Il Gruppo di Polifemo

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra di Sumia Sukkar

Oggi presentiamo Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, romanzo di Sumia Sukkar, Edizioni il Sirente, traduzione Barbara Benini.

Confesso che, prima di iniziare a leggere, ho fatto una veloce ricerca su quali fossero i sintomi della sindrome di Asperger. La quarta mi aveva suggerito questa mossa e il titolo, parallelamente, aveva dato una spinta in più. Lo scopo era innocente, ovvero infiltrarmi nella storia come qualcosa di più di un semplice lettore, come qualcuno, insomma, che interagisse meglio con una realtà così lontana dalla propria.

Alludo alla Siria dei giorni nostri, l’Aleppo dell’adolescenza di Adam.

Il sunto di quello che avevo capito, e colto, era che le persone affette dalla sindrome di Asperger accusano difficoltà nelle più elementari interazioni sociali, un’assenza di reciprocità sociale ed emotiva e un’alterazione nei comportamenti non verbali in settori come il contatto visivo e… e qui fermerei il copia incolla.

A questo punto, ho pensato che la sindrome fosse un pretesto per raccontare, in modo, sì, originale, la realtà degli aleppini o qualunque sia il nome degli abitanti di Aleppo. Non ci sarebbe stato nulla di male ma non avrei definito appetibile quell’approccio alla lettura.

Invece, squilli di tromba, poche pagine dopo, mi trovai ad ospitare sensazioni nuove.

Adam è cresciuto in un mondo ritirato, dove il significato di tutto ciò che lo circonda è capovolto, stravolto. Non capisce le emozioni, non è capace di interagire con le persone, neppure con i fratelli, non gli piace essere toccato. È ossessivo nelle sue abitudini.

Conosce tuttavia i colori che diventano il suo alfabeto. Rosso rubino è il colore preferito di Adam, ed è lo stesso colore che emana Yasmine, la sorella, quando è felice. L’arancio mescolato al blu è il terrore negli occhi delle persone, il viola è il colore della morte che esalava dalla bara della mamma. Il grigio è il colore della negatività e dei bulli a scuola.

Attorno, invece, una realtà in progressiva decomposizione, una guerra in corso che invade e stordisce il mondo del protagonista. Adam non capisce la guerra, non capisce perché il governo uccida i siriani, non capisce che senso abbia l’inno nazionale.

I soldati affollano le strade uccidendo e mutilando civili senza alcuna ragione. I palazzi sono in rovina, distrutti, non c’è più luce, non c’è acqua, non c’è di cosa nutrirsi. Queste saranno le circostanze che indurranno la famiglia di Adam a lasciare Aleppo alla volta di Damasco.

Quello che colpisce, quantomeno il sottoscritto, è la sensibilità con cui la giovane autrice, nemmeno venticinquenne, affronta argomenti che costano una determinata maturità, lontana, lontanissima dagli umori intimistici che contraddistinguono gli scrittori del Bel Paese.

Il romanzo, e concludo, è senza  dubbio potente, e ne consiglio la lettura anche a quei genitori che lasciano i figli davanti l’eucaristica ipocrisia dei nostri programmi domenicali o quelli più strettamente salameleccosi.

a la prochaine

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