Racconto. In virus veritas

di Adriano Fischer

Sono uscito questa mattina intorno alle dieci. Non c’era nessuno, pfff. Ho fatto attenzione alla Spatafora, una signora di ottant’anni, del secondo piano, che trovo sempre nel cortile, bardata con il foulard fino al naso e i guanti che indossa con la dimestichezza di una criminale seriale. Non c’era, pfff. Per strada il vento solleva tovaglioli, salviette, qualche sacchetto, un cane mi abbaia affacciato da un balcone. Un’autoambulanza, un’altra, ancora, spezza quel silenzio magnetico, e fila dritta in direzione dell’ospedale.
Attraverso la strada e mi rifugio in un angolo, dove sono più riparato, devo solo scegliere quale strada prendere. Lo ammetto, sono agitato e me ne vergogno. Vedo rientrare la signora Spatafora, mi nascondo dietro una macchina, se mi vede senza guanti e mascherina, urla traditore della patria, e chiama la polizia. Aspetto che entri, lo fa, apre il portone con i gomiti e con la testa, poi con il sedere, la richiude con il piede. Noto però che ha lasciato fuori il carrello della spesa. Esce nuovamente, tiene il portone aperto con il sedere, trascina il carrello dentro con il piede, richiude con i gomiti. Mi chiedo che se li tiene a fare i guanti. Comunque ha finito, pfff. Posso andare.

Scendo tenendomi basso e nascosto dalle macchine. La strada è bagnata. Ieri notte ha piovuto. Allora allungo il passo e salto per non inzupparmi le scarpe. Cammino con il sedere schiacciato per terra. Il cielo è coperto, nuvoloso. Quanto mi sento coglione.
L’enoteca più vicina è in piazza Carlo Alberto. Devo attraversare via Umberto. Temo tanto i cittadini quanto la polizia, non ci si può fidare più di nessuno. Non è che prima fosse meglio, ma quanto meno la gente si faceva i cazzi propri.

Il marciapiede è stretto e c’è puzza di piscio. Mi porto il polso alla bocca, è l’unica, ma la puzza è forte, pungente, devo tossire, mi scappa, mi dico che non posso, devo resistere. Non ce la faccio, non ce n’è nessuno però. Tossisco allora, coff, coff.
Incrocio una signora, veramente non riconosco neppure il sesso, scorgo solo gli occhi e sono terrorizzati. Si pianta davanti a me a una decina di metri. Non ho mai visto tanta paura negli occhi di un essere umano. Mi osserva che sono abbassato, con le gambe divaricate e una mano in bocca. Non devo essere l’immagine della rassicurazione. Mi metto composto, in posizione eretta, sorrido ma mi scappa un ultimo colpo di tosse, coff, coff. La signora deve essere immune alla puzza. Non parla, è solo immobile, terrorizzata. Chissà da quanto tempo non vede un uomo senza mascherina. Cerco allora di rassicurarla, mi avvicino, mani al cielo, le dico che sono in pace, che sto andando a comprare solo, solo del vino. Appena mi muovo, mi urla fermo traditore della patria. Sto fermo, le dico di calmarsi, di aver pazienza, nel frattempo lei cerca il cellulare, lo trova, lo scarta da una pellicola di cellulosa, prova a comporre il numero ma con i guanti ha difficoltà, si aiuta con i gomiti, con il mento. Chiama la polizia a voce, ma le esce un suono tipo fofifia, aiuto fofifia! Mi chiedo che succede alla gente.

Ne approfitto allora per darmela a gambe levate, attraverso la strada e scivolo via attraverso vicoli deserti e maleodoranti. Spazzatura in ogni angolo, merda sui marciapiedi, motorini abbandonati, gatti sui muretti, è il quartiere degli indiani, anzi era perché non se ne vedono più da un pezzo.

Vedo un supermercato, penso che potrei evitare di arrivare a piazza Carlo Alberto, non sono neanche in via Umberto. Fuori c’è una fila chilometrica però, di cui non si vede la fine. Incolonnati, tutti quanti, a un metro di distanza l’uno dall’altro, parlano serenamente, sembra si siano riappropriati di una loro normalità. È inutile aspettare, nelle mie condizioni poi. Che polverone che solleverei!

