E’ cchiù laria di la vecchia di l’acitu!

articolo di Ombretta Costanzo

Tra le zolle di questa terra sismica ci sono innumerevoli donne incastrate tra i bugiardi silenzi dei feudi spinosi e le assordanti reti stradali che trasferiscono miti, leggende e verità tra oriente e occidente. Proprio ad ovest stavolta ho scorticato la caricatura di Giovanna Bonanno, una strega palermitana in vita dal 1713 al fatale 1789, culmine del suo astuto esercizio. Palermo, guardinga da precetti illuministi di cui altre città italiane si nutrivano, era rigidamente divisa fra poveri straccioni analfabeti che sopravvivevano nelle strade tra mille difficoltà, e ricchi eleganti, che spendevano le loro giornate tra feste lussuose e noiose passeggiate.

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…o come dicevan tutti Peppa ‘a cannunera

Articolo di Ombretta Costanzo

Via Peppa la cannoniera è incastonata in quella trama di “vanedde” che si mimetizzano nella zona più folkloristica e intrigante di Catania da cui mi ostino ad estrarre propositi con misterioso sentimento. Ho un’antica fissazione per nomi di vie e piazze, da piccola le memorizzavo come se fosse un lavoro; “via Peppa la cannoniera” trovavo fosse insolito e divertente e chiesi notizie a mia mamma. Chiaramente ho rimosso in breve tempo, finché, in una delle mie recenti perlustrazioni socio-antropologiche, ho esplorato via Purgatorio, la perpendicolare, mi giro e rileggo quel nome.

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Potere al propoli: il mito dell’invasione

Quest’articolo nasce essenzialmente da una parola che, per ragioni ignote, mi è rimasta a mantecare in testa per un po’ di tempo. E ancora ribolle. La parola è: invasione. A me evoca sempre la medesima immagine, un centinaio di valchirie che galoppano furenti, aizzati dalle note di Wagner.

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L’arte incontra: Arturo Cussigh

Sebbene mi sia garantito una minima abilità pittorica, non mi appartengono i luoghi comuni di un pittore/artista: nel mio studio, oltre alle cataste di quadri e di colori, trova posto un arsenale di macchinari. All’odore degli oli si mischia il profumo delle resine di abete tagliato e nessuno spazio vuoto da regalare al riposo dello sguardo.

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Sicilia terra bruciata di Vincenzo Maimone

Immagino Acireale al buio ma tuttavia percorribile in una confusa alternanza di rumori più o meno ingombranti. Silenziosa ed inquietante deposita dietro le quinte abbellimenti estetici, per poter allestire un palcoscenico scricchiolante calpestato da un protagonista già presentato in veste di commissario, invischiato in nuove avventure.

Sì certo, si tratta di un noir che puzza di bruciato, appunto il titolo “Sicilia terra bruciata” di Vincenzo Maimone, Fratelli Frilli editori, in cui un comune commissario, tale Costante, reduce da una forzata vacanza per un grave incidente, rientra in scena carico di intenti di fronte a due casi lastricati di spine; il primo atto inizia palleggiando il fiuto tra “ordinaria” amministrazione, legata da intimidazioni di stampo mafioso a sindaco e onorevole e anomala, nonché maldestra, uccisione da parte di un pirata della strada dell’ex preside del liceo cittadino.

Le pagine si inaspriscono al cospetto del profilo di una donna brutalmente uccisa e con la lingua mozzata e si diramano nello sfinimento nel momento in cui si reperisce un ennesimo insegnante scuoiato.

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Artisti: sussurri del tempo di Sebastiano Grasso

A chi mi chiede cosa significa essere artista rispondo laconico:- è un’irrinunciabile condanna!

Chescjartiscj: int stranie (strambe), ducjmats! … Oh Signôr… a son une peste (plaie)[1], sono gli sfoghi delle anziane inquiline che vivevano presso la corte del pittore, il carnico Arturo Cussigh, snervate dagli umori altalenanti del maestro.

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Ed è subito Nobel. Salvatore Quasimodo

«Jean Cocteau è un emerito porco. René Char scrive di coglioni impagliati. Alberto Savino, un mediocre. Saba? È un cretino infinocchiato da Freud. Penna un grazioso pederasta. Montale una specie di pidocchio che si nutre delle proprie caccole»Non sono le parole di un hater dell’era facebukiana, o di un qualunque irrisolto detrattore, qui a commentare è il canuto Ungaretti.

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Il gufo filosofo Lucio Piccolo

Ho conosciuto Lucio Piccolo qualche anno fa. Non avevo alcuna contezza di questa figura mesta e timida, dalla stessa famiglia, chiamato “l’ingufito”. Più precisamente l’incontro fu casuale perché il poeta, intrepretato da Leopoldo Trieste, ha fatto la sua comparsa, semplice e sbrigativa, nel film di Roberto Andò, Il Manoscritto del Principe.

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