articolo di Adriano Fischer

Roberto Bolaño nasce il 28 aprile 1953 a Santiago del Cile da una famiglia molto povera, analfabeta e di tradizione rigidamente proletaria ma sarà il Messico a diventare la sua terra d’elezione e formazione spirituale.

Lettore vorace, ladro di libri per amore, parolaio, cronopio, sempre all’irrequieta ricerca di poesia. Un ammalato di letteratura che dentro le parole ci muore.  Alla sua morte, nel 2003 per cirrosi epatica, nasce una mania mitizzante che non ha precedenti nella storia dei post mortem artistici. Negli Stati Uniti, le sue opere sono state vendute in 100 mila copie, cifra record per un paese che legge libri tradotti solo per il 3 per cento.

Rientra in Cile solamente in una occasione, perché attratto dalle riforme socialiste dell’allora presidente del Cile, Salvador Allende. Lui, di formazione trozkista, – così gli piaceva definirsi prima che diventasse anarchico – decise di rientrare in patria. E’ il 1973 e pochi giorni dal suo ritorno scoppia il colpo di Stato per mano di Pinochet. Fu incarcerato per pochi giorni, dopodiché fu liberato dai secondini che nientepopodimeno erano i suoi compagni alle medie.

Sul Bolaño politico, una simpatica puntualizzazione. Arrivò al troztchismo – così spiegò a un giornalista di Playboy – perché non gli piaceva l’unanimità sacerdotale dei comunisti,

«sono sempre stato di sinistra e di certo non sarei passato alla destra solo perché non mi piacevano i chierici comunisti. Così diventai troztchista. Il problema è che anche dopo quando mi ritrovai tra i troztchisti non mi piaceva l’unanimità clericale dei troztchisti, e finì per diventare anarchico. Ero l’unico anarchico che conoscevo, grazie a Dio, perché in caso contrario avrei smesso di essere anarchico. L’unanimità mi fa incazzare. Quando vedo che tutti sono d’accordo su qualcosa, quando lanciano in coro un anatema contro qualcosa, sento un non so cosa che mi dà il rigetto».

Dopo quella parentesi Bolaño torna in Messico.

Qui incontra la figura chiave per la sua formazione letteraria, Santiago Papasquiaro, un poeta scapigliato, un ubriacone con il quale fonderà un movimento di poeti che prenderà il nome d’infrarealismo. Il movimento propone una vera e propria rottura con la cultura dominante dell’epoca, con la letteratura ufficiale che aveva come figura di riferimento il poeta Octavio Paz. Un movimento d’avanguardia, un dadaismo in salsa messicana come sarà definito, i cui componenti, una quindicina, guidati da Bolaño e Papasquiaro, rappresentarono uno spirito tanto contestatore da crearsi un gran numero di detrattori.

Da questa esperienza nascono i Detective Selvaggi, romanzo fortemente autobiografico, e stilisticamente innovativo. Roberto Bolaño e Santiago Papasquiaro, con il nome de plume di Arturo Belano e Ulisses Lima, sono i fondatori, poeti principali, a capo del movimento realvisceralista. La caratteristica dell’opera è costituita dall’avvicendarsi di 95 testimonianze in prima persona di 55 voci diverse, tutte incentrate su alcuni episodi occorsi a due poeti nel ventennio 1976-1996.

Continuò a essere un lettore vorace, come ogni sudamericano amava la letteratura europea, mentre era disinteressato a quella americana, quei Philip Roth, o Don De Lillo o Pinchon per i quali noi lettori europei ci spelliamo le mani, per lo scrittore cileno non valevano tutta questa perdita di tempo.

C’è a questo proposito una curiosità che vorrei condividere. La scrittrice Isabelle Allende non era in buoni rapporti con lo scrittore suo compaesano, questi, infatti, la rimproverava di essere una scrittrice da rotocalco. All’intervistatore – quello di prima, quello della rivista playboy – che gli chiese semmai una bevuta con la Allende gli avrebbe fatto cambiare idea sui suoi libri, Bolaño rispose

«non credo, primo, perché le signore evitano di bere con gente come me, secondo, perché ho smesso di bere, terzo, perché anche nelle sbronze peggiori ho sempre conservato un minimo di lucidità, un qualche senso della prosodia e del ritmo, un certo rifiuto per il plagio, della mediocrità, e del silenzio».

Bolaño resta a ogni modo uno scrittore Sudamericano,  così si sentiva, così rispondeva, e questo nonostante i suoi ventisei anni trascorsi in Europa. I luoghi fondamentali della sua vita sono paesi di lingua spagnola, che l’autore poté ascoltare nelle diverse varianti diatopiche, facendone tesoro nella caratterizzazione linguistica dei propri personaggi. Benché molte delle sue storie siano ambientate in Cile (o del Cile cerchino di parlare in tutti i modi), le trame dei suoi lavori più ambiziosi orbitano intorno al Messico, e non mancano scene e vite ambientate in Spagna, o nelle maggiori città europee (con una certa predilezione per Parigi, meta d’elezione degli intellettuali sudamericani nel secondo Novecento).

Questa ricognizione risponde al bisogno di affermare che, se l’ambientazione delle narrazioni di uno scrittore dice qualcosa sulla sua concezione del mondo, allora Bolaño guardava alla terra come a un posto pieno di problematicità e connessioni, la cui analisi doveva basarsi sul superamento di ogni municipalismo in nome di un cosmopolitismo innanzitutto culturale.