Arte incontra Calusca (Luca Scandura)

articolo di Sebastiano Grasso

L’assenza di attenzione che da parecchio tempo molte amministrazioni siciliane dedicano all’Arte ha generato l’anonimato culturale che conosciamo. Come avviene anche ad Acireale, fatta salva qualche eccezione, a memoria registro la ‘Rassegna d’Arte Internazionale’, prodotta dal Comune e altri partner istituzionali, negli anni ’70 e ’80, una manifestazione che ha inciso nelle dinamiche di settore, ma poco o per niente presso gli artisti locali, i quali hanno continuato a restare ‘abbastanza chiusi nel loro mondo e con scarsa capacità di uscirne fuori’ (P. Nicolosi, 2019). Quando nel 1996 iniziai a frequentare gli studi di alcuni artisti acesi rimasi colpito dall’insofferenza che gravitava dentro le loro piccole ‘cattedrali’: tra i silenzi sospesi, rarefatte atmosfere alimentavano un unico miraggio: la grande galleria d’arte, l’attenzione del famoso critico. Nulla di più. Fu durante la vigilia di Natale del 2000, quando incontrai il volto di alcuni amici artisti, che notai un’espressione diversa: un misto tra orgoglio e ansia da riscatto. Mi dissero di una imminente serie di appuntamenti espositivi. In verità furono mostre che diedero il via ad una nuova stagione di gestione dell’immagine/evento; l’artefice un giovane pittore, Calusca, acronimo di Luca Scandura (classe 1975).


Chi è costui? Nel 1994, dopo il diploma d’arte conseguito presso il liceo artistico di Acireale, frequenta l’Università di Architettura di Reggio Calabria. La parentesi reggina è caratterizzata da una genuina ricerca e il siciliano vede propri progetti pubblicati e premiati. Tuttavia, nel 1998 Luca abbandona l’Università per dedicarsi completamente alla pittura. Dentro lo storico atelier, a ridosso della Chiesa di S. M. dell’Odigitria di Acireale, l’ex studente di architettura metterà un’importante ipoteca sulla propria cifra artistica. Sarà l’anno 2000 (in occasione della personale, “UN”) a tenere a battesimo «Calusca». Con uno spiccato senso critico e organizzativo l’artista dimostra di avere idee chiare su cosa e su come esprimere ‘il concetto’; intuisce che l’isolamento non genera le opportunità necessarie al proprio percorso artistico. Negli anni a venire, attraverso una puntuale gestione delle risorse logistiche, Calusca processa una nuova strategia, cura: dello spazio (giungendo anche a sovvertire la geografia dell’ambiente espositivo), del dettaglio estetico (disegna le cornici, imposta la grafica dei cataloghi, degli inviti, dei manifesti), del rapporto con il pubblico (visitatore, collezionista, giornalista di settore), dell’aspetto finanziario. In un certo qual modo Calusca rivede e reinterpreta il rapporto canonico che vorrebbe l’artista sottomesso al sistema Arte. Nel 2011 espone presso il Padiglione Italia – sez. Sicilia della 54a Biennale di Venezia, e più recentemente (2015 e 2020) è invitato da V. Sgarbi a prendere parte ad importanti esposizioni nell’isola. Numerosi artisti, (pittori, scultori, fotografi, poeti e musicisti) condivideranno la propria visione con quella di Calusca; nascono collaborazioni che daranno vita a importanti ed intense espressioni artistiche (con il gruppoCZ, i 12 Movimenti, i Beddi, Vincenzo Crapio, Rocco Giudice, ecc.). Calusca alternerà il passo con Luca Scandura: ci sarà pittura, curatela di monografie e mostre di grandi maestri del passato (S.G. Grasso, A. Cristaudo, R. Guttuso, V. Pirruccio, P. Vignozzi, A. Cefaly, F. Patanè). Sarà direttore artistico presso la Galleria Art’è e Gap Arte, organizzerà e produrrà eventi presso la Galleria del Credito Siciliano di Acireale, la Fondazione Puglisi Cosentino di Catania, ecc.. Non verrà meno il suo impegno in ambito architettonico, infatti collaborerà con l’architetto C. Sorrentino e gli ingegneri N. Scuto e S. Musumeci. Crea la Casa Editrice Next l’ink s.n.c., e realizza il tabloid mensile free-press Nextl’ink. In seguito da vita alla casa editrice LSC edition di Luca Scandura e produce la rivista Newl’ink ed edita anche il tabloid L’is magazine (bimestrale di arte e moda), entrambi free-press. Nel 2013 viene premiato dalla Confcommercio di Acireale e dal Centro Servizi Volontariato Etneo (CSVE) «per il suo eccezionale contributo per lo sviluppo dell’arte contemporanea […]».

