; riparte la congestione del traffico automobilistico che avvelena l’aria e stordisce le orecchie, sanate per un paio di mesi da un sublime e irreale silenzio. Ma, soprattutto, riemerge l’odio, ritornano gli “haters”, ed ecco anche gli sciocchi, gli ignoranti, i demagoghi, i capo-branco, il branco.

Dopo diciotto mesi, non uno, due, tre mesi, che già avrebbero costituito un lasso di tempo di sofferenza infinito (abbiamo già obliato, probabilmente, il nostro confortevole isolamento a casa), dopo un anno e mezzo di prigionia una donna viene liberata e – come è ovvio che dovrebbe essere – è contenta, anzi sprizza felicità in ogni suo essere, ha il viso radioso perché è viva, perché può far rientro a casa in famiglia tra gli affetti.

E, invece, in una parte dei nostri “compatrioti” evapora la più basilare capacità di immedesimazione, di mettersi nei panni dell’altro – meccanismo, appunto, alla base delle relazioni interpersonali.

Non si riesce a fare il minimo sforzo per immaginare quanto Silvia abbia sofferto, quanto sia stata spaventata e disperata, quanto sia stato sconvolgente per la sua mente sapere di dipendere tout court dai suoi aguzzini.

Non si riesce a pensare al senso di impotenza in cui ha vissuto per tutto quel periodo mentre aveva come unica certezza sapere che la propria vita era nelle mani dei suoi carcerieri.

Viene a mancare, o non si è mai disposto della capacità di contattare, anche solo parzialmente, il dolore di Silvia per il distacco dalla famiglia di cui non poteva più avere notizie, e lo strazio per una vita drasticamente modificata sulla quale aveva perso ogni facoltà di intervento.

Le rimaneva soltanto la libertà della sua mente, con le cui angosce e timori avrà dovuto comunque fare duramente i conti. Poco importa – ma è anche lapalissiano se non banale precisarlo – se ha abbracciato la religione dei suoi aguzzini e quel corano, sua unica fonte di compagnia e di nutrimento in quei lunghi mesi di scoramento e incertezza.

E’ plausibile ritenere che l’essere umano, ancor prima che della sua stessa sopravvivenza, abbia come bisogno primigenio quello di dotare di senso la propria esistenza e pertanto, ogni qual volta non vi riesca per varie ragioni, tenda a provare un sentimento di panico che può indurlo ad adottare soluzioni persino irrazionali o non scontate, purché gli consentano di recuperare la necessaria coesione psichica perduta.

Chi, francamente, può erigersi a giudice?

Cos’è la civiltà di oggi?

Le esperienza difficili che abbiamo e stiamo tuttora attraversando ci hanno fatto cambiare in qualcosa?

Qual è l’apprendimento, quali le trasformazioni, semmai ci sono stati?

L’indagine psicoanalitica ci insegna che lo sviluppo del singolo individuo e della civiltà è strettamente legato a un complesso lavoro psichico volto a mitigare, a calmierare gli impulsi aggressivi, sadici e distruttivi che appartengono al bagaglio costituzionale dell’essere umano, che va incontro a un lungo cammino evolutivo nel corso della vita.

Ma qual è il processo mediante il quale l’essere umano e il gruppo pervengono a un più alto livello etico?
La trasformazione – scriveva Freud – delle pulsioni distruttive è dovuta a due ordini di fattori: uno interno e uno esterno. Quello interno attiene all’influsso su queste pulsioni delle esperienze soddisfacenti di amore nel senso più ampio. In tal modo, le spinte egocentriche e crudeli si tramutano in pulsioni sociali:

«si impara che essere amati è un vantaggio tale che per esso val la pena di rinunciare ad altri vantaggi»

Il fattore esterno è costituito dall’educazione che rappresenta le pretese dell’ambiente civile e pone dei limiti contenitivi alle spinte pulsionali.
Epperò, in assenza di un sufficiente lavoro di impasto pulsionale che mitighi le spinte più aggressive e distruttive mediante esperienze affettive soddisfacenti all’interno del mondo psichico, possiamo soltanto assistere a una formale e superficiale aderenza ai dettami dell’educazione e della società, che si traduce in un falso, ipocrita e opportunistico senso civile.

Il bambino che tende a ricevere premi o punizioni dai genitori, o dagli agenti preposti alla sua educazione, a seconda della “bontà” o “cattiveria” delle sue condotte, difficilmente potrà apportare una modifica sostanziale alla sua aggressività o rabbia.
Ben diverso da quando, invece, la “quota” crudele o egocentrica del piccolo viene man mano calmierata, nel suo mondo psichico, da esperienze relazionali accoglienti e nutrienti rispetto ai suoi bisogni affettivi primari. In tal modo si attiva un processo psichico trasformativo necessario per la crescita, favorendo la conversione in inclinazioni altruistiche (che necessitano della capacità di identificazione e immedesimazione nell’altro) e nella possibilità di costruire legami.

Il senso e il sentimento di civiltà possono diffondersi solamente attraverso una rinuncia e una trasformazione di impulsi egoistici che richiedono soluzioni personali, immediate, facili.

E’ disposta la società a cambiare radicalmente abitudini e scelte che hanno un’influenza evidentemente mortifera sul clima, sull’ambiente, sulla vita degli animali e di coloro che ci sostituiranno nel nostro stare al mondo?
Eros, se vuole, può abbracciare Thanatos e, sì facendo, mitigare le sue derive più distruttive.

A tal riguardo, noto con piacere che hanno seguito un’eco significativa le recenti parole di Silvia Romano che, dopo aver ricevuto gli insulti più violenti, meschini e misogini, si è rivolta ai suoi familiari, amici e sostenitori dicendo loro: «… non vi arrabbiate per difendermi!».

Informazioni su Luciana Mongiovì

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista, è membro associato della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association. Lavora presso il suo studio a Catania con pazienti adulti, adolescenti e bambini. Si occupa di clinica e ricerca in campo psicoanalitico. I suoi interessi vertono innanzitutto sullo sviluppo affettivo con particolare attenzione ai livelli primitivi della mente e alla precoce relazione madre-bambino. Suoi oggetti di cura sono: i “sintomi della contemporaneità” quali ansia e attacchi di panico, depressione e sofferenza legata a separazioni e dipendenze; le vicissitudini psichiche dell’adolescente connesse al corpo che cambia; le problematiche riguardanti l’adozione; il disadattamento scolastico con eccessi di aggressività e/o chiusura. Collabora con la rivista pediatrica Paidos.
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