Sento una voce, qualcuno mi sta chiamando. Ehi fu, ehi fu! Dritto a me c’è un signore, è con il cane, un pastore, un vecchio pastore che si tiene a stento sulle zampe. Mi avvicino curioso, non ho paura, sembra un tipo a posto, ha una mascherina che gli sta lasca, gli scivola e che recupera con l’avambraccio. Perché nessuno usa più le mani mi domando. Mi fermo a un metro di distanza, cioè lui m’intima così, si stringe come può quella mascherina strozzando il suo pastore che guaisce.
Affofami fefe figliofo, fai affenfione! Non capisco, rispondo strabuzzando gli occhi. Fai affenfione, riprende quello, perché in fia Umbeffo hanno meffo le telefamefe. Cos’hanno messo, chiedo? Le tefefamefe, risponde lui.
La cosa non mi piaceva. Via Umberto era l’unica strada che mi portava in Piazza Carlo Alberto non c’erano altri accessi. Mappavo mentalmente la città ma non trovavo nulla.

Hai l’aufofefficafione, mi domanda vedendo la mia esitazione,
Fo, anzi no, rispondo io. La stampante mi si è rotta, ho finito la carta, mi giustifico.
Il pastore molla una cacata che non preoccupa il suo padrone. Che non raccoglie neppure. Le cose non sono cambiate in fin dei conti, penso.
Filo dritto, non lo ascolto più. Ero certo che mi avrebbe tirato fuori mascherine a peso d’oro. Come l’ultima volta. Uno con lo scooter mi s’inchioda per strada e mi offre una ventina di mascherine, nuove diceva, mai usate mi giurava.
Voglio il vino, penso. Vaffanculo alle tefefamefe!

Arrivo in piazza Umberto Alla buonora, come si dice.
C’è un autobus che attraversa il mio spazio visivo. È vuoto. in giro non c’è nessuno. I negozi sono chiusi. Attraverso. Sto arrivando, mancheranno un centinaio di metri. Che sensazione di clandestinità che si vive. Che vivo.

M’infilo in piazza Carlo Alberto quando m’imbatto in un’auto della polizia. Penso che vorrei scappare. Mantengo la calma. Due uomini in divisa scendono, uno mi fa segno di accostare. Ma sono a piedi, penso, che cosa devo accostare! I poliziotti in mascherina fanno sempre un certo senso. Non riesco ad abituarmici.

Dofe fa, mi dice il primo. Dico la verità insomma, che vado a fare la spesa, a comprare il vino per l’esattezza, lì, faccio, indicando l’enoteca a cento metri da loro. Si voltano. Annuiscono, tutt’e due. Come a significare, dice la verità.
Non ha la mafferina, dice il secondo. Gli spiego che non ce l’ho perché mi deve ancora arrivare, le farmacie sono sprovviste, e così pure i tabaccai, insomma, non se ne vedono più in giro e io dovevo fare la spesa.
Mi fia la faffa fifenfifà dice il primo. Capisco un minuto dopo cosa intende, quindi gli do il mio documento, con il quale entra in macchina. Io mantengo comunque le distanze e bramo il vino come mai prima.

Lei è Affiano Fiffer, si chiama così.
Beh, rispondo io, nessuno mi ha chiamato mai in questo modo, ma direi di sì, sono io. Si chiude lo sportello e parla con la ricetrasmittente. Immagino già il dialogo.
Hai l’aufofefficafione, fa il secondo. Anche qui devo rispondere di no perché la stampante mi si è rotta, ho finito i fogli e voglio andare a bere e ritornare a casa e ubriacarmi e non vedere più nessuno. Guardi che a me la quarantena piace.
Lo autocertifico su Dio!

Il primo esce e mi restituisce il documento.
Lei non ha mafferina e aufofefficafione. Ed è pure Fefifivo.
Sono pure? Chiedo,
fefifivo mi ripete,
Non capisco, faccio.
Il poliziotto allora si solleva la mascherina all’altezza del naso,
Fefifivo ho deffo.
M’intima così di entrare in macchina. Alla centrale. Non oppongo resistenza.
Obbedisco.

Informazioni su Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.
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