Parliamo della sua pittura. Molti intellettuali, da Guido Giuffrè a Marco Di Capua, Ornella Fazzina, Francesco Gurrieri, Francesco Adorno, Vittorio Sgarbi ecc., si sono misurati con l’universo artistico di questo artista. Al pari dei suoi inchiostri e dei suoi disegni, le sue tele risultano poco pacificanti; quel mondo non accetta, non perdona. Dimensioni tagliate da ombre invisibili che congelano ambienti surreali e volti spesso sincopati, o divorati da un caustico tormento. L’uomo è svestito dalla sua pelle sociale, ciò che resta sono inquietanti ministri del culto, irretiti colletti bianchi, uomini seriosi, vecchi austeri seduti nell’ultimo vagone della vita, amplessi castigati dal pudore, ma anche bimbi, cani lacerati dai propri latrati. L’urlo che attraversa la tragedia caluschiana riflette tout-cort lo specchio della nostra società, una dimensione dominata dal grande assente: la dimensione spirituale. Un ammonimento? A mio modo di interpretare: quelle pieghe acide di smalti e oli raggrumati in modo sapiente e sfrontato, capaci di generare luci impossibili, quei tagli calibrati su cui poltrone, divani e sedie sembrano implodere, il costante bilico precario in cui mute rampe di scale si inerpicano senza punti cardinali, anticipano l’essenza di un delitto: chi e perché ha determinato la morte del sole, del fiore che gioca sulle labbra. Forse nell’assenza c’è presenza? È l’alito che abita nei cuori incorrotti? La meravigliosa “Giostra” (quella in epigrafe “V6 – giostra”, 2002, t.m. su tavola, cm 140×100) ‘fotografata’ un attimo dopo la vita, sotto le sue ruggini conserva intatto il calore delle piccole manine che l’hanno accarezzata. La pittura dell’artista scruta anche il tempo, quello scandito dalle leggi fisiche. Le sue tele diventano raffinati metronomi: gli smalti tracciano algoritmi simili a spirali auree dove il tempo non è imprigionato, è semplicemente osservato, sentito, restituito. Chiamerà la serie “Secondo” e sarà partorita in quell’impressionante 1998. Nello stesso anno Calusca cattura gli elementi: acqua, terra, aria nel ciclo “Climi”. Quasi a voler giocare, rispetto alla ‘sofferenza’ che il luogo comune vorrebbe la ‘figura’ frutto di fatica, Calusca tratta la materia con una velocità impressionante e sviluppa opere di genere apparentemente astratto (vedasi la monografia “Sinestesie astratte”). Strutture ben articolate in sofisticate cromie, dentro le quali i vortici inghiottiscono lo sguardo. Vi pare poco? Di ovvia contaminazione baconiana (ivi compresi gli artisti che hanno influenzato il genio irlandese: Tiziano, Velasquez, Rembrandt, Ingres, Degas, Picasso, Giacometti) e metto anche Goya, l’‘isola’ del pittore acese si sviluppa in un periodo storico – Sicilia dei primi anni del 2000 – che lo vuole in netta controtendenza, rispetto al più esportato modello ‘positivo’ segnato da Guccione. Tuttavia, volendo confrontare le due espressioni parlerei di trasversalità concettuale; osservo che, sebbene il campo di battaglia sia il medesimo, ‘l’accidentalità terrena’, il nemico è diverso: il maestro di Scicli lotta contro l’ineffabilità del fato, il maestro acese contro l’insostenibile leggerezza dell’essere.

