Sensibilizzare al rischio sismico

«il paradosso di Catania è che rinascere le è venuto meglio che nascere […], risorta dalle ceneri ma poi incapace di crescere con la stessa qualità»

Catania – I crolli in città come effetti del terremoto dell’XI grado MCS dell’11 gennaio 1693. Il particolare dalla grande carta di Anonimo, conservata alla Staatbibliothek di Berlino (da E. Guidoboni e E. Boschi, Catania, terremoti e lave, dal mondo antico alla fine del Novecento, 2001, p. 134-135).

 

Mi avventuro in questa trattazione perché ad un tratto della mia vita non mi sono sentita sicura. Si trattava di quando lavoravo presso una struttura commerciale, nel cuore moderno della città di Catania. L’attenzione al tema si è via via fatto più stringente tanto da decidere di approfondire attraverso un Master al Politecnico di Milano sulla Progettazione sismica delle strutture per costruzioni sostenibili.

Era l’inizio del 2017 e già si era assistito ai grandi eventi sismici che hanno interessato il centro Italia. Nella mappa del rischio sismico lo stesso “colore” attribuito alle regioni del centro Italia è attribuito alla Sicilia orientale. Catania rientra quindi a pieno titolo in questa mappatura.

Mappatura della pericolosità sismica espressa in termini di accelerazione al suolo. I colori dal rosso al viola sono quelli a maggiore accelerazione al suolo.

Catania è una città molto particolare, tanto bella quanto brutta, e non parlo della gente che difficilmente rientra in questo dualismo manicheo, ma parlo della sua architettura, e sì, tanto bella quanto brutta. Il problema però è che non si tratta soltanto di fattori estetici, ma di sicurezza.

Non appena laureata ho frequentato lungamente l’Università di Catania, nello specifico il Dipartimento di Architettura, dove ho collaborato alla stesura del nuovo (tanto nuovo da non essere mai approvato) Piano Regolatore della città, e lì cominciai ad entrare in contatto con parole quali rischio sismico, pericolosità sismica, esposizione e vulnerabilità. Erano quelli concetti che prima non avevo mai studiato, e raramente sentito durante gli anni di formazione universitaria, e se ci penso adesso mi viene da sorridere.

Sappiamo che progettare oggi significa attenersi alle normative antisismiche, ma credo che una seria sensibilità al tema non si sia del tutto formata. Le Norme Tecniche delle Costruzioni del 14 gennaio 2008 costituiscono un chiaro riferimento normativo cui attenersi, sia nel caso di nuova costruzione che nel caso di costruzioni esistenti e rappresentano un aggiornamento in costante evoluzione della prima legge antisismica del 1909, che titola: “Norme tecniche ed igieniche obbligatorie per le riparazioni ricostruzioni e nuove costruzioni degli edifici pubblici e privati nei luoghi colpiti dal terremoto del 28 dicembre 1908 e da altri precedenti elencati nel R.D. 15 aprile 1909.”

Il terremoto a cui si fa riferimento è il famoso terremoto dello Stretto di Messina del 1908, che portò alla quasi integrale distruzione della città, con conseguenze ingenti sulle comunità esposte. La città di Messina dista poco più di 90 km da Catania, ma prima che Catania sia inserita nel novero delle  città ad alto rischio bisognerà aspettare circa 80 anni, ovvero il 1981 con la legge 741, dopo il terremoto dell’Irpinia avvenuto nel 1980.

Parrebbe che Catania abbia una breve memoria, per cui durante gli anni del boom edilizio, ovvero quelli compresi tra il 1960 e il 1980, si sia totalmente glissato sul problema del rischio sismico. Da tecnico viene dunque da chiedersi come siano stati costruiti questi edifici, e che tipo di resistenza avrebbero nei riguardi di un potenziale evento sismico, cui l’intera area orientale della Sicilia è concretamente esposta.

Quando parlo di memoria breve mi riferisco al devastante terremoto del 1693 (che nell’ottica degli accadimenti sismici è sicuramente un periodo breve) in cui Catania venne quasi integralmente distrutta e alla previsione di un altro grande evento sismico di uguale potenza che potrebbe verificarsi, il big one.

Allora la città di Catania venne completamente ricostruita, nel rispetto dei dettami del Duca di Camastra, che disciplinavano alcune regole fondamentali, prima fra tutte le strade larghe, interrotte da piazze frequenti e regolari, come precauzione antisismica. Come dice V. Martelliano in un colloquio con il compianto Prof. Giuseppe Dato, «il paradosso di Catania è che rinascere le è venuto meglio che nascere […], risorta dalle ceneri ma poi incapace di crescere con la stessa qualità».  E in questo colloquio G. Dato afferma che «Al tempo della ricostruzione Catania fu proprio considerata moderna. “Perchè moderna? Ecco: moderna è un’organizzazione dello spazio fisico, in senso architettonico e urbanistico, capace di rispondere con coerenza ai bisogni della collettività. […] dopo il sisma del 1693, la collettività era divisa nettamente tra la classe dei nobili e degli ecclesiastici, con un grande potere economico e politico, e una categoria subalterna molto ampia: il popolo. Ma, nonostante questa contrapposizione, i bisogni erano interpretati adeguatamente. […]» (G. Dato, 2004).

Tuttavia, finita la paura del terremoto, tutti sopraelevano o programmano un’elevazione successiva. E’ un’idea talmente diffusa che Gentile Cusa, nel Piano Regolatore del 1888, consente la sopraelevazione dell’attuale sede del Comune (G. Dato, 2004).

