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CIBO, l’artista che trasforma l’odio.

 

Articolo di Adriano Fischer

Pier Paolo Spinazzè ha 37 anni e il suo nom de plume è Cibo. Cibo proprio quello che troviamo a tavola tutti i giorni, lo stesso di cui riempiamo i nostri stomaci, ma anche i nostri discorsi, i nostri pensieri, i nostri desideri. Cibo è la nostra tradizione, il nostro territorio, il nostro Dna.

Cibo e il cibo diventano, allora, i protagonisti di un impegno civile che dura ormai da una ventina di anni. A Verona, nella provincia, a ripulire i muri dai simboli dell’orrore e dell’odio, quelli che campeggiano e insozzano le superfici scialbe e anonime della città, quei simboli stagliati sopra gli aloni umorali che lasciano i cani, quegli obbrobri che comunicano il livello evolutivo di una comunità, il suo degrado, la sua sciatteria.

L’arte incontra: Gaetano Murolo

Schopenhaurer sosteneva che «ognuno di noi confonde i limiti del suo campo visivo per i confini del mondo» Durante la pratica del bonsai, il mio maestro, cui feci vedere lo stato di lavorazione della mia foresta, con solennità orientale, prese tronchesina e forbici e ridusse il boschetto a una tundra spazzata del Buran! Mi disse «Non è bello ciò che piace! E’ bello ciò che è bello!»

DACCI LA NOSTRA ARTE QUOTIDIANA

 

“Aci e Galatea” di S. Grasso

Esiste ancora l’artista? E se sì, qual è la sua funzione oggi?

L’arte può essere intesa come un’operazione trasformativa dal sensoriale alla pensabilità, attraverso la simbolizzazione e attraversando le emozioni. Tutto ciò, presumibilmente, a partire dalle pitture rupestri rinvenute sulle pareti di una grotta, risalenti al paleolitico.