La coesistenza di due espressioni in un singolo individuo non rappresentano un fatto inconsueto, ma qui la singolarità sta nel binomio Artista-Imprenditore, due figure in antinomia. Io dico che siamo dinanzi a un soggetto ‘alfa’ (etologia umana), la cui azione è tipica del ‘leader battistrada’ (D. Goleman) in quanto precursore, o capace di generare il senso di meraviglia, incredulità, disorientamento (nel provocare qualcosa di ‘inatteso’), fin anche di trainare il gruppo, di focalizzarsi all’obbiettivo, al punto da sembrare implacabile. Tuttavia, questo modo di essere pone il nostro personaggio in antitesi al consueto modello che etichetta l’Artista come disordinato, introverso, schivo, poco avvezzo all’organizzazione ed alla relazione. Tale analisi genera il dubbio: egli è davvero un testimone genuino, oppure è la sofisticata espressione di simbiosi tra artista e il corrotto ‘sistema arte’ che Lèon Danchin e Antonio Mercadante denunciano? Proviamo a conoscerlo meglio!

Quale sentimento ritieni essere alla base della tua espressione artistica, ovvero, quale motivazione dai alla tua arte?
«Non credo sia unico il sentimento su cui impernio la mia ricerca, piuttosto direi siano molteplici e fugaci, suggeriti dalle emozioni che di volta in volta entrano in gioco nel mio rapportarmi quotidianamente con la vita e le sue dinamiche sociali e individuali, siano esse sane o sociopatiche! Quindi direi: euforia, allegria, ovviamente passione, godimento/piacere, curiosità, ma anche rabbia, delusione, melanconia, noia! Quest’ultimi spesso sono i più efficaci e di rottura, direi “sperimentali” perché fondamentali per la crescita e maturazione del gesto espressivo e per l’emancipazione del suo contenuto visivo e concettuale!»


Perché, quando e come, hai capito che tu potevi essere l’artefice del tuo divenire artistico?
«Nel lontano 1997, il giorno in cui ho deciso di abbandonare gli studi universitari per dedicarmi pienamente alla pittura, che già avevo cominciato a corteggiare intimamente. All’epoca ero studente fuori sede del terzo anno del nuovo ordinamento della Facoltà di Architettura di Reggio Calabria, disciplina artistica che amavo e che molto amo ancora! In quell’anno ero un allievo un po’ insoddisfatto della didattica universitaria e da alcuni suoi limiti (a volte umani), che stava valutando di trasbordare la propria formazione alla Facoltà di Ingegneria di Catania e nel contempo ricercando, imbrattandosi le mani con la vernice, un metodo per accostare alla rappresentazione grafica progettuale normata dall’U.N.I. (quindi tecnica) il colore come pura trasposizione aniconica del resoconto emotivo (quindi emozionale) dettato dall’ascolto dell’ambiente, atmosfera, spazio che l’edificio o parte di esso dovrebbero esaltare occupandoli. Da lì, mentre davo gli ultimi esami convalidabili ai fini del trasferimento, presero il sopravvento l’arte e la letteratura e così, attraverso una formazione autonoma e molto intimistica, mi avviai in un percorso formativo e professionale autodidattico durato un paio di anni e che nel 1998 determinò, con l’opera “Rebus” (pastello su carta, cm 70 x 100), il mio nome o meglio nome d’arte e che sfociò poi, nel 2000, nella piena produzione figurativa con l’opera “Shmecker. A monkey on the back” (t. m. su tavola, cm 140 x 140), tavola che mi indicò con certezza quale dovesse essere il mio destino e che solo le mie mani avrebbero potuto afferrarlo»