E torniamo dunque alla memoria breve. A un certo punto della storia urbana di Catania pare che il terremoto non abbia mai minato il suo passato, e le pratiche e attività architettoniche e urbanistiche si sono nuovamente dimenticate di quello che è stato.

 

Fattore di particolare interesse consiste nella convivenza a Catania, ed in generale nelle aree ai piedi dell’Etna, di una doppia attività sismogenetica: la prima derivante dalla stretta vicinanza con il Vulcano, che ha determinato fenomeni sismici locali non irrilevanti (terremoti del 1818, 1865, 1911 e 1914) cui sono da attribuirsi tremori, degassamenti, spostamenti di massa magmatica; la seconda a carattere regionale, con eventi sismici caratterizzati da diversa frequenza di accadimento, varia profondità focale ed intensità (terremoti del 1169, del 1693) ubicati nell’Avampaese Ibleo, e precisamente lungo la Scarpata Ibleo-Maltese, che hanno colpito Catania e la sua provincia con un’intensità dell’XI grado della scala M.S.K.

In questo quadro si inseriscono le “politiche” urbanistiche (o forse sarebbe più indicato scrivere le “non politiche”) del «giorno dopo giorno» come dice G. Campo, che «formalmente non impegnano più di tanto le responsabilità dei nuovi sindaci del maggioritario», senza nessuna strategia di piano (tanto meno di ordine antisismico); basti considerare che l’ultimo piano regolarmente approvato di Catania ed ancora vigente è il Piano Piccinato del 1969.

Nel decennio successivo la “politica” si era impegnata ad ottenere il declassamento della categoria sismica del territorio urbano, al fine di ridurre i costi delle costruzioni e accrescere i profitti delle imprese. Così più che risultare vulnerabili i manufatti storici, risultano preoccupanti i tassi di rischio rilevabili nei palazzi in cemento armato costruiti in quegli anni, realizzati senza tenere conto di alcuna misura antisismica e nei quali peraltro altissime sono le densità abitative. (G. Campo, 2004)

I recenti episodi sismici che hanno scosso il centro Italia dovrebbero fare riflettere, sensibilizzare la collettività intera di fronte alla necessità di agire preventivamente sulla pianificazione territoriale ed urbana, e intervenire laddove maggiore è la vulnerabilità del tessuto edilizio esistente.

Il problema a questo punto è come scontrarsi con la resistenza dei privati, dinanzi alla preoccupazione di dover “spendere” soldi di propria tasca in operazioni di verifica e dunque di adeguamento del proprio immobile, ed ancora, la realtà dei fatti si fa più ostile quando non si parla con un singolo ma si parla con una comunità, ovvero i condomini, di cui è composta la maggior parte degli edifici di cui si è parlato sopra.

Sarebbe anche opportuno capovolgere il lessico usato: non si può più pensare di “spendere” bensì di “investire” in prevenzione.

Edifici di media altezza, 4-5 piani, fino ad edifici molto alti, 13-14-15 piani (ed in alcuni casi, non visibili dalla strada, sono quegli edifici nelle cui terrazze, a effetto torta, sono stati costruiti due, tre piani in più rispetto al progetto originario) costituiscono il panorama della Catania degli anni ‘60 -’80.

Una vista aerea di Catania.

Come interfacciarsi allora con tutta questa gente?

In questo senso si è mossa in maniera virtuosa l’Università di Catania avviando in primis un processo di informazione non rivolto ad un pubblico di tecnici, bensì esteso a tutti coloro che la città la abitano e che sarebbero i primi a pagarne le conseguenze in caso di evento sismico.

P. La Greca, ordinario di Tecnica e Pianificazione Urbanistica dell’Università di Catania, sostiene, citando l’economista indiano Amartya Sen, che il bene comune è legato al principio di libertà. Una di queste libertà, positiva, è quella di potere scegliere di adeguare la propria casa ad un eventuale rischio sismico. In questo senso il condominio non può rappresentare un vincolo, un luogo dove il fare, nella direzione della prevenzione, possa essere subordinato ai veti di altri componenti dello stesso, ma piuttosto un luogo dove possano essere esercitate le libertà positive.

Secondo La Greca, è necessario riscrivere il Codice Civile per liberarsi dall’«ostracismo del condominio», introdurre nuove regole: di fronte alla rigenerazione in senso sostenibile della città, di fronte alla progettazione del nuovo è necessario che ci si affidi a strumenti nuovi, è necessario che la pianificazione territoriale ed urbanistica accompagni la trasformazione della città con precise e nuove regole.

Dal Belìce ad oggi, in Italia sono stati spesi 3 miliardi di euro l’anno per la ricostruzione.

E’ necessario agire a monte ed utilizzare le stesse risorse al fine di avviare processi di consenso, di partecipazione nei riguardi della prevenzione. «I rischi diventano tali solo quando la società li riconosce come tali» (U. Beck, 1986). Beck sottolinea che le risorse fondamentali per la gestione del rischio sono l’informazione e la conoscenza (dalla quale il rischio stesso si genera). A. Wildavsky e Mary Douglas, nel 1982, hanno puntualizzato che è proprio la gente e la cultura che influenzano la percezione del rischio: il rischio è il prodotto combinato della conoscenza del futuro da una parte e del consenso dall’altra.

Sia chiaro che, mentre non è possibile evitare che un terremoto si verifichi, ovvero è impensabile agire sulla pericolosità sismica di un dato luogo, ci si può tuttavia difendere dai suoi effetti devastanti, agendo sulla struttura urbana ed edilizia, con azioni che riducono la vulnerabilità sismica delle stesse.

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