Scrittura creativa? Tutte chiacchiere e distintivo.

L’argomento è controverso. Qualche tempo fa sarei stato più perentorio definendo le scuole di scrittura creativa come un divertente ossimoro. Ad oggi, che ho le idee più chiare, il bacino di giudizio non si è spostato di granché.

I sostenitori della scuola di scrittura creativa, quelli almeno in buona fede che hanno e fanno accoliti – vedi Baricco, Montanari, Mozzi, Doninelli, Trevi – motivano con convinzione che la scrittura, come le altre arti, abbisogna di regole. Regole che aiutano a far diventare una passione un mestiere. E i ferri del mestiere allora non potranno che essere, per l’apprendista scrittore, il linguaggio e lo stile, conoscere i personaggi e l’ambiente, i tempi di narrazione, gli spazi e i luoghi, la trama e via di questo passo.

Qui la lancetta della creatività vacilla ed è indubbiamente equivoca. Creatività, non come talento inventivo e intellettivo, ma più semplicemente come la capacità di mettere alla luce un prodotto, anche sì, a comando. Quando parlo di “comando”, alludo a tutte quelle situazioni in cui un’azienda, un ente, un produttore, commissioni uno scrittore, un autore, un poeta, chiunque si fregi di coprire questi ruoli, per comporre, creare per l’appunto, un determinato lavoro (pubblicità), una specifica rappresentazione (sceneggiata, film, romanzo).

Per queste ragioni, Giulio Mozzi, “broker” editoriale, consiglia di non parlare di scrittura creativa bensì di “teoria e tecnica della composizione di testi argomentativi, narrativi, drammatici e poetici, scritti e orali” con il più facile acronimo di Ttctandpso.

Ora, non si vuole condannare – non è vero, io la condanno apertamente – le scuole di SC, il rischio tuttavia è che sfornino scrittori seriali. Burattini delle lettere. Compilatori di storie. Fordismo tranchant. Al netto di queste speculazioni, piaccia o no, la scrittura creativa s’insegna. È materia di studio. D’altronde il fondatore e ideatore è un pedagogista, lo scrittore statunitense John Dewey, nei primi del secolo.

Le differenze però devono essere rilevate. La scrittura creativa dal 1940 la troviamo nelle Università americane come materia autonoma, ha pari diritti e dignità delle altre. Allo studente spetta sceglierla nel suo programma di studi, come nel mio è spettato scegliere, che so, medicina legale. Sempre negli anni quaranta è nato l’Iowa Writing Workshop, il master di scrittura creativa più prestigioso degli Usa, dove vi hanno insegnato figure d’eco mondiale, quali Saul Bellow, Philip Roth, Kerouac, John Cheever, Vonnegut, Fitzgerald, Ian Mcewan, Hemmingway, Joyce Carol Oates, Burroughs.

Con ciò non voglio dire che, se fatta negli Usa, sta roba assume prestigio e nobiltà. Gli americani hanno qusta fissa, com’è noto, della regola, della tecnica. Hanno l’inclinazione a capire il come piuttosto che il perché. E per ogni argomento hanno un manuale: Come smettere di fumare in dieci mosse, Come essere felici, Come godersi le giornate, Come non ascoltare la moglie quando parla, Come imparare a scrivere, creativamente.

Se torniamo in Italia la musica cambia. Anzi, è proprio un’altra. Le scuole di SC, negli ultimi dieci anni, aumentate in modo esponenziale, non hanno alcun contatto con le università. Né con alcuna istituzione. Sono privati cittadini, scrittori, noti e molti altri meno, che attivano corsi con la presunzione d’insegnare qualcosa a qualcuno, quando “la scrittura è il regno dell’ignoto, del rischio, di un verbo che può mandare all’aria un’esistenza”. È la vanità dei cretini, degli illusi, degli ingenui, ad alimentare la proliferazione di queste scuole, o corsi, o laboratori, o officine.

La più vecchia è quella fondata da Pontiggia, abbiamo allora la Holden di Baricco, abbiamo la Belville a Milano, abbiamo la Omero a Roma, abbiamo la Bottega Finzioni a Bologna, solo per fare i nomi più rappresentativi e con una storia ben documentata. Scuole che, al netto delle passioni o dell’infingimento, hanno dei prezzi insostenibili a carico di ragazzi, i promettenti scrittori, che, secondo il proverbiale cliché, dovrebbero pure essere poveri in canna.

Ora, a titolo di esempio, la Scuola Holden costa diecimila euro l’anno. Venti mila quindi il biennio. Allo studente, spesso fuori sede, si chiedono 833 euro al mese, per imparare punteggiatura, figura retorica, costruzione di un personaggio. E non ottenere nulla in cambio, semmai una pubblicazione valga tutti quei soldi!

L’obiettivo di insegnare un’attività spirituale, come quella creativa, è temerario. Insegnarla poi come se fosse un mestiere, anziché una vocazione sorgiva e irripetibile, è una atto di fede. Se si può riconoscere un pregio alle scuole di creative writing, è quello di insegnare a scrivere bene a chi paradossalmente non sa scrivere.

A chi sa scrivere, invece, le scuole non servono. E quando parlo di sapere scrivere alludo all’originalità, al temperamento, allo stile dello scrittore. Dostoevskij, Tolstoy, Flaubert, non scrivevano bene. E Celine? Lo vedreste mai studente in una scuola di questo tipo? Se esiste mai una via percorribile, una attraverso cui avvicinarsi al mondo della scrittura, questa passa attraverso avide e inesauribili letture. Non ci sono altre soluzioni, bisogna leggere a stracafottere, come direbbe Camilleri. Parafrasando, a questo punto, le Operette morali di Leopardi, “Se vuoi scrivere, leggi”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

About Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.

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