In alcune circostanze hai stravolto la consuetudine espositiva: presentando tele o tavole, con parti aggettanti, a volte trattenute da cornici ‘organiche’, in alcune occasioni contestualizzate da estese appendici tridimensionali; ma hai anche innovato la logistica autoreferenziale dell’artista con decise vesti grafiche (cataloghi, ecc.), austere e impeccabili gestioni delle immagini/evento (fin anche nella scelta dei luoghi – minimalisti o underground – e delle luminescenze). Tutto ciò ha generato nel pubblico il ‘momento’. L’emozione che ha pervaso le tue ‘scene’ sono una conseguenza accidentale di scelte o il frutto di un sapiente disegno? Che sensazioni ne hai tratto?
«Non so se il mio apporto alla consuetudine espositiva sia “stravolgente” come sostieni, almeno in riferimento al panorama artistico contemporaneo internazionale, dove frequentemente lo shock e la rottura degli schemi sono alla base di azioni e ricerca. Forse potrebbe esserlo se riferito al mio territorio. Ma quello che comunque ed effettivamente a me interessa è invece confrontarmi con il medium tecnico più antico, la pittura (sia essa ad olio o in forma di tecnica mista), con la forza del racconto espressivo del colore (sia esso figurativo o astratto) e nella sua restituzione bidimensionale e/o tridimensionale (assemblaggio), e con lo spazio inteso come volume (ecco che ritorna l’architettura) in cui collocare e posizionare la realtà. È vero che col tempo la mia produzione artistica si sia orientata verso questo nuovo tipo di linguaggio che mi piace definire “pittura installativa”, in cui trovano posto anche le mie cornici della serie “Ready made”, enfatizzatori ottici appositamente progettati e realizzati per estendere e dilatare la visione dell’immagine e quindi dell’opera in esse contenuta. Con lo stesso valore di estensione e ampliamento dei confini bidimensionali della pittura, della cornice e della loro collocazione ‘figurativa’ nella realtà, nascono appunto le installazioni pittoriche con l’obbiettivo di rendere partecipativa, interattiva e soprattutto varia (variabile) la percezione del singolo “momento” espressivo di cui appunto parli. Dico singolo perché per ognuna di esse l’incipit è sempre innervato in un primo, unico elemento espressivo sul quale, con un moto creativo centripeto poi si delineano e formano l’insieme e tutte le sue singole parti, a loro volta nuovi catalizzatori visivi tra loro connessi e riconducibili al centro nevralgico attraverso un cambio di moto della forza. Questo è quanto avviene nel 2014 nelle “Calusca’s rooms: five historie” o ne “Il gioco dell’incontro”. Due esempi differenti tra loro in cui, nel primo l’abbandono underground del contesto – caratterizzato dal disuso del vecchio collegio – e il suo ascolto mi hanno spinto alla realizzazione dell’ampia installazione autobiografica ottenuta per mezzo della manipolazione del residuo esistente in sito, in relazione al già realizzato e al nuovo suggerito in studio. Nel secondo esempio invece è lo spazio a subire l’azione pittorica per riuscire a mutarne il senso. Quindi, in quest’ultimo caso, lo spazio a me ben noto della Galleria Art’è di Acireale, per accogliere le ultime opere, necessitava di non esistere più o meglio doveva evolversi in un parco giochi in cui un prato dal profumo di lino e una scultura area in forma di giostra potessero garantire al fruitore il cambio di visione auspicato e la giusta predisposizione all’accesso alle singole finestre/opere “aderenti” e confinanti con il parco. Pertanto le mie “Scene” – come le definisci, e questo mi piace – sì, a volte sono frutto di una favorevole coincidenza accidentale e delle lucide e istintive scelte espressive conseguenti ma più spesso sì, frutto di una visione e del suo premeditato disegno.

