La Rocca di Orama

Racconto di Adriano Fischer

Era notte fonda e il cielo era una volta nera senza stelle. I marosi, con le creste arricciate e dure come il marmo, s’infrangevano violente contro la chiglia dell’imbarcazione, rischiando di farla rovesciare in alto mare. L’equipaggio aveva perso già due membri, annegati a meno di duecento metri dalla costa. Trascinati via, rapiti improvvisamente da un vento proditore e collerico, proprio nel momento in cui stavano assicurando la stabilità del detenuto a un candeliere.
Sull’imbarcazione stava regnando paura, incredulità, neppure una parola, un lamento per incoraggiarsi l’un l’altro. I sopravvissuti stavano in silenzio abbarbicati alle sartie, il volto nascosto dalle braccia e dal bavero delle giacche a vento.
Il detenuto aveva trovato riparo sotto il boccaporto ma restava comunque incappucciato e con le mani legate, dietro la schiena, da un paio di manette così strette che, ogni scossone che riceveva, sembrava gli segassero i polsi. Teneva le ginocchia al petto per il freddo mentre i piedi sul gavone per mantenere l’equilibrio.

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