Articolo di Sebastiano Grasso

Rincorrere il tempo non è mai saggio: si perdono di vista dettagli, come il quieto adagiarsi di una foglia, il profumo dei campi dopo la pioggia, il furtivo sorriso di un bimbo.
5 ottobre 2019. Mi trovo sulla E45, all’altezza della Costa Saracena (Agnone Bagni – Sr), guardo l’orologio, sono le ore 17; alle 18, al Palazzo Moncada (Convento del Carmine) di Modica, si inaugurerà la mostra «Spiriti in fermento – in memoria di Antonio Mercadante», evento a cui non intendo mancare.
Manco a dirlo, inizio a rincorrere il tempo.

Il sole spietato dell’orizzonte mi precederà per i restanti 108 km. La velocità non dà il tempo all’occhio di adattarsi, le improvvise oscurità create dai contrasti fanno perdere i riferimenti; eppure, il cuore osserva quieto la linea del mare.


Ore 18,15, percorro a piedi le ultime centinaia di metri che mi porteranno a palazzo Moncada. Salvatore Schembari ha appena finito il suo intervento, peccato; lo avrei ascoltato con estremo piacere. Questo singolare intellettuale non è solamente il fondatore di «Edizioni Salarchi Immagini», casa editrice che ha dato il marchio al raffinato catalogo presente in mostra (e la cui copertina è riprodotta in epigrafe, per gentile concessione dell’editore), ma è pure l’artefice della storica galleria degli Archi di Comiso, in questi mesi riportata a nuova vita.

Tra i presenti individuo i curatori Elisa Mandarà e Salvatore Falzone, nonchè parte dello stato maggiore con cui Mercadante si circondò, ovvero gli artisti che sono in esposizione per tale occasione: Salvo Catania Zingali, Luciano Vadalà, Sebastiano Messina, Paolo Guarrera, Franco Polizzi e Giovanni La Cognata (che, con la propria opera – un intenso autoritratto – presta il «volto» all’evento). L’elenco si completa con gli assenti: Vincenzo Nucci, Ruggero Savinio, Vincenzo Scolamiero, Giulio Catelli, Alessandra Giovannoni e Carmelo Gallo. Non amo troppo la confusione. Fatta qualche eccezione, i discorsi di circostanza mi distraggono; preferisco restare solo e frugare tra gli spazi, sfiorare la materia, respirare le mestiche. In questi frangenti le soluzioni di tipo estetico sono la principale unità di misura. Tuttavia, a fare la differenza sono le sensazioni che emergono dal senso d’insieme.

Ma chi è Antonio Mercadante? Perché questa esposizione in sua memoria?
Classe 1962, siciliano per origini e per spirito, era un critico d’arte, oserei sostenere «anarchico» (Erich Fromm lo avrebbe definito, a pieno titolo, «un carattere rivoluzionario»). Sapeva riconoscere e incontrare la poesia di cui voleva circondarsi. Amava scoprire Artisti, amava coccolarli e farli crescere; difenderli se necessario.
Saggista, curatore e specialista della pittura del ‘900, insegnò nei licei di Roma e presso la Cattedra di Arte Contemporanea de “La Sapienza”. Tuttavia, non si piegò mai alle fredde politiche accademiche e così voltò le spalle alla capitale e abitò la Sicilia.

Scelta, questa, che ricorda (per altre circostanze) quella del Maestro di Scicli (Costanza Cavalli firmerà un articolo, sulla Repubblica del 6 ottobre 2019, dove scriverà che la scelta di Guccione di mettersi «fuori dalla storia – come sostenne Moravia» – lo portò a «raccontare il silenzio»).
Antonio Mercadante con lo zaino in spalla, ora con la macchina fotografica, ora con una matita, prese a raccogliere frammenti di pensiero in cui congelò l’eternità di questa terra.

In lui continuava a covare il risentimento verso quello che sentiva essere un sopruso ben architettato dal potere politico, finanziario, accademico e mediatico. Si riconosce nel pensiero di Laurent Danchin (critico e studioso d’arte francese, anch’egli scomparso prematuramente nel 2017). All’intellettuale francese si deve l’intuizione che mira ad individuare un’arte «post contemporanea». E’ il tentativo di liberare la nuova corrente estetica dall’egemonia dettata dall’«arte contemporanea», segmento minoritario rispetto al panorama della creatività artistica attuale. Il transalpino sosteneva che «nell’arte contemporanea l’idea conta più dell’opera». Tracciando il suo ragionamento, ne consegue che le arti visive convenzionali (disegno, pittura e scultura) oggi sono lignaggi superati, a meno che non sia l’artista stesso a rinnegare le proprie origini e scendere a compromessi con ciò che Mercadante chiama: «decostruzione, negazione, irrisione, oppure approvazione, contaminazione, ricostruzione».

A Sciacca, nel 2017, presso le cantine De Gregorio, il «critico irregolare» darà alla luce «Spiriti in fermento 1», mostra di pittura e scultura. Sotto questo vessillo altri appuntamenti seguiranno. Il criterio selettivo delle presenze artistiche che contraddistinguerà queste mostre rispecchia una chiara volontà: dare spazio alla vitalità che la pittura e la scultura ancora detengono tra coloro che ne hanno il dono di farne il proprio mezzo di espressione, pur consapevoli che tale scelta li relegherà ai margini della scena artistica.
Qui non prenderò in considerazione le singole individualità, artisti che conosco bene, con cui ho avuto il privilegio di esporre e, in questa rubrica, di presentare. Dico che siamo di fronte a qualità espressive eccelse. Ciò che mi premeva verificare era la presenza di quella vitalità, di quel fermento di cui Mercadante si fece promotore. Sì, «Spiriti in fermento» ha il dono di testimoniare come la pittura e la scultura possano ancora descrivere l’incanto, il dramma, il silenzio, la vita… la bellezza!
Ripercorro quelle stanze, i corridoi. Quadro dopo quadro, scultura dopo scultura, mi saluta una sensazione, potrei descriverla così: il calore di una mano capace di scaldare il cuore.

Le notte stellata degli Iblei seduce la solitudine. Dalle alture osservo il sinuoso snodarsi delle curve che portano a valle.
Lungo il tragitto che mi riporterà verso il vulcano, il magnetico Reflection, di Brian Eno, sarà un ottimo compagno di viaggio, l’unico.
Adesso, non rincorro più il tempo; sedimentano le sensazioni vissute tra quelle pareti.
Qualche rimpianto? Sì, non aver conosciuto Mercadante per tempo. Lui sapeva della mia pittura, forse la riteneva ancora acerba; tuttavia seppi che una mia piccola tela, che da tempo aveva perso le mie simpatie, aveva incontrato la sua attenzione. Un dettaglio che tutt’oggi continua a farmi riflettere. Chissà, se il tempo fosse stato più clemente con lui, magari le circostanze avrebbero regalato anche a me un possibile margine di crescita. Ma questo non potrò mai saperlo.
Le siderali note di un Eno deus ex machina conducono il pensiero nella zona zero, uno spazio trasparente e trasudante, dove frammenti di suono puro precipitano come gocce di rugiada scuotendo lo specchio dell’anima. È tempo di vivere!