Scrittura evocativa e scrittura catalizzatrice

Articolo di Liborio Nice

Il metodo della espressione verbale nasce dalla capacità di evocare con le parole immagini, emozioni, sensazioni, comuni allo scrittore e al lettore. Questo convenzionalmente viene fatto secondo regole semantiche, che associano a parole significati definiti e condivisi, a loro volta assemblate secondo determinati rapporti grammaticali e sintattici.
Solo da questa breve sintesi risalta come sia difficile rappresentare efficacemente il nostro pensiero in forma scritta.

Scrive Gao Xingjiang nel suo romanzo ‘La montagna dell’Anima’:
«Come trovare una lingua musicale, indissolubile, superiore alla melodia, che vada oltre i limiti della morfologia e della sintassi, senza distinzione tra soggetto e oggetto, che superi i pronomi, che si sbarazzi della logica, che sia in costante evoluzione, che non faccia ricorso a immagini, metafore, associazioni d’idee o simboli? Una lingua che possa esprimere allo stesso tempo le sofferenze della vita e la paura della morte, le pene e le gioie, la solitudine e l’appagamento, lo smarrimento e l’attesa, l’esitazione e la determinazione, la codardia e il coraggio, la gelosia e il rimorso, la calma, la frenesia, la sicurezza di sé, la generosità e il disagio, la bontà e l’odio, la compassione e lo scoramento, l’indifferenza e la sensibilità, la meschinità e la bassezza, la nobiltà e la crudeltà, la ferocia e l’umanità, l’entusiasmo e la freddezza, l’imperturbabilità, la sincerità, l’immoralità, la vanità, la cupidigia, il disprezzo e il rispetto, la certezza e il dubbio, la modestia e l’arroganza, la caparbietà e l’indignazione, il risentimento e la vergogna, la sorpresa e l’incredulità, la spossatezza, l’ottenebramento, l’illuminazione improvvisa, la perenne incapacità di comprendere, e il non comprendere nulla nonostante tutto e lasciar andare tutto al diavolo?»

Risulta chiaro che fra pensare e scrivere si ripete l’ormai nota dicotomia fra essere ed apparire.
Occorre poi distinguere gli scopi della lettura: trasmettere informazioni o suscitare emozioni o, comunque, reazioni.
La scrittura evocativa. Nel primo caso, affinché l’opera sia efficace, i mezzi espressivi dei due interlocutori della scrittura – scrittore e lettore – dovrebbero essere commisurabili e analoghi; vista la varietà dei mezzi della platea di lettori, lo scrittore semplificherà la struttura della sua espressione per estenderne al massimo l’efficacia. Nella misura di tale semplificazione dovrà sacrificare parte della informazione a beneficio della comprensione o rinunciare alla partecipazione di lettori con una inadeguata dotazione culturale.

In ogni caso, lo scopo di trasferire la propria conoscenza sarà raggiunto solo in misura parziale.
La scrittura catalizzatrice. Diverso è il caso che la scrittura sia destinata a suscitare emozioni, sensazioni, immagini. E lì sono gli esteti, coloro che perseguono la bellezza in assoluto, che, consapevolmente o meno, rimangono disgiunti dal destino dei loro lettori.
«In fin dei conti, sono solo un esteta»».

La scrittura e il cubo di Rubrik. Per i virtuosi della penna c’è la possibilità di collocare capitoli, paragrafi, dialoghi in un uno schema apparentemente incoerente e poi, via via, muovere i successivi brani in modo tale che alla fine, come nel cubo risolto, ogni faccia abbia il suo colore comprendendo molteplici elementi rimessi in ordine.

«Sai che mi limito a parlare a me stesso per alleviare la solitudine. È una solitudine senza speranza, nessuno mi può aiutare, posso solo conversare con me stesso.
Nel lungo soliloquio «tu», destinatario del mio racconto, sei solo la mia ombra, l’«io» che si ascolta attentamente.
Mentre ascoltavo il mio «tu» ti ho lasciato creare «lei», perché sei come me: non sopporti la solitudine, hai bisogno anche tu di compagnia.
«Tu» hai fatto appello a «lei» come «io» ho fatto appello a «te».
«Lei» è nata da «te», quindi non fa che confermare me stesso.
«Tu», mio compagno di conversazione, tramuti il mio vissuto e le mie fantasie nel tuo rapporto con «lei», rendendo impossibile distinguere tra realtà e fantasia. Del resto, come potresti distinguerle «tu», se io stesso non riesco a scindere, nei miei ricordi e nelle mie sensazioni, la realtà dal sogno? Ed è proprio necessario distinguerle? In fondo non ha molto senso. ” (ibidem)

Gao Xingjiang appartiene alla categoria, come Olga Tokarczuk, Peter Handke, Kazuo Ishiguro, tutti premi Nobel degli ultimi anni.
Si potrebbe dedurre che l’evoluzione della letteratura narrativa sia orientata a nuove regole che liberino l’impulso comunicativo dalle regole semantiche pregresse.

Lo sforzo del lettore è taoista, deve dimenticare sé stesso e tutti gli schemi di riferimento che, anni di scuola e cultura letteraria, gli hanno inciso nella mente. Si affiderà al pensiero e alla emozione non codificabile che gli inducono gli scrittori di tale genia. Scoprirà un universo non previsto o catalogato ma ugualmente e forse più umano. Dovrà leggere con l’anima senza concretizzare in costruzioni note il flusso di pensieri, emozioni e sensazioni che questa scrittura catalizzerà come in una reazione chimica.
Ma ciò è per tutti?
Sicuramente, per chi lo ricerca, questo è un percorso.

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