Suttaterra di Orazio Labbate

Desideravo leggere nuovamente Orazio Labbate, e già prima che il giovane scrittore concepisse questo suo ultimo lavoro. L’ho conosciuto, infatti, con la sua opera precedente, Lo Scuro, un romanzo dagli umori gotici con cui ha esordito qualche anno fa. Tanto nel primo quanto nel secondo, i protagonisti, metafisici e terreni nello stesso tempo, sono la famiglia Buscemi.

Suttaterra, Tunuè edizioni, è un romanzo suggestivamente epico. Giuseppe Buscemi, figlio del già noto Razziddu, di mestiere becchino, è vedovo, non ancora trentenne e vacilla, già solo per questo, tra la vita e la morte. Improvvisamente, e dal nulla, Giuseppe riceve una lettera da Maria, la moglie defunta, che lo prega di raggiungerlo in Sicilia.

Qui il surreale comincia a scalpitare. Giuseppe Buscemi, «basso, coi muscoli tesi come gli orecchi di una bestia impaurita, capelli di quella paglia nera che sono le ceneri dei campi notturni» alla sorprendente notizia, intraprende il suo viaggio con una nave dall’allusivo nome, Christmas, una petroliera che «aveva il colore di un buio da Tartaro e lo stemma, sul fianco sinistro quasi tutto raschiato, rappresentava un’indiavolata trinacria che tirava fuori la linguaccia nera»

Salpa dal golfo di Baltimora per approdare, dopo un viaggio lungo un mese, a Gela, paese d’origine della famiglia e dove i due si sono sposati, un luogo che già con il suo Petrolchimico, «che alla distanza eruttava sfumature di luce fegatosa » si presta, più di tutto, a fungere da dimensione metempirica e trascendente.

Le influenze letterarie di Labbate, consapevoli o meno che siano, appaiono così evidenti che mi strappano un moto d’orgoglio e di commozione. In un empito di ammirazione mi viene da siglare il momento con un “chistu c’a fa!”

S’intercettano, a titolo di richiamo, gli onirismi di D’Arrigo, gli ancestralismi di Consolo, il periodare divagato di Faulkner. Ha una scrittura che ha metabolizzato, senza riprodurla o contraffarla, figure enigmatiche e orrifiche come Ligotti e Poe.

Le suggestioni che evocano le pagine di Labbate sbatacchiano il lettore, lo tramortiscono per catapultarlo, – beh, io parlo per esperienza personale -, per catapultarlo, dicevo, in un labirinto disegnato a quattro mani da Bosh e uno schizzato Escher.

Giuseppe Buscemi si addentra verso questa catabasi mortifera, un tunnel dentro il quale personaggi grotteschi e kafkiani gli rivelano il motivo di quell’interminabile, apparentemente inutile, peregrinare.

È il figlio mai nato, il piccolo cui era gravida Maria, che gli svela la verità, «il ragazzo non riusciva a credere ai verbi del bambino ché erano quelli di un morto e in quanto becchino sapeva, almeno, che i morti spesso sono bugiardi » una creatura che non doveva esistere, morta nel grembo materno, che si manifesta testimone e testimonianza del peccato di Giuseppe.

 

Orazio Labbate è nato a Mazzarino nel 1985 ma ha vissuto sin dall’infanzia a Butera. Collabora con le riviste on line Il primo amore e Repubblica nomade. Dirige la rubrica «Mostri notturni» sulla rivista Fuori Asse. Il suo blog è Sicilia texana.

Informazioni su Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.
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