articolo di Adriano Fischer

La letteratura è uno sporco gioco, corre sempre su un terreno minato ma io la trovo affascinantissima. Peccato essere nati nel paese sbagliato!

È poco evidente ancora che un romanzo non è solo raccontare una storia, non è solo toccare le corde emotive del lettore, o titillarne le ambizioni intellettuali, il romanzo soprattutto non è una questione di gusti.

Benedetti questi gusti!

Solamente in letteratura si parla di gusti livellando tutto: Delillo con Moccia, Roth con la Kinsella, Pynchon con la Gamberale. Il gusto è rilevante, sì, ha una sua dignità, è alla base della psicologia del consumo ma segna pur sempre, quantomeno in questo caso, la maturità di un popolo o di una generazione. Mi chiedo se il lettore si basa sul proprio gusto quando dà procura a un avvocato per farsi rappresentare. Vado a capo.


Il romanzo è passato dall’essere realista, in cui si descrive la realtà in modo onnisciente e oggettivo, a modernista in cui predomina l’introspezione dei personaggi, poi postmodernista in cui principalmente si contesta l’idea stessa di romanzare come erogazione sana di verità assolute e presentando così una frammentarietà, cioè una mancanza di linearità, nello svolgimento narrativo, una spettacolarizzazione della società dei consumi, i limiti della nostra capacità di conoscere, l’impossibilità di comprendere il reale, e tanto altro.

Insomma un romanzo che si ribella alla sua stessa natura, una sorte che l’arte conosce sin troppo bene, si pensi al taglio su tela di Fontana, o alla pagina bianca di Magritte, o la merda di Manzoni.

Sovvertire le regole. Destrutturare.

Negli anni dieci del Novecento, in pieno Dadaismo, inteso come movimento, in un certo senso precorritore del postmodernismo perché usa il collage o il pastiche o illustrazioni di romanzi popolari per stravolgere le convenzioni dell’epoca, Tristan Tzara affermò che per creare un poema dadaista è sufficiente buttare parole a caso in un cappello e dopo tirarle fuori una per una.

È quello in cui mi voglio cimentare ora.

Una prova. 

Ho strappato le pagine di un racconto di un giornalista della mia città, un giornalista, uno scrittore, che si occupa principalmente di… boh, non saprei, ho ricomposto l’opera secondo l’ordine dadaista, eccolo qui.

Da – da – dà

Immagino che in poi non addosso la morte,
Basta! Riempiti una finestra.
Critica? Mi coccolano forse.
Giornalista di grandi volte
Mille follie di un carnaio umano
Sempre fermo di un fio per la città eterna
Sì, è gioia la professione di un paziente
Ho un compiuto un viaggio,
il senso della ferenza
fortunata partitura sull’anello
i bambini dopo tutto il sorriso e il dolore
hanno osservato di tutto
i binari fuori un gesto,
mai un mondo
i bambini come gli adulti, forse ti giù
capolavori estivi, sempre a palla,
un trolley di viaggio.
Io mi guardo
E sono una bambina