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Dove va a finire la rabbia

 

Articolo di Luciana Mongiovì

«Un giorno, esaminando l’Etna, il cui seno vomitava fiamme, desiderai essere quel vulcano.”Bocca degli inferi, esclamai, se come te potessi inghiottire tutte le città che mi circondano, quante lacrime farei versare!». Così scriveva il Marchese de Sade in La Nouvelle Justine.

L’impulso alla distruzione e ad arrecare danno è certamente insito nell’umanità, per quanto costi ammetterlo. Ne sono testimonianze guerre, discriminazioni, violenze di diverso genere e grado.

Una questione atavica, dunque, su cui ci si è da sempre interrogati. Un problema al quale, negli ultimi anni, si sta provando a fornire una “pseudo-soluzione” facile, acquistando un semplice biglietto d’ingresso per una stanza particolare.

Umano troppo disumano

Non stiamo commemorando l’Olocausto, lo stiamo attuando, attualizzandolo giorno dopo giorno, complici volenti o dolenti di un genocidio di massa.
Il patto che l’Italia ha siglato con la Libia, la scorsa estate, è stato definito dall’Onu «disumano». Schiavitù 2.0 con migranti torturati nelle carceri e venduti all’asta nei lager libici.

Ma, d’altra parte, siamo abituati da anni alla tratta delle schiave africane, soprattutto donne nigeriane, violentate, abusate e costrette, sotto minacce e ricatto, alla prostituzione nelle nostre strade.