Scuola, tra mondo esterno e gruppo interno

 

Bella Cohen, dello scrittore catanese Adriano Fischer, a un primo livello di lettura potrebbe presentarsi come il romanzo d’esordio di un quarantenne che non ha ancora del tutto metabolizzato gli anni controversi e tribolati della scuola, e sulla falsariga di Rostand, secondo cui la “penna ferisce più della spada”, li mette in scena nudi e crudi.

E, in effetti, il romanzo catapulta letteralmente in un universo scuola come non lo avremmo mai immaginato e osservato. In un gioco caleidoscopico di identificazioni, ci fa entrare in contatto con gli insegnanti, le loro pulsioni e i loro desideri più profondi: un microcosmo, irriverente, mordace e grottesco, tuttavia da scoprire e, soprattutto, da pensare.

I personaggi-professori, che l’autore compone con un buon intuito introspettivo scandagliandone i più reconditi meandri intimi e inverecondi, vengono descritti attraverso i loro piccoli e grandi gesti quotidiani. La scuola è raccontata da una prospettiva inedita.

Il libro, d’altronde, non parla della scuola contemporanea in sé, né di come dovrebbe funzionare; si propone, bensì, come un affresco dell’umanità, con i suoi limiti e le sue risorse, affaccendata in vicissitudini relazionali complesse e tormentate.

Ma, ancora di più, il pregio del romanzo sembra proprio risiedere nella capacità narrativa dell’autore di dar voce a un mondo psichico, al suo gruppo-professori interno, a tutto quel bagaglio di fantasie, burle e prese in giro di cui, tipicamente, i professori un tempo erano vittime illese dei propri alunni.

Nel senso che proprio questa differenziazione tra un mondo interno del soggetto e un mondo esterno può consentire di vivere soltanto sul piano della fantasia e dei commenti ancorché sferzanti, condivisi più o meno sottecchi tra i banchi di scuola, critiche, scherni, burle e dileggi, di cui pressoché ciascun professore è stato bersaglio in aula dei propri studenti. Tutto ciò, senza che la carica di ridicolo, irriverenza, rabbia e frustrazione, travalichi i confini della rappresentazione, traducendosi in comportamenti agiti irrispettosi, rabbiosi financo violenti, come la cronaca attuale spesso segnala.

Oggi, infatti, con la riforma della scuola, volta a un’aziendalizzazione estrema e selvaggia della medesima, tra un registro telematico e una turnazione scuola-lavoro, sembra che si persegua, pedissequamente, l’intento nefasto di perforare, di continuo, quello che invece è un necessario, sano e, quindi, quanto mai auspicabile confine tra interno ed esterno.

Viene attaccata, minata, o perlomeno compromessa, la possibilità del docente di costruire una relazione profonda col gruppo allievi. Quando, ad esempio, un voto basso, che può suscitare comprensibilmente un ventaglio di emozioni nell’allievo, anziché poter essere condiviso e in qualche modo elaborato in classe, in uno spazio fisico e mentale circoscritto e protetto, viene invece (perché così deve essere), immediatamente comunicato ai genitori tramite via telematica, si annulla l’opportunità dello studente di provare a recuperare avvalendosi di un rapporto diretto con l’insegnante.

Ecco, se provo a focalizzare il senso di questo romanzo, mi ricollego intanto al titolo: Bella Cohen era una maitresse dell’Ulisse di Joyce. Se ne deduce, allora, che la scuola è la rappresentazione di un postribolo? Luogo, contenitore di mercificazione? Mi viene in mente che, un tempo, erano soltanto le cortigiane in grado di comunicare ai potenti la loro vera condizione di esseri reali, e regali, limitati. E, successivamente, proprio alle prostitute venne riconosciuta la funzione di sestante rispetto alla possibilità di indicare la posizione di impotenti a uomini illusi, al contrario, di onnipotenza.

Il sestante sappiamo che è uno strumento volto a indicare il punto geografico su una mappa. Alberto Burri, nel suo celebre quadro Sestante, del 1983, rievoca il vecchio strumento nautico, che serviva ai viaggiatori per stabilire la posizione di un punto preciso rispetto all’orizzonte.

Ma cosa s’intende per funzione sestante?

A partire dal concetto dello psicoanalista inglese Donald Meltzer sulle “confusioni geografiche”, intese come confusione psichica circa la differenziazione tra soggetto e oggetto, tra mondo psichico e realtà esterna, lo psicoanalista catanese Riccardo Romano ha evidenziato come, nel momento fondamentale in cui, subito dopo la nascita, il neonato deve essere posto a stretto contatto fisico con la madre, quest’ultima assolve la funzione primaria di comunicare al piccolo, mediante una modalità sensoriale, che lui adesso si trova in un altro mondo. Non più all’interno del corpo della madre ma nel mondo reale esterno. In ciò consta la necessaria funzione sestante che appartiene naturalmente alle donne come dotazione del nostro patrimonio genetico. In tal senso, la natura non incorre in errore! Basti pensare al mondo animale, specialmente a quello dei mammiferi, in cui l’accudimento della madre, se non interrotto anticipatamente, garantisce al cucciolo le coordinate rispetto a dove si trova.

Quella del sestante è una funzione psichica che, continua Romano, la donna non esercita solo nei confronti del figlio ma anche dell’uomo. La donna è necessaria per la sopravvivenza non solo della specie ma anche dell’uomo. Il sestante di una donna non dipende né dalla sua bellezza né dalla sua bruttezza; né dalla sua stupidità né dalla sua genialità. Non è un pregio né un omaggio. Semplicemente è un dato di natura. Ed è una funzione psichica della donna che non compete e neppure ostacola lo sviluppo delle sue altre potenzialità e qualità.

La madre, in funzione di sestante, assolve il compito di evitare che si creino quelle confusioni geografiche teorizzate da Meltzer, che mettono a repentaglio la salute mentale del futuro uomo o donna. Deve sempre dare la posizione esatta al bambino rispetto a dove questi si trova, se nel mondo della fantasia, nel mondo del sogno o nella realtà esterna.

Pur non di meno, deve consentire al figlio di poter transitare liberamente attraverso le varie aree della mente, così da nutrire la sua creatività e autenticità.
A conti fatti, penso che Bella Cohen offra un originale modello di sperimentazione creativa con cui l’autore si cimenta con emozioni e fantasie che, proprio perché attengono al suo mondo psichico, possono muoversi in piena libertà e trasformarsi. La vaghezza dell’ambientazione  – la scuola dove prendono vita le vicende narrate potrebbe trovarsi al sud come al nord come al centro  – evoca ancor più chiaramente, come il luogo di questo romanzo  sia, appunto, un luogo interno, uno spazio psichico. L’incertezza del contesto dona al narrato un’aura di mito.

E’ grazie a questa fondamentale distinzione tra interno ed esterno che si può andare controcorrente rispetto all’invalsa tendenza della contemporaneità verso un appiattimento sull’esteriorità e sull’apparenza. Ed è proprio solo attraverso l’istituzione di tale differenziazione che si può consentire alle emozioni e fantasie di circolare liberamente nel mondo interno, evitando che vengano evacuate, con tutta la virulenza che le può denotare, direttamente sul mondo esterno.

Si può odiare il professore che ha messo un cattivo voto, e soffrire per questo, senza doverlo picchiare.

About Luciana Mongiovì

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista. Lavora presso il suo studio a Catania con pazienti adulti, adolescenti e bambini. Tel. Studio 095/090 26 06

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