Scrivere è roba da uomini?

Anch’io, confesso, sono vittima di questo pregiudizio. Ancora oggi il mio sguardo derapa su un nuovo scaffale appena incrocio un romanzo scritto da una donna. Mi sbaglio. E sono da anni in conflitto.

Immagino sia stata l’educazione impartita ad aver creato l’embrione di questo pregiudizio. O magari semplice diffidenza. Chissà. La puzza sotto il naso è la stessa. Quando devo imputare delle colpe, la mia testa vola subito alla scuola. I programmi scolastici, cadetti di una cultura patriarcale, hanno indubbiamente contribuito alla sedimentazione di questa condizione.

Quale martire del liceo classico non ricordo un solo nome di letterata che abbia titillato i nostri spiriti. Ricordo Saffo, per fare un nome. Che tra testi e cliché non è sto emblema di femminilità. Però tipo Deledda (unica donna vincitrice del Nobel) non è stata toccata. La Serao, idem. Gaspara Stampa neanche un po’. Alda Merini vabbè.

Delle donne abbiamo avuto una conoscenza satellitare. Erano mogli, erano mamme, erano insegnanti. E non ce ne siamo né curati, né accorti d’altro.

La situazione è tragica e ridicola, nello stesso tempo. E quindi paradossale. Per ogni lettore ci sono almeno cinque lettrici. Le donne sono le maestranze più numerose del mercato editoriale. Quelle, in breve, che nelle più svariate forme e investiture, si dedicano al libro. Compresa la parte creativa, ‘sti benedetti romanzi. Possiamo dire all’unanimità che tutti abbiamo più amiche che leggono che amici. È un dato inoppugnabile.

Il contrasto che amareggia tuttavia – sul  quale poter riflettere – è che le donne sì, scrivono di più sì, vendono di più ma vincono meno premi letterari. In un rapporto, spesso, imbarazzante. Si potrebbe obiettare che questa situazione è dipesa dal monopolio del mondo maschile negli ambienti letterari. Ci sono giornalisti, editori, professori, scrittori che veicolando il sesso, veicolano il gusto.

Si risolve forse tutto nel becero e ostile maschilismo? Ebbé, direi di sì.

Nell’Ottocento il ruolo sociale della donna era ancora più marginale. Quelle che sapevano scrivere appartenevano già a una classe agiata. Più abbiente. Quindi, relegate a una vita domestica, escluse da confronti mondani, quando si cimentavano nella scrittura, lo facevano scrivendo diari intimi cui, chiaramente, non seguiva alcuna pubblicazione. Scrivevano per loro stesse. Si ritagliavano scorci di vita inconfessabili, intrecci amorosi, intrighi sentimentali – rigorosamente con un lieto fine lacrimevole – insomma tutte quelle storie che finiranno, più tardi, per essere rubricate sotto il genere di romanzo rosa.

La letteratura femminile, semmai ne esiste ancora una, nasce pertanto come evasione, poi come intrattenimento. Le destinatarie sono state inevitabilmente donne, avide lettrici che hanno contribuito alla produzione di lucrose collane. Una fra tutte la celebre Harmony.

Diciamo che – al netto di un vispo e imperituro maschilismo – questa situazione ha nuociuto al valore letterario delle scrittrici. Per queste ragioni si fatica ancora oggi a dar timbro di serietà ai romanzi di questa fattura. Opere tacciate di sentimentalismo, di linguaggio semplice e semplicistico, di facili pudicizie, di amori inflazionati e dialoghi melensi.

Non poche scrittrici all’occorrenza sono corse ai ripari. Ci sono state autorevolissime figure che hanno iniziato la carriera usando un nom de plum maschile. Il nome completo di Harper Lee, l’autrice del famoso Buio oltre la siepe, era Nellie Harper Lee. Eliminare Nellie è stato necessario per spendersi come uomo. Non è stata la sola, chiaramente. Il vero nome di George Eliot era Mary Ann Evans. Emily Bronte si firmava con lo pseudonimo di Ellis Bell. E così la sorella Charlotte Bronte, Curr Bell. La famosa e milionaria scrittrice britannica Jk Rowling ha lasciato le sue iniziali, a fronte di un forse poco spendibile Joanne Rowling. Karen Blixen, l’autrice de La mia Africa ha firmato le sue prime opere con Isak Dinesen.

La lista è lunga.

A oggi non si ricorre più ai nom de plum. Le scrittrici non si vergognano più. Scrivono tanto. Tuttavia il naso resta arricciato. La filiera editoriale frena per certi versi il merito e la parità cui si ambisce. Parlando di narrativa straniera, le autrici subiscono, al momento della traduzione, un packaging teso a far sembrare l’opera più vicina al vulnus femminile.

Un esempio è il romanzo Lo que esconde tu nombre (Cosa nasconde il tuo nome) di Clara Sanchez, uscito in Italia con Il profumo delle foglie di limone. Elegante, evocativo, mediterraneo. E’ in parole povere la storia di un uomo alla ricerca di un gerarca nazista latitante.

Di limoni non se ne parla. Ma con il cibo non si sbaglia mai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

About Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.

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