Ragusa: dalla società orizzontale alla società verticale alla ricerca del centro perduto

Prefazione del Prof. Giorgio Flaccavento

Il libro trae spunto dalla Processione del Venerdì Santo quale essa è stata a Ragusa fino agli anni cinquanta del secolo scorso, una processione composita in cui sfilavano statue raffiguranti vari momenti della passione di Cristo, ciascuna legata ad una delle classi sociali presenti in città e, a partire da questa, racconta Ragusa e i ragusani attraverso le varie classi e le loro interrelazioni.

Non vuole essere una ricerca antropologica, ma semplicemente una riflessione sulla propria esperienza di vita da parte di un intellettuale laico e ruspante quale Ciccio Schembari usa definirsi: ruspante per dire che ama pensare in campo aperto, libero da schemi e laccioli accademici, elaborando e componendo gli stimoli, le sollecitazioni che la vita gli offre secondo un proprio schema culturale influenzato dai suoi studi di matematica e dalle molte e varie letture che spaziano dalla narrativa, alla filosofia, alla politica.



Il saggio, con un approccio assolutamente condivisibile, affronta ed analizza il punto di rottura tra due modi di lavorare e produrre: il primo basato sulla trasformazione dell’energia muscolare degli uomini e delle bestie e il nuovo basato sulla trasformazione dell’energia fossile. Il primo millenario ed in essere fino a metà del secolo scorso, ha determinato strutture sociali sedimentate nel tempo in cui hanno notevole peso i legami “orizzontali” di famiglia, di religione, di classe, di quartiere, di città generando una società che chiama “orizzontale” con il centro allocato in piazza San Giovanni Battista, sede della vita sociale di Ragusa tanto che veniva chiamata “a società”. Il secondo, in cui ogni individuo conta per sé, per il posto che occupa nella gerarchia produttiva e per il reddito percepito, ha portato ad una società, che chiama “capitalistica verticale”, in continua trasformazione al punto da non consentire la sedimentazione di strutture e legami sociali e presenta implicazioni che sfuggono alla piena comprensione e consapevolezza suscitando inquietudine.

Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera

ci ricorda Salvatore Quasimodo nella sua più famosa poesia.

Allora la domanda: «È possibile ritrovare e ricostruire il centro perduto?»

Non si danno risposte né facili formule ma elementi di riflessione, “pulci” nell’orecchio della coscienza. Si invita all’ascolto del silenzio di Dio e del correlativo silenzio della Scienza che non daranno mai indicazione alcuna su come, singolarmente e collettivamente, impostare al meglio il nostro vivere felice.

Forse, ripensando al passato, può ritrovarsi il centro perduto nell’attenzione verso i figli le cui anime abitano la casa del domani. Un auspicio?! Una speranza?! Un desiderio?!

A tal fine invita a riflettere, oltre che sui riti sacri, su tutte le forme di saggezza e di cultura espresse nel passato dalla comunità ragusana non per perpetuarla, ma per trarre spunti, suggerimenti su come rifondarla secondo le nuove esigenze. Per questo, nel saggio, trovano posto esperienze e metodologie di lavoro, testimonianze, cunti, proverbi.

Le fotografie di Giuseppe Leone, a corredo della parte narrativa, costituiscono una eloquente, importante e preziosa documentazione visiva. Le cose che Ciccio racconta con le parole e Peppino con le immagini sono informazioni e testimonianze preziose e straordinarie di un passato di appena settanta anni fa e che, per la rapidità con cui il lavoro e la società mutano in continuazione, non è azzardato definirle “reperti archeologici”.

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