Sicilia terra bruciata di Vincenzo Maimone

Immagino Acireale al buio ma tuttavia percorribile in una confusa alternanza di rumori più o meno ingombranti. Silenziosa ed inquietante deposita dietro le quinte abbellimenti estetici, per poter allestire un palcoscenico scricchiolante calpestato da un protagonista già presentato in veste di commissario, invischiato in nuove avventure.

Sì certo, si tratta di un noir che puzza di bruciato, appunto il titolo “Sicilia terra bruciata” di Vincenzo Maimone, Fratelli Frilli editori, in cui un comune commissario, tale Costante, reduce da una forzata vacanza per un grave incidente, rientra in scena carico di intenti di fronte a due casi lastricati di spine; il primo atto inizia palleggiando il fiuto tra “ordinaria” amministrazione, legata da intimidazioni di stampo mafioso a sindaco e onorevole e anomala, nonché maldestra, uccisione da parte di un pirata della strada dell’ex preside del liceo cittadino.

Le pagine si inaspriscono al cospetto del profilo di una donna brutalmente uccisa e con la lingua mozzata e si diramano nello sfinimento nel momento in cui si reperisce un ennesimo insegnante scuoiato.

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Artisti: sussurri del tempo di Sebastiano Grasso

A chi mi chiede cosa significa essere artista rispondo laconico:- è un’irrinunciabile condanna!

Chescjartiscj: int stranie (strambe), ducjmats! … Oh Signôr… a son une peste (plaie)[1], sono gli sfoghi delle anziane inquiline che vivevano presso la corte del pittore, il carnico Arturo Cussigh, snervate dagli umori altalenanti del maestro.

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Ed è subito Nobel. Salvatore Quasimodo

«Jean Cocteau è un emerito porco. René Char scrive di coglioni impagliati. Alberto Savino, un mediocre. Saba? È un cretino infinocchiato da Freud. Penna un grazioso pederasta. Montale una specie di pidocchio che si nutre delle proprie caccole»Non sono le parole di un hater dell’era facebukiana, o di un qualunque irrisolto detrattore, qui a commentare è il canuto Ungaretti.

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Il gufo filosofo Lucio Piccolo

Ho conosciuto Lucio Piccolo qualche anno fa. Non avevo alcuna contezza di questa figura mesta e timida, dalla stessa famiglia, chiamato “l’ingufito”. Più precisamente l’incontro fu casuale perché il poeta, intrepretato da Leopoldo Trieste, ha fatto la sua comparsa, semplice e sbrigativa, nel film di Roberto Andò, Il Manoscritto del Principe.

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Debole o forte, nelle tragedie e nei miti psicoanalitici

Nella società 2.0 parlare di debolezza può risultare assolutamente demodè.
Viviamo – o sentiamo di vivere – sotto l’egida dell’efficientismo più sfrenato e selvaggio che ci vuole rapidi, operativi, performanti, socialmente seduttivi ed emotivamente controllati.

Anche ai più piccini spesso, a scuola come in famiglia, viene richiesto un comportamento adultomorfo, un rendimento soddisfacente financo, talora, una pseudo autonomia.

Chiaramente, tutto a vantaggio (ma è solo un’apparenza) degli adulti che, in tal modo, si sentono sgravati dall’impegno, certamente faticoso, richiesto da un accudimento adeguato.

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Stefano D’Arrigo, l’infinito labor limae dell’Horcynus Orca

Oggi, 2 maggio, anniversario della morte di Stefano D’Arrigo, approfitto per spendere due parole su una vicenda nodosa che ha caratterizzato la stesura di una delle più grandi creazioni letterarie del novecento.

L’Horcynus orca rappresenta indubbiamente un’opera unica nel suo genere, una rarita’ nel panorama letterario siciliano e nazionale. Parliamo del primo epos moderno, di un garbuglio imbastardito di stili e di linguaggi diversi, di un bombardamento sterminato di immagini, di visioni oniriche, di simboli che annebbiano, e per certi versi scoraggiano, la lettura.

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Sensibilizzare al rischio sismico

«il paradosso di Catania è che rinascere le è venuto meglio che nascere […], risorta dalle ceneri ma poi incapace di crescere con la stessa qualità»

Catania – I crolli in città come effetti del terremoto dell’XI grado MCS dell’11 gennaio 1693. Il particolare dalla grande carta di Anonimo, conservata alla Staatbibliothek di Berlino (da E. Guidoboni e E. Boschi, Catania, terremoti e lave, dal mondo antico alla fine del Novecento, 2001, p. 134-135).

 

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IGNAZIO BUTTITTA: IL CANTORE DEGLI ESCLUSI

I politici Italiani ca sannu i boni frasi
chiammanu stu spittaculu ” Tiatru di vastasi”.
Vasatasi sunni chiddi ca stannu nte i palazzi e fannu a notti jornu e tutti li intrallazzi…..
Nàutri semu artisti,artisti pupulani: cu trasi si diverti,nni duna un pezzu i pani.
Rapprisintammu a vita; dicemu cosi veri:
imbrogghi chi cuminanu i ministri ai ministeri…I scannali e l’abusi contru li puvireddi ca ci paremu porci e nni scorcianu a peddi.A tassa supra a casa u daziu nta farina
nuàutri pani picca e iddi a panza china.
U Presidente joca a cummannari:
e parla l’iitalianu…
cu taci un sbagghia mai…
battemmuci li manu

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La magica letteratura di Giuseppe Bonaviri

Nella notte, lasciati….e vecchie con lucerne alle finestre, andavano con carri: dormivano il merlo, la quercia, il guerriero, Gesù beveva, guardando…..

“L’incominciamento” di Giuseppe Bonaviri, di cui oggi 21 marzo 2018 ricorre il IX anniversario dalla morte, sembra a primo sguardo un tentativo di neorealismo un po’ attardato, a cui si accosta con occhio strabico, per mettere in scena “pupi” siciliani poveri ed emigranti. In veste quasi “ sacra” di fedele mineolo, sebbene ometta reiterate circostanze tipiche della letteratura meridionalistica, intona tuttavia con petto da tenore, il suo lirico lamento

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