Riguardo invece alla ‘logistica autoreferenziale dell’artista’, ho semplicemente assecondato il mio istinto cercando di restituire anche nei gesti (autogestione, coordinamento, direzione) e nel gusto (l’estetica divulgativa) il mio linguaggio espressivo, basato sulla libertà d’azione e sulla disinvoltura mediatica. Che poi questo abbia prodotto “decise” vesti grafiche di cataloghi monografici, collane editoriali, impaginati eccentrici – anche della mia rivista (Newl’ink) – o austere e coordinate campagne propagandistiche degli eventi da me prodotti e/o curati e organizzati e che il tutto, a tuo dire, sia fortemente caratterizzato e strutturato su una gestione puntuale e minuziosa, complessa è per me certamente lusinghiero, gratificante, perché conferma il buon lavoro fino ad oggi svolto e ne giustifica gli sforzi».

Hai dimostrato un codice etico nel gestire Calusca, artista e Luca Scandura, imprenditore. Ma chi di queste due figure è subordinata all’altra?
«Direi, paradossalmente, che Calusca abbia davvero preso il sopravvento! Almeno dal 1998. Questo a causa della piena fiducia e della totale dedizione che il Luca dell’anagrafe ha voluto, e spero saputo, accordargli, al punto di metterci la faccia posizionandosi nell’ombra, un passo indietro, per dare pieno spazio sulla ‘scena’ (ritornano le “scene”, quinte) ad un’identità inedita, sconosciuta, inesistente, tutta da creare e far stimare (un ‘tableau vivant’ dinamico?). Forse è proprio la sfida e l’adrenalina che essa porta con sé che hanno consentito poi l’etico percorso parallelo tra le parti, capace di garantire a ciascuno la propria area esistenziale nonostante il combaciare costante dell’interesse professionale: l’arte e l’espressione nelle loro molteplici sfaccettature».

Oggi sei più Calusca o Luca Scandura?
«Bella domanda! Difficile a dirsi… forse: fifty-fifty! Per maturità, oggi mi riconosco in entrambi con la medesima consapevolezza e coscienza e senza alcuna prevaricazione».
La “Vostra” ultima frontiera la ‘Calusca’s house’; in cosa consiste questo progetto?
«Le “Calusca’s houses” credo siano la naturale estensione della mia “pittura installativa”, ossia delle opere dalla cubatura ampia ed estensioni con funzionalità domestiche! Forse sarebbe meglio definirle delle opere su commissione con reali sembianze di case o viceversa case o dilatazioni di case private con le fattezze caluschiane! Oppure, manifestazioni del coraggio e intuizione di collezionisti illuminati e del loro desiderio di vivere costantemente all’interno di una possibile ‘Wunderkammer’ da me firmata. Anche se ritengo che le loro stanze, gli ambienti da me definiti non siano delle vere e proprie ‘camere delle meraviglie’, ma piuttosto lo sia il flusso dinamico generato al loro interno e che all’occhio giunge sin dall’impatto per poi accompagnare il corpo nel suo dipanarsi, fino a mostrarne i soliti centri nevralgici e ispiratori, così come avviene nelle mie installazioni. Probabilmente l’indole e il background formativo mi hanno spinto nel 2016 a cogliere e affrontare quest’altra avventura artistica, i cui mezzi espressivi principali sono: gli elementi strutturali, funzionali ed estetici della costruzione edile e il preziosismo della dettaglio artigianale. Attualmente sono due, la “House One in twist” (mq. 54, anno 2016/2017, proprietà P. Litrco) e la “House Two in twist” (mq 230, anno 2019 e in fase di ultimazione, proprietà M. Russo). La prima è un ampliamento di una abitazione preesistente, la seconda è invece una completa ristrutturazione di un appartamento in un palazzo nobiliare. Ciò che mi piace e coinvolge, in fase di realizzazione, è concepirle come delle grandi opere sulle quali giornalmente poter fisicamente intervenire per ottenere i migliori effetti formali, ottici e volumetrici, proprio come si farebbe per un quadro, una scultura, ma in questo caso la figura dell’autore non è più solo in studio davanti al cavalletto ma circondato da maestranze da coordinare, coinvolgere, ‘formare’/entusiasmare dovendo assumere obbligatoriamente diversi ruoli, dal progettista/ideatore al direttore dei lavori, fino a sporcarsi le mani con gli artigiani e operai mettendo in atto la curiosità espressiva dell’artista capace di cogliere tutte le opportunità espressive suggerite e offerte dai materiali di costruzione, siano essi preesistenti o di nuova posa. Ovviamente, in ognuna di esse la mia pittura trova anche veri e propri episodi installati in forte dialogo con il contesto da me determinato. Addirittura nell’ultimo caso, in alcuni ambienti ho scelto di preservare, palesandole, le tracce visive (su parete) relative al concept di ciascun spazio».

Quali strategie suggeriresti in ambito pubblico e privato per risollevare le sorti dell’arte?
«La mia esperienza in ambito della cultura ‘operativa’, ossia di coloro che la divulgano per temperamento sinergico e imprenditoriale attraverso le edizioni librarie, giornalistiche e la realizzazione di eventi d’arte, mi ha portato ha confrontarmi spesso con le istituzioni pubbliche che purtroppo sono sonnolenti e poco propositive dal punto di vista organizzativo interno! Ma ci sono anche delle belle eccezioni grazie alle quali si riesce a trovare il giusto compromesso per concretizzare, con inoltre il supporto fondamentale di sponsor privati ispirati e intuitivi, eventi di qualità. Come l’ultimo progetto espositivo antologico e itinerante che con Newl’ink ho dedicato al maestro siciliano Francesco Patanè (1902 – 1980), artista meritevole ma purtroppo fino ad oggi dimenticato, le cui opere (più di cinquecento, quasi del tutto inedite) tra il 2018 e il 2019 sono state fruite e divulgate attraversando cinque comuni di tre province siciliane. Suggerirei agli amministratori (pubblici e privati) di disporsi all’ascolto in modo perspicace, avendo il coraggio di ascoltare e supportare chi propone progetti culturali tramite i quali le proprie aziende possano trarne vantaggio mediatico, svolgendo un servizio sociale e culturale importante! Pertanto la strategia che suggerisco è sintetizzata dal sostantivo femminile che amo, ossia: sinergia».
Queste sono le coordinate che disegnano Calusca e Luca Scandura. Horace Walpole scrisse: «La vita è una commedia per coloro che pensano e una tragedia per coloro che sentono»; con un sentimento platonico, potrei dire che Calusca è il carnefice e la vittima del suo stesso processo creativo. Spesso l’apparenza inganna, ciò che resta è solo il calore che ha saputo generare il nostro istante; Luca lo sa bene e lo dice con fermezza: «Manteniamoci trasparenti e aboliamo la viltà!».

Informazioni su Sebastiano Grasso

Sebastiano Grasso (Udine, cl.1965), pittore. Apprende i primi rudimenti dal carnico Arturo Cussigh (allievo di Morandi, Guidi e Saetti). Pur collocandosi nella sfera dei pittori, cosiddetti, “autodidatti”, l’artista vanta una formazione accademica. Ha fatto parte del gruppo artistico: “I dodici movimenti (Sicilia - Acireale)” e “I pittori della luce” (Triveneto). Ha esposto in prestigiose collettive (tra gli altri, con P. Guccione, S. Alvarez, F, Sarnari, il Gruppo di Scicli, A. Forgioli. R. Savinio, A. Gio-vannoni, C.M. Feruglio, Ennio Calabria). E’ presente in varie collezioni private e pubbliche. Vinci-tore della XII^ Biennale d’Arte Internazionale di Roma.
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Un commento

  1. Maurizio Militello

    Ringrazio sentitamente il caro amico, maestro Luca Scandurra, per avermi offerto questa opportunità, inviandomi questo materiale, per me assai utile come occasione di approfondimento sulle sue attività. Ringrazio unitamente il maestro Sebastiano Grasso che come un rapsodo, da vero omeride, ha cantato e celebrato mirabilmente la sua arte.
    Maurizio Militello

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